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A 36 anni dall’elezione di Reagan un altro outsider, Donald Trump, sconvolgendo tutti i pronostici diventa presidente degli Stati Uniti. E si può fare anche un altro accostamento: come all’inizio degli anni ottanta oggi due consultazioni consecutive, il referendum inglese e questa elezione marcano un cambio di indirizzo politico nei paesi sviluppati. Allora la vittoria della Thatcher e di Reagan reagivano alla decadenza dei due paesi anglosassoni e aprivano l’era della globalizzazione, oggi indicano che i popoli occidentali la vorrebbero chiudere. La globalizzazione infatti è selvaggia, senza indirizzo né governo e sta realizzando un duplice effetto economico: uno spostamento ingente di ricchezza dai paesi di vecchia industrializzazione a quelli di nuova industrializzazione (soprattutto asiatici) e un suo accentramento in grandi agglomerati finanziari. A questo impoverimento le masse occidentali reagiscono con la richiesta sempre più forte di una chiusura delle frontiere, una difesa delle proprie produzioni e il blocco dell’immigrazione: insomma chiedono la fine della globalizzazione. Le prossime vittime antiglobalizzazione potrebbero essere i governi francese, italiano e forse tedesco. Trump ha cavalcato con grande abilità e successo questo vento di rivolta, però sa benissimo che chiudere le frontiere e scatenare una guerra commerciale con l’Europa, il Messico o la Cina danneggerebbe in primo luogo proprio gli Stati Uniti e d’altra parte le grandi multinazionali e la finanza, ormai completamente globalizzate, difficilmente lo accetterebbero.

Questa elezione perciò apre un grande punto interrogativo: Trump avrà le capacità, la lungimiranza e la forza per tenersi in bilico tra la realtà economica che ha di fronte e le aspettative che ha suscitato nell’elettorato popolare con le sue promesse? Questa impasse è pericolosa per lui, ma anche per la stabilità del mondo intero. Tutti gli scenari sono infatti possibili: la più probabile è che se la cavi con qualche provvedimento demagogico, molta propaganda, magari deviando la rabbia della classe media sui soliti soggetti deboli, ispanici, immigrati, islamici. L’uomo però non sembra all’altezza della sfida in cui si è messo, è inesperto e le sue reazioni non prevedibili, inoltre la situazione mondiale è in equilibrio precario. Viviamo in bilico su una duplice bolla, quella finanziaria e quella commerciale; occorrerebbe raffreddarle, ma questo provocherebbe una crisi peggiore di quella del 2007 dal quale sarebbe difficile risollevarsi. Una serie di provvedimenti maldestri, una decisione arrogante mal ponderata, un incaponirsi eccessivo e tutto può esplodere. Esiste però anche una possibilità positiva, seppure molto tenue: il nuovo Presidente degli Stati Uniti potrebbe essere il tramite di un accordo tra le potenze economiche vecchie e nuove per mettere un freno allo strapotere dei centri finanziari, tenere a bada la concorrenza selvaggia tra lavoratori e ridistribuire, almeno in parte, l’enorme accumulo di ricchezza che si concentra in poche mani, senza però rinunciare ai vantaggi della globalizzazione. Ha due frecce al suo arco: la sua relativa indipendenza dagli apparati sclerotici e compromessi dei vecchi partiti e la somiglianza con altri due potenti autocrati, i presidenti russo e cinese.

È quindi difficile oggi ad elezione appena avvenuta dare un giudizio ponderato e capire verso quale strada si indirizzerà il suo mandato, occorrerà aspettare il suo insediamento, conoscere i collaboratori che sceglierà, vedere i ministri che comporranno il suo governo e le prime scelte significative che farà. Potremo allora capire meglio se dobbiamo preoccuparci veramente.


 
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