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 439 - La chiesa ai tempi di Francesco

 

UN SOFFIO SORPRENDENTE

 

Viviamo in un tempo straordinario? Ogni età appare come "eccezionale" per chi la vive direttamente.

Ma, dal punto di vista ecclesiale, sembra davvero che il nostro tempo segni una svolta decisiva nell'evoluzione della chiesa cattolica e nel modo di vivere la fede. «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito» (Giov. 3,8). Sembrerebbe che non solo per ognuno di noi, ma come società, come chiesa, lo Spirito soffi «dove vuole». A ognuno di noi e alla chiesa spetta di aprirsi a questo vento.

 

Una spallata all'establishment.

Quali i segni di questo soffio? Nelle librerie cattoliche compaiono opere che, secondo i criteri in auge fino a qualche decennio fa, sarebbero all'Indice, susciterebbero scandalo e la chiesa premerebbe sul governo affinché tali opere blasfeme fossero tolte dalla circolazione. Nelle chiese, durante la messa, preti osano pronunciare omelie che una volta avrebbero portato alla loro immediata sospensione a divinis. Nei dibattiti, nelle letture bibliche, si propongono esegesi che in un tempo non lontano erano discusse da un ristrettissimo numero di teologi, guardati con sospetto.

Qual è la causa di questo cambiamento? Anzitutto la pastorale di chi ricopre un ruolo che, fino a poco tempo fa, sembrava incarnare la sicurezza dell'istituzione, la certezza del dogma, l'intangibilità di ogni norma morale. Proponiamo alcuni esempi.

«Ostinarsi a ripetere "Si è sempre fatto così" denota un cuore chiuso. I cristiani dal cuore chiuso peccano di idolatria e di divinazione. Se non si mantiene un cuore aperto la verità sarà inconoscibile e la vita sarà metà e metà, una vita rattoppata» (18/1/2016).

«Dio non fa come una fata con la bacchetta magica. Piuttosto si serve della perseveranza, ci salva nel tempo e nella storia, nel cammino di tutti i giorni» (12/4/2013).

«La chiesa italiana ha grandi santi. Ma pensiamo anche alla semplicità di personaggi inventati come don Camillo, povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, ne sa i dolori e le gioie, soffre e sa ridere con loro» (11/11/2015).

«Fa tanto male il narcisismo dei teologi, dei pensatori: è disgustoso. La ricerca e lo studio vanno integrati con la vita personale e comunitaria, con la carità fraterna e la condivisione coi poveri» (10/4/2014).

«Come posso essere sicuro di non fare proselitismo e di non ridurre l'evangelizzazione a un funzionalismo? Dobbiamo metterci nella condizione dell'altro, avvicinarci, non ingombrarlo con argomenti. Tutti noi conosciamo gente allontanata dalla chiesa. Cosa dobbiamo dire loro? L'ultima cosa che devi fare è dire qualcosa! Comincia a fare e lui vedrà cosa tu fai» (9/9/2016).

Francesco rivolge la sua bonaria polemica, il suo sguardo ironico, nei riguardi di uno "stile" che ha improntato finora gran parte del "mondo cattolico". E non solo. Alla luce del Vangelo viene messo in discussione tutto quello che il cattolico, dai teologi ai cosiddetti fedeli, hanno spesso fatto e pensato, credendo di ubbidire al magistero pontificio. Viene sottoposto a una pungente critica l'esasperato conservatorismo di chi si atteggia a difensore della Chiesa, il narcisismo dei teologi, la sete del "miracolo", il proselitismo fatto passare per evangelizzazione e una teologia staccata dalla vita di tutti i giorni. Ma occorre anche osservare che, a una risoluta presa di distanza rispetto a un cattolicesimo conservatore, non corrisponde, in linea di massima, alcuna condanna verso tentativi di rinnovamento. L'insegnamento di papa Francesco risulta essere la continuazione di ciò che diceva papa Giovanni all'apertura del Concilio: «Al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore» (11/10/1962).

Questo non significa, ovviamente, che ogni tentativo di rinnovamento sia sempre buono. Ma al tempo presente è di gran lunga preferibile la libertà di vivere la fede piuttosto che ubbidire a ordini dall'alto. Nello scritto più antico del Nuovo Testamento, la lettera ai Tessalonicesi, troviamo un prezioso suggerimento valido più che mai al tempo presente. «Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie: esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono» (ITess. 5,19-21). E chi è che deve «esaminare ogni cosa»? Ogni membro del popolo di Dio? il vescovo di Roma, quale coordinatore e portavoce di tutti i credenti? i cristiani "progressisti"? Ogni ipotesi risulta inadeguata. Forse occorre andare oltre, fino a comprendere l'umanità intera.

 

Tutte le religioni sono eguali?

Non dimentichiamo: i credenti nel Dio proposto da Gesù Cristo sono una minoranza nel mondo. Ma sono ancor meno se prendiamo in considerazione non chi è "ufficialmente" battezzato, ma coloro che pongono la fede cristiana al centro della loro vita. Ma come distinguere questi ultimi dagli altri? Non si cade in un giudizio discriminatorio? E che dire delle religioni non cristiane? A questo proposito si comincia a discuterne, si cerca di conoscere meglio le altre religioni, di trovare ciò che unisce senza cercare di fare proselitismo. L'importante è essere un «buon cristiano, un buon mussulmano, un buon israelita, un buon buddista o induista», senza passare da una religione all'altra. Gandhi diceva: «Tutte le religioni sono buone. L'India non ha bisogno di convertirsi» (21/4/1931).

