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REGOLARE IL CAPITALISMO GLOBALIZZATO

 

Il Capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty (Bompiani 2015, pp. 928, € 22) è un libro consistente sulla distribuzione della ricchezza ed è molto ambizioso: avvalendosi di un apparato statistico imponente cerca di ricostruirne l’andamento negli ultimi tre secoli nei principali paesi ricchi allargando lo sguardo, per quanto possibile, anche a tutto il mondo.

La domanda centrale a cui vuol dar risposta è esposta chiaramente fin dalla prima pagina: «La dinamica dell’accumulazione del capitale privato comporta inevitabilmente una concentrazione sempre più forte della ricchezza e del potere in poche mani come pensava Marx nel XIX secolo? Oppure la crescita, la concorrenza e il progresso tecnico determinano una riduzione spontanea delle diseguaglianze e un’armonica stabilizzazione dei beni, come pensava Kuznets nel XX secolo?».

Dall’approfondita elaborazione e analisi dei dati raccolti Piketty giunge ad affermare che Marx è più vicino a descrivere il funzionamento del capitalismo di Kuznets. Erano però sbagliate le sue previsioni catastrofiche: grazie allo spettacolare progresso della produttività e sotto la spinta delle continue innovazioni, il capitalismo ha evitato il progressivo esaurimento degli investimenti; ma aveva ragione sul fatto che la spinta naturale del capitale è verso una concentrazione sempre più grande. Per giungere a questa conclusione usa il rapporto capitale / reddito che misura il peso della ricchezza accumulata su quella prodotta. Dall’analisi dei dati risulta che l’accumulazione del capitale (dove capitale è inteso in senso ampio come patrimonio, comprendendo beni immobili, finanziari e di investimento) rispetto al reddito ha avuto un andamento particolare, è stata molto alta fino al 1910, ha avuto un crollo dal ’10 al ’50, è rimasta a livelli bassi fino agli anni ’70 e da allora ha avuto un’impennata riportandosi rapidamente vicino ai livelli precedenti il 1910, e la tendenza è tuttora in crescita.

 

Le diseguaglianze crescono

Secondo Piketty, la tendenza attuale è quella naturale del capitalismo lasciato a se stesso. Kuznets ha formulato la sua teoria del riequilibrio automatico delle diseguaglianze analizzando proprio i dati del periodo tra le due guerre mondiali, gli unici che aveva a disposizione. Quel periodo però, per il nostro autore, è stato eccezionale per i fatti accaduti, le guerre appunto, la crisi del 29, la rivoluzione russa e la formazione del campo comunista, le lotte operaie, l’introduzione dell’imposta progressiva e quella sull’eredità e la costituzione dello stato sociale. Sono quindi fatti politici che hanno influito sul rapporto capitale / reddito, distruggendo capitale, spingendo la crescita per ricostituirlo e ridistribuendo la ricchezza; ridotti drasticamente questi interventi politici per effetto della globalizzazione, il capitale riprende il suo normale sviluppo. La sua analisi, molto più ampia nel tempo e nello spazio delle precedenti, lo dimostra e ci fornisce anche il motivo di questo andamento: il tasso di sviluppo del reddito nei paesi di vecchia industrializzazione sta calando (1,5-1%) e prevedibilmente continuerà a calare, mentre il rendimento a lunga scadenza del capitale e il tasso medio di risparmio sono stabilmente molto più alti (tra il 5% e il 4,5% il primo, intorno al 10% il secondo). Più grande è il divario tra questi indicatori, più alto è il peso del capitale sul reddito. Infatti un paese che risparmia molto e cresce poco accumula un enorme stock di capitale: ciò significa che i patrimoni ereditati dal passato si capitalizzano più in fretta rispetto ai processi di produzione dei redditi, assumendo un’importanza preponderante nel sistema economico e nella vita sociale. Inoltre questo crea una divergenza sempre più forte nella distribuzione della ricchezza, perché se aumenta l’accumulazione del capitale senza che si riduca sensibilmente il suo rendimento, deve crescere anche la parte che si aggiudica nella divisione del reddito rispetto a quella del lavoro. E infatti dai dati risulta in aumento dal 20% verso il 30-35%. Non solo, ma la ricchezza risulta anche sempre più concentrata in poche mani: oggi in Usa il 10% più ricco si accaparra il 50% del reddito e l’1% il 20%, e anche il divario tra le retribuzioni alte e quelle basse è aumentato in modo spropositato. Se si vuole arrestare questa tendenza, conclude l’autore, poiché non esiste nessuna forza economica in grado di invertirla come la sua ampia analisi dimostra, deve intervenire la politica.

 

L’Imposta mondiale progressiva sul patrimonio

Nell’ultimo capitolo infatti fa delle proposte per regolare “il capitalismo patrimoniale globalizzato del XXI secolo”; delinea alcune idee per una riforma dello stato sociale (pensioni, sanità, scuola), pensa a forme di proprietà intermedie tra pubblico e privato, discute la crisi del debito pubblico, ma la sua proposta più forte è l’introduzione di un’Imposta mondiale progressiva sul patrimonio.

Con questa proposta Piketty affronta finalmente il problema che l’umanità ha di fronte: una politica fatta da Stati che hanno perso completamente la loro sovranità non può governare una economia globale. Tutto il libro vuol dimostrare che l’economia non è in grado di autoregolarsi e che i suoi sviluppi futuri potrebbero non essere compatibili con la democrazia come l’abbiamo conosciuta in Occidente nel secolo passato. La proposta di un’Imposta patrimoniale globale ha proprio lo scopo di permettere alla mano pubblica di riprendere il controllo dell’economia e di rifornirsi di mezzi finanziari adeguati per organizzare un rinnovato stato sociale in grado di contenere le diseguaglianze sempre più inaccettabili. Piketty è consapevole dell’utopismo della proposta, ma pensa che si possa raggiungere l’obiettivo un passo alla volta partendo da accordi tra le grandi aggregazioni politiche che già esistono quali Usa, Cina, Europa. L’introduzione dell’imposta darebbe anche agli Stati strumenti statistici di conoscenza per poter controllare gli spostamenti delle grandi masse finanziarie che destabilizzano pericolosamente l’economia mondiale.

A questo punto voglio fare una considerazione. L’idea che esistano entità superiori o personaggi che ne incarnano la volontà, forze naturali, sistemi impersonali (oggi questo ruolo tocca all’economia) in grado di regolare la nostra vita in maniera imparziale e automatica, ci ha sempre affascinato perché ci alleggerisce il problema delle scelte, sempre difficile per esseri come noi imperfetti, con conoscenze limitate e perciò soggetti a commettere facilmente errori e ingiustizie. Questa però è un’illusione o un inganno perché credo che spetti solo agli esseri umani regolare la loro vita individuale e collettiva.

Il libro di Piketty mette un punto fermo sul problema della distribuzione della ricchezza e delle forze che la determinano in un sistema capitalista; la mole dei dati e la profondità della loro elaborazione non possono lasciare dubbi sulle sue conclusioni. Ora però è indispensabile fare un passo in avanti, gli economisti devono cominciare a spiegare il funzionamento del nuovo sistema economico che sta nascendo: un sistema non basato sull’industria ma sui servizi, stazionario (la crescita continua della popolazione e della produzione mondiale sono inconcepibili), non fondato su Stati nazionali sovrani e indipendenti. Un sistema che dovrà trovare il modo di regolare produzione e distribuzione su scala globale.

 

Angelo Papuzza

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