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 437 - Africa dimenticata / 3

 

MINERALI INSANGUINATI

 

Ci sentiamo lontani o vicini rispetto alla drammatica storia delle popolazioni dell'Africa subequatoriale? A uno sguardo superficiale, diremmo che ne siamo lontani.

Siamo lontani non solo geograficamente, ma anche politicamente. C'è nel Congo un intervento della Nato? Vi combattono militari italiani? C'è un governo ostile all'Occidente, all'Italia? E allora, istintivamente diremmo che siamo proprio lontani. Eppure questa parte importante dell'umanità è molto più vicina a noi occidentali di quanto sembri.

 

I "nostri" schiavi

È sufficiente guardarsi in tasca e prendere il proprio telefonino. Quell'apparecchio, sempre più sofisticato, non potrebbe esistere (o ci costerebbe di più) senza alcuni minerali provenienti dall'Africa, soprattutto senza il coltan. Si tratta di una sabbia nera formata da minerali di colombite e tantalite, ossidi di niobio (detto anche colombio) e di tantalio. Dal coltan si estrae il tantalio, elemento eccezionalmente resistente e formidabile conduttore: è usato per la fabbricazione di cellulari e computer. Più piccolo è l'apparecchio più il coltan è indispensabile. È anche utilizzato per motori di aerei e missili e nella strumentazione di laboratori chimici e apparecchiature usate in medicina.

Oltre al coltan, il suolo del Congo e di altri paesi africani è ricco di altri minerali usati in varie tecnologie: oro, stagno, tungsteno, diamanti. Il coltan viene anche estratto in Australia e Brasile. Ma per quale ragione più del 60% della produzione mondiale proviene dal Congo orientale? È facile rispondere se si tiene conto del bassissimo costo della forza lavoro congolese. Minatori e trasportatori sono pagati pochi dollari al giorno, anche se a loro appare un lavoro molto vantaggioso. In un servizio di Report viene riportata un'intervista con un trasportatore di minerale. «Quanto pesa questo sacco?»; «Cinquanta chili»; «Quanto tempo hai impiegato a venire qui?»; «Due giorni»; «Guadagni molto a fare un viaggio così?»; «Sì, molto, 25 dollari».

Potremmo dire che il Congo orientale è stato diviso in piccoli "stati" formatisi ciascuno attorno a una miniera e governati da milizie che "difendono" il piccolo stato ed esercitano il potere sui sudditi. E lo stato "nazionale"? Può essere definito una nullità. Ci si domanda se esista un esercito congolese, degno di questo nome.

«Le miniere sono gironi infernali dove uomini, donne e bambini sono costretti a scavare a mani nude o con mezzi di fortuna per estrarre i minerali preziosi. Spesso le gallerie crollano facendo numerose vittime, soprattutto tra i più piccoli. Il costo sociale è elevatissimo. Migliaia di ragazzi non frequentano la scuola. Molte donne sono vittime di violenze fisiche e sessuali. I proventi delle risorse minerarie, invece di finanziare la costruzione di scuole e ospedali, vanno a finire nelle mani delle milizie che continuano ad alimentare il conflitto» (da «Missioni Consolata», luglio 2015).

 

Nessuno è innocente

Dagli scavatori alla soldataglia; dalla soldataglia agli intermediari. Questi intermediari (comptoir), a differenza dei minatori e dei soldati, hanno gli strumenti per trattare e valutare il minerale. Così lo rendono "puro" e lo trasportano ad altri intermediari più grandi, che "ripuliscono" ulteriormente il minerale facendogli perdere la "cittadinanza" congolese e facendolo diventare a tutti gli effetti ruandese, burundese, ma anche ugandese e tanzaniano. Infine il minerale viene venduto sul mercato internazionale e acquistato, tra le altre, da tre grandi aziende che hanno sede in Cina, Germania e Kazakistan. Da esse viene trasformato in semilavorati (polveri, leghe, lamiere), che poi vengono venduti alle grandi multinazionali di prodotti elettronici.

