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A che cosa serve la ricchezza?

 

Chi sostiene che la colpa maggiore del capitalismo consista nello sfruttamento dei poveri del mondo al punto da causare la morte per fame di un notevole numero di persone, potrebbe rimanere sconcertato nell'apprendere che la popolazione mondiale è più che raddoppiata in questi ultimi cinquant'anni.

Sarebbe allora corretta la teoria dello “sgocciolamento”, cioè di una ricaduta favorevole, secondo cui da un aumento del profitto delle classi dirigenti verrebbe di conseguenza un maggiore benessere anche per le classi più povere. Dovremmo dunque rassegnarci ad accettare il capitalismo come «il peggior sistema, eccetto... quanti finora sperimentati»? Dovremmo unicamente cercare di rendere il capitalismo un po' più «illuminato»? Penso che occorra affrontare il problema in modo diverso, partendo anche dal dato di fatto del prodigioso aumento della popolazione mondiale.

 

La “felicità” è misurabile?

Quando i media parlano del benessere di una nazione, il più delle volte lo identificano con la “ricchezza”, la quale a sua volta viene identificata col Prodotto Interno Lordo (Pil). È questo uno dei canali attraverso cui viene trasmessa l'equazione tra ricchezza e felicità, cioè viene proclamata l'onnipotenza del denaro. Eppure la nostra Costituzione indica come autentici valori il lavoro, la sovranità, la democrazia, la libertà, l'eguaglianza, la partecipazione, i diritti e i doveri di ogni cittadino, il ripudio della guerra. Il Pil ha valore solo se promuove i suddetti valori fondamentali.

Molte voci di studiosi si sono levate per criticare l'assunzione del Pil come indicatore dell'autentica ricchezza di un popolo. Si è introdotto il concetto di Fil (Felicità Interna Lorda) che dovrebbe tenere conto anche di molteplici fattori come il benessere psicologico, la salute, l’istruzione, l’uso del tempo, la diversità culturale, l’autodeterminazione, il buon governo, i legami comunitari, l'equilibrio ecologico e gli standard di vita. Sviluppare questi parametri permetterebbe alle persone di avere una «buona vita]. È anche stata proposta l'introduzione del Gpi, il Genuine Progress Indicator, che effettua più di 20 addizioni e sottrazioni al Pil per tenere conto di altri fattori positivi come il valore del volontariato e di costi come i divorzi, la criminalità e l’inquinamento. È significativo che, mentre il Pil ha continuato a crescere a livello mondiale dal 1950, il GPI si è sostanzialmente appiattito dal 1980 in poi. Anche il Wuppertal Institut afferma che, a partire dalla metà degli anni Settanta, lo sviluppo del Pil si è separato dallo sviluppo del benessere. Immaginiamo un grafico in cui alle ascisse (asse orizzontale) mettiamo il tempo (1950, 60, 70, 80...) e alle ordinate (verticale) l'indicatore del benessere. Si scopre che fino al decennio 1970-80 il benessere aumenta con l'aumentare del Pil. Nei decenni che seguono l'aumento del Pil non porta a un aumento del benessere. Anzi, il benessere sembra diminuire leggermente.

Si può anche osservare che in Italia, dagli anni Cinquanta ai Settanta, l'aumento del Pil portava ad avere più lavatrici, frigoriferi, televisori, automobili e anche un migliore sistema sanitario, scolastico, ecc. Dopo, in linea di massima, l'aumento del Pil portava al soddisfacimento di bisogni meno vitali, o di bisogni artificiali. Come affermava Alex Langer, da qualche tempo «si produce falsa ricchezza, per sfuggire a false povertà. Falso benessere come liberazione da supposta indigenza».

Certamente non è facile “misurare” il benessere. È più facile misurare il Pil e, per la singola persona, misurare il proprio reddito, la propria busta paga. Sembra “vero” solo ciò che è “quantificabile”. Il linguaggio dell'economia ci affascina. Invece non prendiamo abbastanza sul serio questioni come l'effetto serra, l'estinzione di specie viventi, il nesso tra tumori, fumo, inquinamento e alimentazione. Inoltre tanti aspetti della nostra esistenza emotiva (l'appagamento o meno dei nostri desideri...) sfuggono a ogni possibile misurazione. Illudendoci di essere “scientifici”, vorremmo essere rassicurati, riducendo tutto a numeri e costi da controllare e dominare. In realtà siamo divorati irrazionalmente dalla passione per l'ordine e la prevedibilità.

 

Sterilizzazione

La vita economica dovrebbe essere regolata per soddisfare i bisogni dei cittadini. In realtà, sempre più attraverso le varie epoche, e in particolare negli ultimi decenni, l'economia sembra essere condizionata dal bisogno unico di moltiplicare la ricchezza. Certamente chi opera nel complesso mondo economico, non può prescindere dai bisogni. Inutile mettere sul mercato beni di cui non si sente il bisogno. Occorrerebbe perciò conoscere i bisogni presenti e prevedere quelli futuri. Ma sempre più si sviluppa la tendenza non solo a prevedere, ma soprattutto a influire sui bisogni futuri, facendo in modo che il mercato chieda quello che per me è conveniente produrre. Non si tratta solo della pubblicità in senso stretto. Anche quella produzione che appare di puro intrattenimento, e persino quella che si presenta come culturale, diviene, per mano di persone esperte in comunicazione, uno strumento per introdurre modelli e bisogni, per fare sì che il cittadino sia essenzialmente un consumatore di beni prodotti in quel momento dal mercato manovrato da chi detiene anche il potere mediatico.

