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 432 - Giornalismo di ieri

 

QUANDO I LETTORI ERANO PIÙ INGENUI

 

I fatti riportati nelle pagine di cronaca dei quotidiani possono costituire un utilissimo documento per approfondire l'analisi storica del periodo in cui il giornale viene pubblicato.

Il giornalista, attraverso una più o meno abile descrizione dei “fattacci”, può cercare di inculcare nei lettori un senso di «paura» che li spinga a invocare un governo “forte” che promulghi leggi meno “liberali”. Si tratta di un uso politico della cronaca (vedi il foglio n. 360, marzo 2009). La cronaca può anche costituire un mezzo per fare dimenticare i problemi che ci assillano. Oppure un fatterello poco significativo può offrire al giornalista una splendida occasione per scatenare la sua fantasia e inventare particolari che suscitino divertita curiosità. Il personaggio descritto nell'articolo è spesso una persona comune, mediocre come il lettore. È facile per lui immedesimarsi nel personaggio descritto nell'articolo. Tale pensiero può suscitare in chi legge un certo timore oppure provocare ostilità o sadica soddisfazione per avere trovato un capro espiatorio. I brani riportati, salvo diversa indicazione, sono tratti da La Stampa.

 

Divertissement

Pascal si serve del termine divertissement nel senso etimologico di de-vertere, volgere altrove, distrarre, evadere dalla realtà. È quanto appare considerando la cronaca più “rosa” che nera, in momenti in cui ognuno dovrebbe mobilitare tutte le sue energie per affrontare le tremende difficoltà incontrate. Alcuni esempi illustrano l'operazione.

8-9-10 settembre 1943. I giorni più drammatici e tragici della storia d'Italia. I giornali riportano notizie confuse. «Rottura delle trattative con il comando delle truppe tedesche»; «Bombe su Roma da aerei sconosciuti»; «Centomila soldati anglo-americani sarebbero sbarcati in Campania». Quest'ultima notizia proviene da Lisbona (!). «Il golfo di Napoli rigurgita di navi» (fonte: un pilota canadese...). Abbiamo pure un appello a tutti gli italiani, firmato dai cinque partiti antifascisti (non figura ancora Democrazia del Lavoro).

Ma alcune notizie risultano più precise, come quella di un marito che, insospettito per il fatto che la moglie scavizzola (sic) con troppo zelo tra le macerie dell'alloggio distrutto, alla fine ne scopre il vero motivo: la moglie infedele cerca le lettere dell'amante (9/9/1943).

I giorni passano e i tedeschi assumono il controllo di gran parte dell'Italia e liberano Mussolini. Ma ci sono ben altri problemi: la moglie russa «come un contrabbasso»; inutile cambiare stanza, «anche lì giungeva fastidioso il russare della moglie»; il marito la ama ma non gli resta che chiedere la separazione (15/9/1943). Così come un signore 63enne, «focoso vegliardo» (!), «attanagliato da una gelosia grottesca e offensiva» percuote una ragazza 25enne (23/11/1943).

Passano i giorni e notizie terrificanti si moltiplicano. «Dieci comunisti ribelli condannati a morte. La condanna è stata eseguita» (Gazzetta del Popolo, 30/10/1943); sullo stesso giornale, altra notizia: in un'assemblea di fascisti “repubblicani”, vengono formulate le seguenti proposte: «1) che tutti gli ebrei siano rinchiusi in campi di concentramento; 2) che siano subito fucilati i traditori del 25 luglio, primo tra tutti Galeazzo Ciano (Acclamazioni, urla di “a morte!”)».

Ma possiamo leggere, sempre nello stesso quotidiano, anche qualcosa di meno inquietante. «Il contadino (nome e cognome, ndr) dell'agro valenziano, faceva un brutto sogno: attorniato da alcune bovine, il poveretto aveva la sensazione di essere colpito a cornate. Tanto fu lo spavento che finì per rotolare giù dal letto e si svegliava dolorante sul pavimento. Nell'incidente riportava la frattura della gamba sinistra e contusioni al costato».

