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 428 - Dialogo con l'islàm / 7

 

E le donne?

 

Quando si parla di islàm, immigrati, integrazione, diritti, razzismo, religioni, un punto delicato è quello dei diritti delle donne, della parità tra i sessi, nelle società musulmane e in quelle europee, queste ultime plasmate prima dal cristianesimo e poi dall'età dei diritti individuali, di origine umanistico-illuminista, fenomeno storico tipicamente europeo.

Fra le varie rivoluzioni europee, dal '700 in qua, sembra chiaro che la più incisiva sulla vita reale, dalla politica alla religione al costume quotidiano, alla gestione della vita, è stata ed è la rivoluzione femminile, ancora in movimento.

Il potere maschile sulle donne, di cui sono indubbiamente intrise le nostre tradizioni, da quelle religiose a quelle giuridiche, è un problema dal quale si sta uscendo in modi contraddittori: le donne acquistano parità di diritti, e nello stesso tempo sono usate dall'ideologia maschilista come immagini seduttive impersonali, oppure come biografie libere e brillanti sopra le masse anonime, per l'attrattiva commerciale speculativa non solo verso la clientela maschile ma verso le donne stesse, spinte a sottomettersi a quei modelli. Senza dire delle permanenti gravi situazioni di vero strutturale schiavismo femminile a scopo di uso sessuale, reclutato da popoli più deboli o “inferiori”, anche con loro complicità.

Nonostante tutto ciò, credo davvero che i popoli europei, e derivati, abbiano finora affermato e attuato la pari dignità della donna con l'uomo, in grado maggiore di altre società. Rinnegando ogni prosopopea, dobbiamo riconoscere questo che è un risultato, non privo di contraddizioni e ombre, ed è oggetto centrale nell'incontro dialogante e rispettoso specialmente con l'islàm venuto e diffuso in Europa. Messe da parte le letture sprezzanti delle regole e delle tradizioni musulmane, accantonati gli episodi più urtanti e meno costanti, e valorizzate invece le componenti religiose musulmane che danno dignità a ogni creatura umana agli occhi di Dio, rimane il fatto che un conflitto culturale e di costume su questo punto è centrale nell'incontro Europa-islàm. Quello che dobbiamo favorire, per giustizia, e per amore della vita, è l'elaborazione pacifica e dialogante di questo conflitto. Conflitto non è guerra, è una differenza interna alla vita, perciò una ricchezza, che diventa guerra solo se si affronta con disprezzo e violenza.

Comprendere non è assecondare tutto, non è rinunciare alla critica seria e rispettosa, che può essere bilaterale; la comprensione non è esonerata dal bollare come merita tutto ciò che è disumano e che offende la coscienza umana universale, questo nucleo di pace e di vita buona nella convivenza delle differenti culture. C'è, infatti, un universale umano da vedere insieme, con lo sguardo differente e analogo delle diverse culture umane. Pensiamo alle nozioni di humanitas classica e rinascimentale, di ubuntu africano (che ha impostato la via d'uscita nonviolenta dal feroce razzismo sudafricano), di ren cinese, di filialità e fratellanza-sororità nella tradizione ebraico-cristiana, dell'uomo e donna servi-fedeli-amici di Dio nell'islàm (tanto come religione sociale quanto come spiritualità e mistica), di viandante della liberazione nell'induismo e nel buddhismo: senza affatto unificare tutto, riconosciamo negli esseri umani e nelle loro visioni più coscienti dei cammini paralleli, mossi dall'intuizione di un bene fondante e attraente. Ciò che è completamente disumano, non è questa o quella cultura, ma la sottomissione attiva alla legge della violenza.

Ognuno di questi cammini è consolazione, liberazione, salvezza, per chi di fatto vi trova la sua luce. E ognuno di questi percorsi e visioni è limitato, perciò può imparare dagli altri, mentre agli altri offre la propria visione. Ormai la coscienza umana deve incamminarsi in questo fecondo dialogo umile e dignitoso tra le culture profonde. Ormai è da questa comunicazione che le civiltà possono salvarsi insieme, senza scontrarsi né negarsi. C'è da sperare che la coabitazione e il colloquio quotidiano di vicinato tra i volti umani di tradizioni diverse maturi un nuovo più completo umanesimo, se non ci distruggiamo prima.

La questione uomo-donna, diritti della donna islamica, va posta su questa base ampia che è la questione umana oggi: restiamo umani, diventiamo più umani, pur assaliti dal dominio di uomini e di strumenti potenti sulla nostra comune umanità. La cultura dei diritti e dei doveri, che ha portata universale, dovrà contestare ogni idea e ogni fatto di sottomissione della donna all'uomo, di impedimento delle sue varie espressioni, soprattutto di tradizioni violente: matrimoni imposti e precoci, esclusione dalla scuola, cittadinanza inferiore, gerarchizzazione naturale. La contesa nonviolenta tra le culture favorisce la fioritura, dopo il contrasto, delle potenzialità umanizzanti proprie di ogni cultura. Così, il costume europeo ancora prevalentemente maschilista, ha da apprendere anche da quello islamico, pur in altre forme, qualcosa sulla salvaguardia della donna e della sua libera dignità.

È tutto un terreno di umanizzazione in movimento, nel quale non valgono giudizi sommari, superiorità e disprezzo, né accanimento tradizionalista, ma vale affermare quel che abbiamo via via compreso sulla giustizia essenziale nei rapporti umani, per tutti e dappertutto.

Enrico Peyretti

 

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