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Dopo l'orgia di promesse elettorali megafonate da imbonitori d'ogni età; dopo insulti e minacce reciproche, gridate da bravacci alla don Rodrigo e da Masanielli da Vespri napoletani; dopo l'inflazione di sottilissime analisi politiche dei risultati: un vero bisticcio di detti e contraddetti a conforto del Delfino della propria parte e sottoparte; dopo le più curiose ipotesi di alleanze, di patti maggioritari e minoritari, di governi alla carta e di governissimi trasversali, consociativi, di abbracci tra «oves, boves et universa crava», di compromessi storici e di storiche rotture, tutte e tutti puntualmente smentiti, ieri, oggi e domani, non resta che rifugiarci nella retorica tardo-barocca, che di parole buttate al vento ben aveva esperienza e, in certa misura, sottile capacità di giudizio. Dobbiamo al librettista Iacopo Badoer (1603-1656) il rilancio operistico della massima: «Un bel tacer non fu mai scritto» e a Metastasio (1698-1782) l'esegesi madrigalista di questa lode del silenzio: «Un bel tacer talvolta / ogni dotto parlar vince d’assai». Talvolta, dunque, meglio il silenzio che solenni parole destinate alla precarietà del quarto d'ora. Un silenzio non mosso da sdegnosa superiorità al nostro presente, di cui ogni adulto è, in diversa misura, responsabile, ma da desiderio di decantazione e di riflessione. Il futuro non nasce dalle acque torbide di tempeste e diluvi, ma dai nuovi depositi di terra fertili e dalle nuove correnti di limpide acque, rese possibili dagli sconquassi dell'assetto antico. Doveroso è allora navigare a vista, come fanno i marinai nel caso di fitte nebbie che precludono l'orizzonte. E navigare a vista non vuol dire, in politica come nei viaggi per mare, non avere un obiettivo, ma saper aggiustare la rotta per raggiungerlo, non sacrificare il presente al futuro, il contingente storico a un ideale assoluto, destinato peraltro a non trasformarsi mai da sogno in realtà, se non grazie al contingente e come contingente, sia pure ulteriore. Persino l'ulteriorità, come l'“essere” e la “verità”, si dice in molti modi. Può, forse, essere evocata come definitiva per le religioni, mai per la politica (da polis), che non nasce nella Gerusalemme davidica, ma nell'Atene di Pericle. La politica ha certo avuto una sua preistoria tribale e una sua protostoria monarchica, quando le tribù si sono unificate in popoli, ma solo come democrazia ha davvero iniziato il cammino storico che l'ha portata a noi, come processo sempre ancora incompiuto e, grazie all'illuminismo, nella forma di repubblica costituzionale. È al fine di ripensare e riprogettare per il nostro oggi, che sborda oltre il nostro ieri e il nostro domani (nostro di nonni/e, padri/madri, figli/e e nipoti) che torna utile un “bel tacere”, assai più di “un forte gridare”. Arroccarsi a difesa dei piccoli santuari, salvati dalla marea montante dei cosiddetti populisti, serve a poco, come a poco serve affannarsi a smantellarli il più rapidamente possibile. Tanto Renzi, quanto Berlusconi, D'Alema e compagni si sono o si stanno demolendo da soli. Hanno dato quello che credevano di avere da dare e non valeva, a quanto pare, più di un momento di controversa pubblicità. Di Maio e Salvini saranno messi alla prova e indotti in tentazione, non riteniamo da Dio e neppure da Satana. Come se la caveranno lo vedremo, tra non molto. Se formeranno o non formeranno un loro governo tandem, a staffetta, a colpi bassi, seraficamente foriero di rosei futuri, non possiamo prevederlo. Mettere le sinistre d'ogni particola e particella sotto il mantello del “buon Bergoglio”, nella speranza che la “bergoglizzazione” di primi e secondi ministri distrugga, a vantaggio di questa o quella consorteria, il suo preziosissimo tentativo di laicizzare tanto la chiesa quanto lo stato, sarebbe criminale oltre che illusorio. Tacere!? Ma per fare che cosa, oltre che “seguire a vista” quello che il presente nel suo divenire ci mette davanti e reagire, avendo come stella polare la Costituzione? Per riconquistare, nel nuovo contesto storico economico e sociale, la capacità di scendere alle radici più autentiche della politica democratica. Politica, per definizione laica, incarnata, proiettata ad attuare le sue riforma nell'oggi, con preveggenza e senza fanatismi metastorici. Democrazia che, per non degenerare in demagogia, deve promuovere la parità nei diritti umani a tutti e ai cittadini eguaglianza di fronte alla legge. Che, per restare se stessa, avrà cura di normare il diritto di voto dei cittadini all'interno di un sistema elettorale capace di favorire l'aggregazione politica delle loro rappresentanze, così che gli eletti, attraverso un pubblico confronto, possano maturare un programma e formare governi non soggetti a ricatti e a condizionamenti di parte, in grado cioè di realizzare quanto promesso e di assumersene la piena responsabilità.


 
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