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 425 - UN CONTRIBUTO PER L'IMMINENTE SINODO DEI VESCOVI

 

L'amore può finire (ma il sacramento no)

 

Dal 4 al 25 ottobre 2015 si terrà il Sinodo conclusivo sulla famiglia: il tutto ha avuto un iter in più tappe, partendo dal questionario con circa una cinquantina di domande inviato a tutte le conferenze episcopali, affinché il popolo di Dio fosse coinvolto nel processo di riflessione e approfondimento. Ne è seguito l’anno corso un primo sinodo dei vescovi, da cui è stato tratto l’Instrumentum Laboris  [147 brevi punti, o articoli, per un totale di 40 pagine] reso pubblico nel giugno 2015 quale documento di lavoro per l’imminente sinodo di ottobre: è frutto del cammino intersinodale scaturito dalla creatività pastorale di Papa Francesco, che ha convocato a distanza di un anno due diverse Assemblee sinodali sul medesimo tema. È quindi quanto mai opportuno un nostro intervento prima di tale sinodo finale, senza escludere un commento anche post: questo numero presumibilmente arriverà a metà ottobre, quindi in extremis per essere forse letto da qualche padre sinodale.

Prima di questa ventata di freschezza e democrazia collegiale volta ad ascoltare il sensus fidelium, permaneva un ferreo giuridicismo: ad es. la mancanza di fede di per sé non era causa di nullità del matrimonio sacramentale, perché bastava avere l'intenzione di fare ciò che fa la Chiesa: in primis quindi contrarre un matrimonio indissolubile. Infatti senza questa credenza il matrimonio può essere anche attualmente invalidato «in radice», cioè annullato. Si continuava a lavorare nell'ipotesi che un matrimonio falliva perché non era mai esistito. E si accetta tuttora la fine di un matrimonio a patto che non ci sia mai stato!! La chiesa ha sempre detto: «non ci è consentito interrompere questo sacramento indissolubile, a meno che non sia mai avvenuto. Forse ci dispiace anche, ma non ci è concesso cambiare le istituzioni del nostro divin fondatore, ne tradire le sue [presunte] inequivocabili parole al riguardo. Purtroppo non ci possiamo fare nulla!». Questa è ancora l'idea dei padri sinodali tradizionalisti: ci sono cose immodificabili perché di diritto divino.

 

Dalla nullità allo scioglimento

Ma già Papa Francesco ha cominciato a dare «spallate e spintoni» per smuovere dallo stallo, quasi «ordinando» la gratuità dei processi; in pratica sta decretando a lungo andare la dissoluzione dei tribunali ecclesiastici: chi pagherà gli avvocati rotali e le costose perizie psichiche e quelle «sgradevoli» volte a stabilire o meno l'impotenza? Il Vaticano, lo Ior? Di fatto ha avviato secondo noi il sacrosanto futuro smantellamento della sacra Rota (in maniera non diretta, ossia in modo «furbetto» come sa fare lui in senso buono): Francesco è semplice, ma tutt'altro che ingenuo: non bisogna confondere le due cose.

Poi il questionario e l'instrumentum laboris hanno cominciato a smuovere ancor di più le acque. Certo nel merito permangono alcuni aspetti critici: ricompare purtroppo quel richiamo a vivere come fratello e sorella tra divorziati-risposati (la solita proposta indecente); come anche quell'accenno della partecipazione all'eucarestia in forma «spirituale» (altra proposta odiosa), definendo famiglie «ferite» quelle dei divorziati. Ma i divorziati-risposati non sono dei «poveretti infettati» da un peccato-colpa indelebile; così come gli omosessuali non sono dei «poverini che soffrono tanto!».

Ci sembra tuttavia che in questo documento traspaia anche un qualche passo in avanti: si sta cioè facendo in sordina il passaggio dalla nullità (il matrimonio non c'è mai stato) all'annullamento-scioglimento (d'ora in poi il matrimonio non c'è più). Il che costituirebbe uno slittamento enorme, in cui si arriva a ventilare di striscio il fatto che il matrimonio possa essere solubile, e non più indissolubile. A nostro parere è l'avviato giusto smantellamento di un apparato arcaico: non è compito della chiesa interessarsi giuridicamente (il punto di vista esistenziale-pastorale di aiutare le coppie in difficoltà è un'altra cosa) delle separazioni, dei divorzi e degli annullamenti. È compito dello Stato e della giurisdizione civile fare questo, come è avvenuto per i primi sette-otto secoli del cristianesimo in cui non esisteva ancora il sacramento del matrimonio [così pure non esisteva ancora la confessione privata come la intendiamo noi], e la chiesa accettava il dettato civile. Di conseguenza sostenere che Gesù a Cana abbia istituito il sacramento del matrimonio [e altrove pure quello della penitenza] è un anacronismo ingenuo. La storia è fatta di uomini in continuo sviluppo; e ancor prima, come in una lunga evoluzione biologica è emersa l'umanità, così nella storia della chiesa lentamente è emersa la sacramentalità più in generale, e poi la prassi specifica dei  sette sacramenti: perciò non possiamo rimaner ancorati all'idea che li abbiamo ricevuti direttamente da Gesù e quindi non ci è consentito cambiarli.