Enrico Chiavacci constata la diffusione dell'ideologia consumistica in ogni classe sociale e cita qualche esempio significativo (Teologia morale, Cittadella, vol. 3/1): a) nella scelta della professione (nel caso di decisione libera) il criterio fondamentale è quello dello stipendio, non il contenuto umanizzante o meno di un dato lavoro; b) i nostri risparmi vengono collocati dove si spera in un interesse conveniente, mentre nessun controllo viene fatto su come la banca gestisce i capitali di cui dispone; c) lo sciopero è raramente finalizzato a migliorare la qualità del lavoro, ciò che conta è l'aumento di stipendio. Tali esempi denotano la diffusa insensibilità rispetto a quella che dovrebbe essere una proposta dettata dalla dignità dell'uomo: «Non cercare di arricchirti». Non si tratta di cadere nella trappola della casistica: impossibile stendere un codice preciso. Né si pretende di proporre un programma di governo. Ma la presentazione di esempi su cui lavorare impedisce che ci si limiti a principi astratti. Occorre, nella vita di ogni giorno, togliere alla ricchezza ogni pretesa di fecondità. La ricchezza non è un mostro sacro capace di generare altra ricchezza. Occorre procedere alla sua sterilizzazione.

 

Il «nostro» per chi ha bisogno

L'altro principio che, secondo Chiavacci, dovrebbe guidare le scelte economiche di ogni credente, si riassume nella formula «Quello che hai, è per darlo». Cioè tutto quello che supera un minimo che serve a te, lo devi dare a chi ne ha bisogno. Occorre precisare che non si tratta solo di un minimo «di sussistenza». Si tratta anche di un «minimo» di beni culturali, di tutela della salute, anche di riposo e di svago, tutti mezzi necessari perché ognuno eserciti la sua attività al servizio del prossimo. È forse nella ricerca di questo «minimo» che possiamo vedere quando la ricerca dei beni non sia ricerca di ricchezza, non sia idolatria. Tutto ciò che è al di sopra di un tetto ragionevole e modesto deve essere dato. Certamente occorrono anche cauti investimenti per eventuali bisogni seri futuri (ma non il semplice «non si sa mai»), bisogni prevedibili e che non siano sufficientemente coperti dalla sicurezza sociale.

Ma non si tratta solo di trovare il modo di dare a chi ha bisogno quello che supera un dato “minimo”. Si tratta anche (e forse, soprattutto!) di evitare ogni danno, ogni incuria per tutto ciò che è pubblico, e non solo per paura delle multe. La lotta contro il danneggiamento di quello che è patrimonio della comunità nazionale è qualcosa da proclamare con coraggio. Mentre il “dono” che ciascuno offre a chi ha bisogno va fatto senza che «la tua sinistra sappia quello che fa la tua destra», in quanto può essere compiuto anche «per essere ammirati dagli uomini», il promuovere un maggior senso civico, specie quando coinvolge il comportamento della gente comune, non viene considerato un atto virtuoso, ma semplicemente sciocco. E proprio per questo occorre farlo apertamente, senza vergognarsene.

Un aspetto fondamentale dell'aiuto che ciascuno può fornire alla vita comunitaria consiste nel pagamento delle tasse. Come afferma Chiavacci, «si deve ritenere che − con tutti gli errori che un governo può compiere − la via della funzione redistributiva dello Stato sia la via più efficace, e sicuramente quella che permetterebbe di sanare le piaghe peggiori. Occorre rendere testimonianza al Vangelo anche quando possa sembrarci di essere trattati ingiustamente: riteniamo che per un cristiano pagare le tasse sia un atto quasi sacro». Salvo poi, nella lotta politica e nella competizione elettorale, fare di tutto affinché l'azione dei governi vada nella direzione della più giusta redistribuzione delle ricchezze.

 

Avere occhi e non vedere

Torniamo alla domanda iniziale: dobbiamo dunque rassegnarci ad accettare il capitalismo? L'attuale sistema economico è la forma più sofisticata di idolatria, è l'alternativa al Dio di Gesù. E gli idoli «hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono... siano come loro quelli che li fabbricano, quelli che in essi confidano» (Salmo 115). Come denuncia Langer, «visto che le cause dell'emergenza non risalgono a una cricca dittatoriale di congiurati assetati di profitto e di distruzione, bensì ricevono quotidianamente un massiccio e pressoché pubblicitario consenso di popolo, la svolta appare assai più difficile. Malfattori e vittime coincidono in larga misura». E un mondo guidato da un'insensata idolatria non è in grado di affrontare gli enormi problemi che il futuro ci presenta per il pianeta.

Un fenomeno significativo e inquietante. Nei decenni in cui l'aumento del Pil portava con sé anche l'aumento del benessere, varie voci, di varie tendenze, si levavano a contestare l'equazione tra ricchezza e benessere. Ora sembra invece che tutti, destra e sinistra, politici ed economisti, eletti ed elettori, partiti di governo e partiti di opposizione, siano d'accordo nel vedere nella crescita del Pil la panacea di tutti i mali. Così si esprimeva Bob Kennedy, alcuni mesi prima della sua morte, nel 1968: «Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio né la nostra saggezza né la nostra conoscenza né la nostra compassione. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta (It measures everything, in short, except that which makes life worthwhile)». Questa conclusione, tradotta in varie lingue, dovrebbe campeggiare scolpita su di una grande lapide, in ogni sede in cui ci fosse la tentazione di scambiare Pil e benessere: nel Parlamento, nei ministeri, nelle banche, alla Bce, all'Onu.

Dario Oitana

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