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I fratelli Félix e Théophil Berthalon abitavano in una sperduta valle secondaria delle Alpi francesi, ai margini dei ghiacciai del Gruppo des Ecrins che comprendono i 4000 più meridionali dell'intero arco alpino. Erano valdesi.

Questi posti difficilmente accessibili e ingrati avevano costituito il primo rifugio degli "eretici" fin dal XIII secolo quando i valdesi praticavano, per non essere totalmente emarginati, o peggio perseguitati, un certo «nicodemismo». Mantenevano buoni rapporti con la chiesa ufficiale, partecipando a vari momenti liturgici e talora nominando addirittura esecutore testamentario il curato, considerato persona di sicura fiducia. Nel contempo venivano segretamente visitati dai barba, ministri itineranti, che ravvivavano in loro l'insegnamento di Valdo (AA. VV., Riformati, cattolici e organizzazioni ecclesiastiche nelle Valli, I convegni del Laux, LAR 2015, pp. 16 sgg.).

Agosto 1914, scoppia la guerra e la République si ricorda di questi suoi figli lontani e li chiama alle armi per la «difesa della patria». Un breve addestramento a Briançon: «la guerra sarà breve», sostengono tutti. Si dice sempre così quando iniziano le guerre. Poi la partenza di notte sulla tradotta diretta ai Vosgi. Il treno viaggia lentamente e ai fratelli non piacciono né l’ambiente militare né le prospettive future e inoltre pensano: chi spara a un altro uomo è un assassino…«Tu non ucciderai», dice la Bibbia. Detto, fatto: saltano dal treno nei pressi della loro valle e conoscendo bene i luoghi, la raggiungono attraverso un valico secondario. È il 14 settembre 1914. Da quel giorno, per oltre 12 anni, Fèlix e Thèophil vivono alla macchia, aiutati, con discrezione, dai compaesani che essi ricambiano con piccoli lavori fatti durante la notte. Così come soltanto di notte possono cucinare il loro cibo, perché il fumo del camino non insospettisca eventuali gendarmi in perlustrazione. La loro casa è una tana sotterranea ben mimetizzata, tra gli alberi e le rocce. Il disagio è estremo, il freddo d’inverno quasi insopportabile, ma la loro fibra è robusta e la voglia di libertà supera ogni pericolo. Parenti e amici li avvertono quando la République intensifica le ricerche e alcune volte sfuggono per poco all’arresto, salvati dalla loro perfetta conoscenza dei luoghi. Ma un bel mattino, in pieno gennaio del 1927, durante il culto, ecco arrivare la legge (i gendarmi coi pennacchi e con le armi, avrebbe detto Fabrizio De Andrè) e i due vengono ammanettati e portati a Lione per il processo davanti alla Corte militare. La Francia non perdona i disertori. Talora però, come esiste un giudice a Berlino, ne esiste uno anche a Lione. L’interrogatorio è surreale: «Ma vi rendete conto che se tutti si fossero comportati come voi, saremmo stati occupati dalla Germania?», domanda sensata. Théophil ribatte: «Ma i tedeschi sarebbero mai saliti sulle nostre aspre montagne per condividere con noi freddo e miseria?», risposta, direi, impeccabile. Finisce con una condanna a tre anni, con la condizionale. Scarcerati, tornano alla vita grama di sempre, ma finalmente liberi. Moriranno ultraottantenni verso la metà degli anni Sessanta. Due vite in simbiosi.

Dobbiamo la scoperta di questa originale vicenda a Enrico Camanni, alpinista, giornalista e scrittore che, nel suo recente Alpi ribelli, storie di montagna, resistenza e utopia (Laterza 2016) traccia un affascinante affresco di otto secoli di ribellioni con radici nelle terre alte. Uno splendido libro per non dimenticare. Assolutamente da non perdere. Da Fra Dolcino ai valdesi guidati da Giosuè Janavel in lotta contro le truppe del duca di Savoia fino alla figure di Alex Langer (il mite combattente) e di Nuto Revelli con il suo «mondo dei vinti». Senza dimenticare vicende come quella dei Berthalon, su cui è calata la polvere dell’oblio e quella tragica di quattro montanari (Basilio Matiz, Giovan Battista Coradazzi, Angelo Massaro e Silvio Ortis), processati e fucilati in 36 ore per essersi rifiutati il 25 giugno 1916 di ripetere l’attacco alla cima Ovest del Monte Cellon, considerato dalla truppa «un puro e semplice atto suicida» (così nei ricordi dello scrittore austriaco W. Schaumann). Per finire con Franz Thaler. Nel 1939, quando i sudtirolesi furono chiamati a scegliere se trasferirsi in Germania o rimanere in Italia, la sua famiglia optò per restare (solo il 13% agì così). Chiamato alle armi nel 1944, disertò. Ma poi per timore di rappresaglie sui famigliari si consegnò ai nazisti, che nel frattempo avevano annesso al Reich il Trentino e il Sudtirolo. Internato a Dachau, ritornò a casa nell’agosto del ’45 «fisicamente e psichicamente distrutto». Aveva venti anni.

 

Pier Luigi Quaregna

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