Anche durante il fascismo, in periodi di relativa tranquillità, la tecnica del de-vertere era efficacemente utilizzata. La Stampa del 14/3/1972 pubblica i risultati di una ricerca compiuta per sfatare il luogo comune «ai miei tempi si stava meglio». Esaminando i vari numeri del Tranquillo 1929, si trovano «colonne e colonne che raccontano, in uno stile allegro e divertito, di mariti infedeli, di amori tumultuosi tra principale e dattilografa, di fughe di innamorati. Si parla anche di rapinatori, mai di rapine. Che ci sia stata una rapina lo si apprende soltanto quando si dà notizia dell'arresto del responsabile. Il racconto della sua impresa è sbrigato con poche battute, magari in tono umoristico, mentre ci si dilunga sull'immagine del delinquente vinto e ammanettato. La giustizia trionfa». Di omicidi quasi non c'è traccia. Ma, sul numero del gennaio seguente anno (16/1/1930), dalla relazione del procuratore generale apprendiamo che nel 1929, solo in Piemonte, gli omicidi erano stati 84. Quest'ultimo dato è stato in seguito da me controllato.

 

«Cielo, mio marito!»

Sovente la cronaca assume l'aspetto di una pochade, commedia in voga tra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX secolo. La vicenda narrata sembra costruita su di un canovaccio in cui si descrivono vicende amorose. Non manca la scena madre in cui il marito sorprende la moglie con l'amante, donde «Cielo, mio marito!». Il giornalista probabilmente parte da un fatto vero, salvo poi inventare una serie di particolari piccanti (censura permettendo) e rappresentare dialoghi vivacissimi tra i protagonisti, come da copione. Il tutto per far divertire i lettori, inducendoli a leggere e comprare il giornale. Eccone alcuni esempi.

Un marito, sospettando il tradimento della moglie, la manda al cinema con la sorella. Quindi si corica e aspetta che sopraggiunga l'amante. Infatti da un uscio segreto ecco arrivare l'aborrito rivale. «Tesoro, dove sei?»; «Qui» risponde il marito imitando in falsetto la voce della moglie. L'amante si sdraia ma, «invece delle rotonde forme dell'amata, incontra spalle ossute e una barbaccia nera». Il tutto si conclude con «botte da orbi» (25/3/1947).

Un marito si trattiene al lavoro fino a tardi. Torna a casa, ode uno scalpiccio affrettato, entra di colpo e trova la moglie in piedi, agitatissima. «Ancora alzata?», «Sì, non mi sentivo bene», «Cos'è quel rumore?», «Quale rumore?». Lo sfortunato marito «si dava uno sguardo attorno e scorgeva il lembo di una giacca sconosciuta spuntare da una portella dell'armadio. Spalancava la portella. Fra cappotti e vestiti cercava goffamente di nascondersi un aitante giovanotto biondo. Ne seguiva un putiferio» (8/2/1952).

Un altro marito finge di partire. Invece torna e, in compagnia di alcuni agenti, fa irruzione nella sua casa. «La donna, ravvolta in una vestaglia, tentava di darsi un contegno leggendo un giornale a fumetti; l'amante, seminudo, aveva cercato scampo sotto il letto ma, essendo eccessivamente grasso, non era riuscito a passare e restava fuori con metà del corpo, ansimando e sgambettando» (27/3/1952).

Altro caso movimentato. «Per sfuggire al marito che l'ha sorpresa si rifugia sui tetti con l'amante». Ma i due si giustificano: «parlavamo di affari...»; ma perché scappare sui tetti? «Faceva caldo e volevamo respirare un po' d'aria pura» (30/3/1952).