Ma se per religione si intende un insieme di credenze, di riti, di precetti morali, resta aperta la questione: Gesù ha fondato una religione, una chiesa? Simili domande possiamo porle anche riguardo ad altre religioni, in particolare riguardo alle religioni orientali. Inoltre è difficile ammettere che "il grande inquisitore" e Papa Francesco appartengano alla stessa "religione", così pure un mistico sufi e un "soldato" del Daesh. E quali somiglianze sostanziali potremmo stabilire tra chi cerca di vivere la fede coerentemente al messaggio evangelico e i "devoti" di «quella madonna, quel santo»? Tuttavia siamo sempre più interpellati da un altro folto numero di abitanti del nostro pianeta, un numero che va crescendo di anno in anno. Queste persone si potrebbero definire come «atei, agnostici», comunque coloro per i quali il problema «Dio» non esiste. In teoria non escludono che possa esserci un "Essere Supremo"; ma la questione non interessa. Tenendo presente che nel mondo "occidentale" i credenti costituiscono una minoranza sempre meno numerosa, è probabile che anche in Cina i credenti siano una minoranza ancora meno consistente. Possiamo supporre che il fenomeno possa estendersi anche ad altre regioni del globo.

Possiamo anche scoprire l'esistenza di diverse forme di ateismo e agnosticismo. Ci sono coloro che, kantianamente, seguono un'etica basata su imperativi categorici, uno stile di vita che esclude una contropartita, un "premio". Li spinge solo un amore per l'umanità e per la natura. Anche gli autentici cristiani sembrano agire senza aspettarsi un «contraccambio» (Luca 14,12,14) anche se attendono che «il Padre, che vede nel segreto, li ricompenserà» (Matteo 6,4,6,18; Luca 14,14). Altri sembrano vivere alla giornata badando a non incorrere in una sanzione da parte dello Stato o da parte della mentalità corrente (ma quanti "credenti" fanno altrettanto? ). Occorre una riflessione che porti al superamento della contrapposizione tra le varie forme di religione o di ateismo senza cadere in una forzata semplificazione. Ma, più che una riflessione, occorre partire da un riesame del messaggio evangelico, da un'attenta osservazione e da una coraggiosa introspezione.

 

E i non credenti?

Ognuno di noi conosce la cosiddetta parabola del fariseo e del pubblicano, riferita a coloro che «presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri» (Luca 18,9-14). Come conclusione abbiamo che «chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato». Così anche Matteo 23,12: «Chi si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato». La ragione per cui scribi e farisei saranno «umiliati e abbassati» non è dovuta a qualche specifico peccato. È la presunzione di essere giusti, è il disprezzo verso gli altri. Si arrogano il potere di «giudicare»; ma proprio per questo «saranno giudicati e saranno misurati con la misura con la quale misurano» (cfr. Matteo 7,1-2; Luca 6,37-38).

Ma siamo sicuri che noi non imitiamo i farisei, proprio mentre ci sforziamo di conoscere e vivere il "vero" messaggio evangelico? Consideriamo quanto ci scrive Luca (13,25-30, Matteo 8,11-12): «"Non vi conosco, non so di dove siete". Allora comincerete a dire: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze". Ma egli dichiarerà: "Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti, operatori di iniquità! Là ci sarà pianto e stridor di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel Regno di Dio e voi cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e sederanno a mensa nel Regno di Dio. Ed ecco ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi ed alcuni tra i primi che saranno ultimi"». E Paolo così ci scrive (citando Isaia 65,1): «Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato a quelli che non si rivolgevano a me» (Romani 10,20).

Chi siamo "noi"? Presumiamo di essere i «primi», salvo poi essere «cacciati fuori»? Non esattamente "cacciati fuori": chi nutre la pretesa di «cacciare fuori» gli altri, in realtà «caccia fuori se stesso» lontano dalla misericordia di Dio! E chi sono gli «ultimi»? Chi sono i «lontani» che non cercano Dio e vengono da lui «trovati»? Per noi "progressisti" è facile rispondere: «Sono i fedeli di altre religioni...mussulmani, israeliti, buddisti, animisti...».

Ma possiamo anche inciampare in un'ipotesi più scomoda. I miliardi di persone che «da oriente e da occidente, da settentrione o da mezzogiorno» hanno bisogno di salvezza sono «trovati» da chi vuole che tutti si salvino. Sono i «non credenti», anche quelli che sembrano vivere alla giornata, anche quelli per cui la "religione" sembra essere solo un fatto formale. E perché, tra i «trovati da Dio» non potrebbero esserci anche coloro davanti ai quali noi "progressisti" arricciamo il naso? I devoti dei santi e delle madonne, delle reliquie di Padre Pio e dei miracoli di Medjugorje? Se, davanti a tale ipotesi, ci atteggiamo a schizzinosi, rischiamo davvero (oh, sorpresa!) di esserci collocati tra gli «ultimi» nel Regno di Dio.

 

Dario Oitana

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