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Il panorama non è dei migliori. Proposte pirotecniche, richieste contraddittorie, sovrana irresponsabilità. Aiutiamo i giovani e intanto riformiamo le pensioni, dirottando altre risorse a favore degli anziani. Aumentiamo subito la spesa pubblica in deficit, per ridurre poi, forse... il debito complessivo. Le elezioni non chiariranno chi deve governare? Non importa, torneremo a votare entro sei mesi. Forse si è dimenticato cosa accadde in Italia nei primi anni Venti, e in Germania nei primi anni Trenta a furia di elezioni ripetute e ravvicinate.

Nulla sui grandi temi (pericolo nucleare o riscaldamento globale). Europa, poco e male. Basti un esempio. A un intervento di un commissario europeo sul rischio delle elezioni italiane, una leader del centro-destra ha dichiarato: «L'Europa faccia gli affari suoi». Come se non fossero affari nostri e di tutti gli europei. In quell'Unione europea a cui conviene tenerci ben aggrappati, con tutti i suoi difetti, perché, è banale ricordarlo, ci ha comunque garantito pace e benessere per tre generazioni.

Ciò premesso, si dovrebbe andare alle urne con l'orgoglio di esercitare una delle fondamentali funzioni della sovranità popolare, coscienti che la situazione è molto complessa, che ogni strumento umano è imperfetto e che è auspicabile un sano pragmatismo, senza pensare a palingenesi, né possibili, né augurabili, visti alcuni precedenti storici.

Il voto utile rischia di appiattirsi sull'esistente che non ci soddisfa. Il voto di testimonianza alza lo sguardo verso mete ambiziose, ma lontane, e nel frattempo rischia far vincere il peggio. Si tratta di scelte relative e opinabili. È vero che durante il fascismo nuclei ristretti e coraggiosi mantennero accesa quella speranza che poi produsse la Resistenza e la Costituzione, ma allora come in ogni dittatura il potere non era contendibile, oggi nel nostro sistema lo è. E va conteso a chi ha idee diverse e opposte. Non si può rinunciare alla battaglia, non si può avere una concezione demoniaca del potere politico.

In Italia ci sono attualmente circa 3000 comuni in cui, per merito dei volontari e delle amministrazioni locali, si realizzano buone, talora ottime esperienze di integrazione dei migranti. Piccoli gruppi, buoni corsi di lingua, lavori utili, progetti Sprar ben collaudati. Una forza politica molto aggressiva (i mantra sono «invasione incontrollata» e «islamizzazione dell'Italia») propone esplicitamente la riduzione, se non l'azzeramento dei fondi per questo tipo d'integrazione. Il dilemma voto utile o voto di testimonianza si deve misurare con queste realtà. Paolo Mieli osservava, in proposito, che «in politica contano, sì, le intenzioni, ma non è ininfluente la capacità di costruire qualcosa (ossia le opportune alleanze) che ti metta in condizione di farle quelle cose. Anche in parte. E dovrebbe essere disdicevole che per eccesso di “purezza” tu contribuisca alla vittoria di forze che quelle cose non le faranno mai. Nessuna. Anzi ne faranno di contrarie» («Corriere della Sera», 6/9/2017).

Si aggiunga che è anche difficile fare proposte in tema di diritti ed eguaglianza che non rischino di essere contraddittorie. L’esempio qui è fornito dalla recentissima proposta di abolizione delle tasse universitarie. Quando si dà qualcosa gratis a tutti si avvantaggia chi ha di più, in termini di reddito e di opportunità. Occorre guardarsi da un egualitarismo apparente, buono per uno slogan. Inoltre una misura che può essere accettabile per la sanità, può non andar bene in altri campi. È la stessa critica che a suo tempo provocò l’abolizione generalizzata della tassazione sulla prima casa. Eppure a sinistra l'abolizione delle tasse universitarie ha scatenato applausi unanimi dal «manifesto» a Tomaso Montanari, che l’ha definita «sacrosanta».

Ci sarebbe infine da dire qualcosa sulla partecipazione al voto. La disaffezione è crescente e l’indifferenza diffusa, massima tra i giovani. Il clima è tale che ha provocato un accorato intervento del presidente Mattarella. In parte è un fenomeno fisiologico in tutte le democrazie quando scompaiono le paure per nemici interni o esterni, in parte va ascritto all’affievolirsi della solidarietà sociale con la scelta di modelli di vita molto individualisti. Stili che vanno esaminati, con spirito laico, senza ricorrere a ipotetici corruttori esterni, ma insiti nell’uomo e nella sua evoluzione culturale. In parte ancora può derivare dal ridursi, almeno parziale, del voto di scambio. Meno risorse da distribuire in assistenza, meno voti a chi questa assistenza amministrava. L’analisi dovrebbe essere molto più approfondita, ma se aggiungiamo un forte appiattimento sul presente della vita di ciascuno e un conseguente letargo sulla storia passata e recente, il quadro risulta sufficientemente abbozzato. Del resto se oltre un terzo degli italiani, pare, non si informa mai di politica qualcosa vorrà pur dire.


 
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