Una giovane signora veniva sottoposta a un'accurata visita medica in un ospedale di Torino. «Vivi complimenti!» esclamava il medico rivolgendosi al marito. «Complimenti perché?» domandava stupito il signore. «Lei sarà padre. I disturbi di sua moglie sono dovuti unicamente alla gravidanza». Ma il marito da tre mesi era vissuto lontano dalla moglie e non aveva avuto alcun rapporto con la giovane signora. Il tutto si conclude con «una scarica di pugni» e l'inizio delle pratiche per la separazione (5/9/1953).

 

Strilloni carnefici

Ora ci sarebbe la tutela della privacy. Una volta non era così. Anzi in parecchi casi era proprio la non-tutela della privacy a spingere i giornalisti a esibire segreti intimi e imbarazzanti al fine di aumentare la tiratura del quotidiano in cui scrivevano. Perciò capita spesso di leggere nome, cognome, età (anche delle donne) e paternità dei protagonisti dei loro reportage (il nome del genitore è preceduto da un “di”, o da un “fu”, a seconda che si tratti di un vivo o di un morto). Ma anche quando le generalità vengono taciute, il giornalista, con opportune aggiunte (indirizzo, età, occupazione) fa in modo che il personaggio possa essere facilmente riconosciuto.

Non solo. Gli strilloni si recavano spesso sotto la casa del malcapitato che aveva avuto la sventura di essere citato dal giornalista. Così l'infelice era messo alla gogna al cospetto dei suoi vicini di casa che si precipitavano in strada ad acquistare il giornale e leggervi le ghiotte notizie su chi conoscevano, almeno di vista.

Riporto qualche titolo (eventualmente con breve riassunto) di articoli con tanto di generalità dei torinesi che hanno avuto l'onore (o spesso la vergogna!) di essere citati.

«Mendicava da 22 anni e il marito non lo sapeva». Il marito ovviamente rimane sbalordito. Al che la signora risponde: «Perché ti agiti tanto? La bella casa, il pianoforte, la radio: dobbiamo tutto alla mia elemosina» (29/7/1948).

«Si lancia con la testa contro il muro e lo sfonda senza riportare ferite». A.C. fu A. viene così descritto: «statura piccola, testa grossa, radi capelli, enorme bocca priva di denti» (26/11/1950).

«Travestito da operaio dei telefoni con una scala raggiunge l'innamorata». In conclusione, schiaffi e pugni da parte del padre della ragazza (3/10/1951).

«Le oche afferrano il ladro che si proponeva di portarle via». «Gli animali, memori dei loro gloriosi antenati del Campidoglio, davano subito l'allarme». E quando sopraggiungono gli agenti, l'uomo era «atterrito, immobilizzato dagli animali». Dopo l'arresto, seguitava a balbettare: «Non voglio più vedere le oche...nemmeno in pentola» (18/12/1952).

«La donna si sveglia all'alba e vede che non uno ma due mariti le sono al fianco». Un tale, ottimo operaio, ma incline al bere, torna a casa ubriaco. Sbaglia uscio e si infila nel letto. La donna si sveglia e accende la luce. «Diamine, si trova in mezzo a due uomini. Il marito si è forse duplicato?».

Conclusione: «baruffa, insulti, pugni, schiaffi, urla, intervento della moglie dell'ubriaco, di altri inquilini e battaglia generale» (8/2/1953).

«Un gruppo di giovanotti aveva rubato a una ragazza di Racconigi gli indumenti intimi stesi ad asciugare sventolandoli poi come trofei. Per tre mesi i monelli hanno esasperato la giovane ricordandole l'episodio di cui era stata vittima. “Bionda di Carpeneto – ripetevano − dove hai messo le mutandine?”. Il pretore li ha condannati ma nessuno ridarà serenità alla donna». “Serenità”? L'ipocrita giornalista somma sopruso a sopruso pubblicando anche la foto della giovane con la dicitura: «D.T. la bionda ragazza alla quale rubarono le mutandine» (4/3/1962).

Dario Oitana

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