Che cosa può fare la comunità internazionale per fermare questa inumana catena, questo feroce meccanismo? «Nel giugno del 2000 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite decise di dar vita a un corpo di ispettori che fosse in grado di analizzare la relazione tra il depredamento delle risorse e il protrarsi del conflitto. Il gruppo confermò che il conflitto si era trasformato in una lotta senza quartiere per l'accaparramento delle risorse naturali. Secondo gli ispettori, anche dopo avere annunciato il proprio ritiro dalla RDC orientale, i governi di Ruanda e Zimbabwe, nonché singoli affaristi ugandesi, hanno continuato a esercitare sul territorio una notevole influenza. Nel 2002 gli ispettori hanno elencato ottantacinque imprese coinvolte in maniera illegale nel conflitto. Si tratta di aziende belghe, britanniche, canadesi, cinesi, francesi, finlandesi, israeliane, olandesi, statunitensi, sudafricane, svizzere e tedesche. Nel 2003 il Consiglio di Sicurezza ha deciso che gli ispettori avrebbero dovuto cessare ogni attività, malgrado il riacutizzarsi del conflitto. Infatti, a scadenza triennale, uno dei "piccoli" eserciti (aiutato da milizie straniere) riesce a imporsi su altri gruppi armati formando un esercito un po' meno piccolo e mettendo così a ferro e fuoco intere regioni. Perché allora la decisione del Consiglio di Sicurezza? Secondo AI a determinare tale scelta è stata l'opposizione al lavoro degli ispettori manifestata dagli Stati Uniti, a loro volta sottoposti a pressione da parte di lobby di multinazionali. Anche Russia e Cina hanno mostrato una certa ostilità nei confronti degli ispettori che, d'altra parte, non sono stati neppure "difesi" da qualche stato europeo» (Amnesty International, Repubblica Democratica del Congo. La guerra dimenticata, EGA editore, 2003).

 

Stati Uniti all'avanguardia?

Sembra impossibile, eppure è vero. Negli Stati Uniti, il paese del liberismo e della deregulation più assoluti, nel 2010 il Parlamento ha approvato il Dodd-Frank Act, una normativa sui minerali provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo. Il grande "peccatore" è diventato il grande "pentito"? La legge richiede alle aziende, quotate in borsa e che utilizzano oro, stagno, tantalio (coltan) e tungsteno nella loro produzione, di certificare che tali risorse non provengano dalla RDC e dai paesi confinanti.

Negli anni seguenti molte aziende hanno affermato di avere incontrato enormi difficoltà nel tentativo di adeguarsi alla nuova normativa. Secondo Amnesty International l'80% delle società non sono in grado di tracciare la catena di approvvigionamento dei minerali utilizzati. Tra le aziende coinvolte ci sono multinazionali come Apple (social network) e Boeing (aerei). Occorre infatti tenere presente che si tratta di operare in un contesto caotico come quello della RDC orientale in cui il "documento" più usato è costituito da una mazzetta di dollari. E anche documenti all'apparenza più corretti fanno parte di una contabilità parallela in cui i quantitativi dichiarati sono un decimo di quelli effettivi. Sennonché, secondo le ultime notizie, Trump avrebbe intenzione di affossare la Dodd-Frank Act.

