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A distanza di un mese dall’esito referendario è forse possibile tracciare un primo bilancio. Spentesi le luci dei riflettori sulla Costituzione, questa è tornato ad essere il pezzo di carta che «senza l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenerne le promesse», come diceva Calamandrei nel celebre discorso agli studenti milanesi, non si muove. La proposta referendaria ha avuto il merito di sollevare problemi reali come la farraginosa procedura di un sistema bicamerale paritario e le insufficienze manifestate dalla riforma del titolo V. Ha fornito tuttavia risposte confuse, spesso raffazzonate, imposte da una parte con una personalizzazione eclatante ed esiziale da parte del premier. La sconfitta del sì e la franosa caduta del governo Renzi hanno tuttavia rimosso, insieme alle parti più discutibili, anche le proposte unanimemente positive (riduzione del quorum nei referendum abrogativi, disciplina dei decreti legge, facoltà del governo di chiedere alla Camera di fissare un termine entro cui deliberare sui progetti rilevanti per l’indirizzo politico dell’esecutivo), sia la consapevolezza di una necessità riformatrice del congegno istituzionale.

Il mese trascorso fa forse emergere un ulteriore panorama di vincitori e vinti. Il contrasto tra favorevoli e contrari alla riforma ha in realtà celato un’altra contrapposizione che non ha lasciato meno feriti sul campo. Il discorso referendario ha ben rappresentato un conflitto tra complessità e banalizzazione del discorso pubblico (non semplificazione, che non è mai un male quando, senza recidere i ponti con la complessità, la rende accessibile ai più). La banalizzazione, l’adulterazione delle questioni referendarie sono state ampiamente perseguite da entrambi i fronti, come scopo lecito per ottenere la vittoria. La linea di faglia tra favorevoli e contrari ha tuttavia oscurato la presenza di linguaggi molteplici. E tra banalizzazione e complessità del discorso pubblico, non è difficile individuare chi ha vinto e chi ha perso. Non sono stati i lucidi interventi di Gustavo Zagrebelski, di Gianfranco Pasquino o il cristallino ragionamento di Valerio Onida a trascinare il no al referendum. La loro scomparsa dai salotti televisivi e digitali, già all’indomani dello spoglio, ne è un’emblematica rappresentazione. Alla stessa maniera, nel fronte del sì le acute disamine di Sabino Cassese o di Paolo Pombeni non sono diventate il cuore della campagna per il sì. Nulla di nuovo sotto il sole, certo. Il rapporto tra classe intellettuale e democrazia è sempre stato problematico e vagliato con un misto di disillusione e amarezza fin dagli albori del suffragio universale. Tuttavia quando la forbice tra classe intellettuale e paese si allarga non è un buon segno. La nube che si profila all’orizzonte, con una probabile contrapposizione tra quattro populismi di diversa matrice, è concreta.

La perdita di incisività del discorso degli intellettuali e del valore delle competenze nel discorso politico ha una grave responsabilità politica. Se Berlusconi e il leghismo sono stati gli iniziatori del processo, Renzi e Grillo hanno rappresentato una seconda, ulteriore fase. Lo stesso governo Gentiloni appare un’espressione della caduta della qualità della classe politica. L’inglese di Alfano, il curriculum di Virginia Fedeli o di Beatrice Lorenzin, le dichiarazioni di Poletti sui giovani all’estero sono manifestazioni diverse della cattiva capacità di selezione alle più alte cariche del governo da parte di un partito, depauperato dal modello leaderistico renziano, preoccupato di avere a disposizione uno strumento dove le fronde che potevano fargli ombra venissero tagliate e nessuna di nuova ne spuntasse. Senza una correzione “aristocratica” la democrazia diventa un puro confronto tra tribuni. Dove si perde la volontà di fornire al popolo il miglior governo possibile, affidandosi alle competenze dei migliori, gli aristoi, cioè di coloro che hanno la passione del bene comune, si perde anche il desiderio di questo di essere governato da «chi è migliore di me» per una identificazione tra governante e governato.

Non molto diversi sono gli esiti dell’effettiva messa in pratica dell’«uno vale uno» pentastellato. Gli eventi dell’ultimo mese (dalle questioni legate alla giunta Raggi a Roma, alla proposta di una giuria popolare per le bufale, fino al grottesco mancato passaggio al gruppo dell’Alde nel Parlamento europeo) ne confermano la natura di movimento umorale di massa. La fragilità del processo decisionale non si può più attribuire all’inesperienza di una forza politica nuova, ma appare deliberata scelta di discrezionalità nell’applicazione dei propri codici, dei regolamenti, dell’organizzazione interna che le permette di mantenere la propria natura anfibia: parlamentare, plebiscitaria, leaderistico-carismatica e dinastica.

Tuttavia i lamenti sull’attuale situazione lasciano il tempo che trovano. La qualità di una classe dirigente non si improvvisa, né si improvvisa una visione e il coraggio di perseguire il bene comune. I timori sono però leciti. Una società che divorzia da questa visione e perde questo coraggio ha più probabilità di essere fragile e ingiusta.

 

Marco Labbate


 
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