 

La dottrina si cambierà dopo

Ci auguriamo vivamente che l'imminente sinodo non prenda la piega del tipo seguente: siamo bloccati dal dogma dell'indissolubilità e dalle severe parole di Nostro Signore, per cui possiamo solo inventarci una ri-formulazione dottrinale (quasi un escamotage da azzecca-garbugli) per consentire finalmente a quei «poveretti» di fare la comunione. Invece la riammissione dei divorziati-risposati all'Eucarestia non è per nulla un problema: tutti i credenti hanno libero accesso a Dio, in forza del loro sacerdozio universale, e quindi devono essere ammessi all'eucarestia; le modalità di partecipazione o meno sono affidate alla responsabilità della coscienza personale, non a divieti esterni. E questo direttamente, senza penitenze: consideriamo infatti «odiosa» l'idea (sottolineata nell’instrumentum) di un necessario cammino penitenziale affidato al vescovo diocesano, proprio perché non sempre la coppia si sente in condizione di peccato-colpa.

Francesco sta spingendo per la riammissione, poiché per lui la realtà conta più delle idee; i matrimoni sono solubili perché questo ci dice la realtà. Inoltre prima si cambia la prassi, e poi eventualmente si modifica la teoria dottrinale (non viceversa, come invece penseranno sicuramente la maggioranza dei padri sinodali, secondo i quali prima di muoversi a livello pastorale-pratico occorrerà rivedere la dottrina). Per Francesco prima viene la orto-prassi e poi la orto-dossia: prima la retta prassi, poi la retta credenza, non solo in senso cronologico bensì essenziale (ontologico). Che la realtà effettiva sia più importante della teoria va benissimo per la prassi matrimoniale (mentre può essere rischiosa in altri campi ed ambiti). Bisogna entrare nell'ottica che un matrimonio vero (non nullo, invalido o immaturo) possa finire, e non necessariamente in tragedia. E pure l'inverso: quante volte incontriamo matrimoni nati nell'immaturità che quindi sarebbero nulli, ma che diventano nel corso della vita matrimoniale sempre più maturi e fecondi. Per quanto detto fino ad ora non c' è poi molto da approfondire ulteriormente: ci vuole solo il coraggio di agire. C'è invece una cosa su cui veramente occorre riflettere per poi decidere: come fanno ad es. la chiesa ortodossa e quella valdese, potremo in futuro benedire le seconde nozze? 

 

Ha avuto ed ha tuttora senso

Per vederci più chiaro è opportuno riprendere il legame fra matrimonio e sacramento, prendendo spunti dall'ultima redazione della rivista «Matrimonio». Pensiamo che a nessun vedovo risposato verrebbe mai in mente di rinnegare il primo matrimonio, ma ne conserva la memoria, il senso, e la fecondità di quanto è stato costruito insieme, in particolare l'essere cresciuto nella propria umanità accanto al coniuge e attraverso di lui; così pure può essere per un divorziato risposato. Cominciamo a lavorare nell'ipotesi che può finire l'amore tra i due ma il sacramento resta. Non crediamo che cessi di essere sacramento quell'amore che è finito; si scioglie quindi un matrimonio non un sacramento (questo potrà forse non dispiacere ai tradizionalisti, convincendoli della nuova prassi). Il sacramento rimane, anche perché è rimasta la fede dei divorziati-risposati, che proprio per questo desiderano la partecipazione piena all'eucarestia. Si continua a simboleggiare, «incamerare» e testimoniare l'amore salvifico di Dio; la realtà di Dio è nell'esistente, nel cuore degli uomini, in forma sacramentale nella coppia; Dio non è una realtà esterna che agisce ex opere operato piombando dall’alto come un oggetto che inizia ad esistere; che ti avvince con la sua grazia abituale (come un abito), che ti prende in maniera indelebile scodellandoti addosso un sacramento, imprigionandoti e schiacciandoti  come in una  specie di sequestro divino.

Di fronte al fermento dinamico di un amore la concezione sacramentale tridentina scricchiola e frana rovesciandosi completamente. Non c'è alcun bisogno di «interrompere» il sacramento dichiarandolo finito, o decaduto, o non più esistente: anche in un matrimonio che finisce, quell'amore, quando c'era, ha costruito parecchio nel loro vissuto, compresa la capacità di uscirne quando si sia rivelato impraticabile. Come continuiamo oggi a ricevere la luce di stelle già morte, così ci può illuminare ancora il riverbero del (primo) matrimonio. La fine di un matrimonio può essere la fine di una storia «positiva» che ha realizzato e dato molto, anche forse la possibilità di intraprendere una nuova storia sponsale: quindi ha avuto senso e non si sente la necessità di un cammino penitenziale per essa.

È il sacramento che semmai è «indissolubile», ma nel senso che si continua a simboleggiare e a testimoniare la grazia salvifica di Dio, anche con un altro coniuge. La sacramentalità si può estendere senza soluzione di continuità (il che è un sinonimo di «indissolubilità»). Indissolubilità è riconoscere il sacramento perdurante, anche se il matrimonio è finito (e questo a prescindere da eventuali seconde nozze o convivenze).

 

Mauro Pedrazzoli


 
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