Il cammino è dunque accidentato, ma, una volta iniziato, tende a coinvolgere anche l'Europa. L'esempio degli Stati Uniti ha convinto anche l'Europa a prendere provvedimenti in questo comparto. Il 20 maggio 2015 il Parlamento europeo ha approvato un testo che introduce la tracciabilità obbligatoria per le imprese dell'Ue che utilizzano minerali provenienti da aree interessate da guerre. Viene previsto un sistema di autocertificazione per gli importatori di oro, stagno, tantalio e tungsteno. «È stata una delle più belle battaglie della mia vita parlamentare» ha dichiarato Gianni Pittella, capogruppo dei socialisti democratici. «Un voto che mi ha emozionato perché è anche etico, rivoluzionario: la maggior parte dei conflitti viene alimentata dalla produzione di mineral conflicts con le organizzazioni criminali che sfruttano le popolazioni. Se eliminiamo questi interessi, eliminiamo questi conflitti o, almeno, aiutiamo a eliminarli. Abbiamo visto coi nostri occhi come i soldi delle miniere finanziano i signori della guerra, le uccisioni, gli stupri, i bambini soldato. È importante controllare il fenomeno dell'immigrazione. Ma non è possibile battersi per ridurre i flussi migratori e poi, quando ci si trova a votare misure a favore di queste popolazioni martoriate, non prendere decisioni conseguenti».

 

Ognuno di noi

E in Italia? Piccoli passi. Un'interpellanza di Lia Quartapelle (Pd) il 4/11/2015 chiede al governo di prendere atto della necessità di rendere obbligatoria la certificazione e fare in modo che le aziende, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni, possano accedere a fondi europei che permettano di far fronte ai maggiori costi che la tracciabilità impone.

Tempo fa mi ero recato presso un "ecocentro" che preleva i Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE), cioè cellulari, computer, televisori, video, piccoli elettrodomestici, ecc. Uno spettacolo! Centinaia di apparecchiature, apparentemente in buon stato. Tutto da buttare? E perché? Sono oggetti che presentano un'obsolescenza velocissima. Quasi ogni anno compare un nuovo modello. In mano a ragazzini troviamo quasi solo smartphone e vengono derisi coloro che (orrore!) usano ancora cellulari di "vecchio" tipo. Ma perché, alla faccia della crisi, assistiamo a un continuo «usa-getta-ricompra»? Ovviamente perché il costo appare basso, in confronto alla soddisfazione di possedere ed esibire l'ultimo grido della tecnica. E allora il pensiero corre a quelle migliaia (o milioni) di uomini, donne e bambini che, per un compenso irrisorio, strisciano nel fango alla ricerca di un po' di preziosa sabbia. E magari ci rimettono la pelle. In una conferenza tenuta a Torino ai primi di giugno, un testimone dichiarò che gli era stato impedito di avvicinarsi a uno di quei "buchi". Si era verificato uno dei soliti incidenti: 37 morti.

È molto difficile uscire dalla spirale consumistica. È possibile togliere un po' di sangue dal nostro computer? È possibile servirsi di oggetti informatici che facciano a meno di minerali legati al cruento sfruttamento delle popolazioni africane? Un tentativo interessante può essere quello di usare un telefono «equo e solidale», un telefonino etico. Si chiama Fairphone. L'iniziativa è nata nel 2011 con la creazione dell'omonima fondazione olandese. L'obiettivo sarebbe quello di realizzare telefonini che non utilizzino coltan proveniente da miniere controllate dai signori della guerra e che siano assemblati da lavoratori ai quali vengano riconosciuti i diritti sindacali. Un primo lotto di 25mila pezzi è stato realizzato nel 2013, un altro nel 2015. In Italia lo si può acquistare attraverso il web. L'esperienza è interessante, ma è difficile che possa costituire una seria concorrenza all'irresistibile diffusione delle apparecchiature derivate dalle stragi africane.

L'impatto che la travolgente rivoluzione informatica esercita sulla nostra psiche rende quasi impossibile fare a meno di computer e telefonini. Possiamo fare a meno della carne e di qualsiasi alimento di derivazione animale. Possiamo fare a meno delle pelli di animali. Possiamo persino fare a meno dell'auto. L'eliminazione di computer e della telefonia mobile sempre più sofisticata urterebbe contro il naturale desiderio di comunicare. Sarà possibile vincere una simile battaglia, in rotta di collisione con le nostre più naturali aspirazioni?

Dario Oitana

(continua)

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