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 451 - Lettera ai Romani

 

DIO RENDE GIUSTI…

 

Nella storia dell'esegesi biblica, indubbiamente la Lettera ai Romani, la più lunga e complessa lettera dell'apostolo Paolo, riveste una particolare importanza.

Da Agostino a Lutero, da Calvino a Barth, numerosissimi teologi si sono cimentati nell'interpretazione di tale lettera e spesso ne hanno fatta la bandiera del messaggio che intendevano trasmettere. Infatti la lettera risulta ricchissima di argomenti particolarmente coinvolgenti che offrono lo spunto per ulteriori sviluppi. Ed è interessante notare che svariate parti della lettera costituiscono un'autentica crux interpretum e portano a conclusioni talvolta opposte. Già alla fine del primo secolo si segnalava che nelle lettere di Paolo «ci sono alcune cose difficili da comprendere» (II Pietro 3, 16). Lungi da me la pretesa di presentare finalmente...la corretta interpretazione! Semplicemente, dopo avere letto e meditato la monumentale opera di Romano Penna (Lettera ai Romani, Dehoniane 2010), nonché altri commenti, mi permetto di esporre alcuni miei pensieri.

 

Rende giusti gli inefficaci

Già subito dopo l'introduzione troviamo la sentenza: «È la giustizia di Dio che per esso si rivela di fede in fede, come sta scritto "Il giusto per fede vivrà"» (1,17: d’ora in vanti salvo altra indicazioni le citazioni si intendono dalla Lettera ai Romani). La giustizia di Dio, cioè che proviene da Dio, attraverso il vangelo (il lieto annuncio fatto proprio da Paolo) si rivela come un nuovo sorprendente genere di giustizia: chi aderisce a Dio, accettando il suo incondizionato messaggio di salvezza, sarà reso giusto e avrà la vita divina.

Altrove abbiamo simili formulazioni. «Riteniamo infatti che venga giustificato per fede un uomo, senza opere di legge». La "giustificazione" non è rimandata a un giudizio futuro, è già una realtà. E per "uomo", ànthropos, si intende ogni essere umano, di qualsiasi cultura, di qualsiasi genere. La mancanza dell'articolo implica il riferimento all'uomo in quanto tale, uno qualunque, ogni persona, chiunque.

Ma che cosa sono le «opere di legge»? La "legge mosaica"? Nel contesto in cui scrive Paolo, forse. Ma per "un uomo qualsiasi"? Paolo afferma che i pagani «sono legge a se stessi e manifestano che l'opera della legge è scritta nei loro cuori» (2,14-15). Per noi, non-giudei viventi nel XXI secolo, che cosa sono le opere di legge? Non si corre il rischio di vedere anche nel Vangelo un "codice"? Se intendiamo seguire tutte le prescrizioni per ottenere la grazia, «siamo condannati a vivere o come trasgressori o nello sforzo inutile di essere osservanti: il che, nella migliore delle ipotesi, porta alla peggiore trasgressione, l'autogiustificazione» (Fausti).

Secondo Paolo, siamo «connaturati» a Cristo, sùnphutoi, abbiamo con lui un'affinità ontologica, quindi siamo «morti al peccato» (6,5;11). Non si tratta di un "imperativo", di un "dover essere" ma di un "indicativo", una nuova realtà. Mi ha aiutato a capire questi versetti quanto scrive don Milani a proposito della sua scuola. «Gli amici mi domandano come faccio a far scuola... Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter far scuola» (Esperienze pastorali).

«Essere»!... Non «Fare, fare, fare»! Talvolta ognuno di noi può tentare di stendere un bilancio della propria vita e domandarsi: «Che cosa ho fatto nella mia vita? Sono riuscito a ottenere qualche risultato? In che cosa ho fallito?». Siamo schiavi di un'implacabile Legge del Fare. Ma la Fede è un'altra cosa. Anzi Fede è proprio la liberazione dalla dipendenza dal "fare", dal "risultato". «Sperare contro ogni speranza» (4,18).

Nel corso dell'Epistola Paolo diverse volte usa un artificio retorico. Immagina che un interlocutore ponga una questione. E Paolo ogni volta risponde con un me ghénoito, che noi traduciamo con un «No, certamente, è assurdo, no davvero, impossibile». Le domande costituiscono una provocazione: «Restare nel peccato perché abbondi la grazia?» (6,1); «Dobbiamo peccare perché non siamo più sotto la legge ma sotto la grazia?» (Rom. 6,15). «La legge è peccato?» (7,7). E Paolo risponde ogni volta con un secco me ghénoito.

Le stesse decise risposte meriterebberro simili domande tentatrici: «Dovremmo allora cercare il fallimento, non darci da fare per un buon risultato? Dovremmo addirittura fare il possibile perché la nostra azione risultasse inefficace, inconcludente?».

 

Rende giusti gli scomunicati

«Presso Dio non c'è preferenza di persone» (2,11); «Giudeo è colui che non si mostra, e la sua circoncisione è quella del cuore, nello spirito e non nella lettera» (2,29). Ciò che conta è essere giudeo en to kruptò, nel segreto, a livello di ciò che non è visibile, un "criptogiudeo", un giudeo anonimo. E l'Apostolo vede nel "gentile" un influsso dello spirito. Anche se non è lo Spirito Santo, si tratta di quello spirito divino che secondo la tradizione giudaica sarebbe riservato solo a Israele.

Ma non solo. La situazione ai tempi di Paolo appare rovesciata. Gli israeliti, fratelli di Paolo, pur avendo la «filiazione adottiva e la gloria e le alleanze e il culto e le promesse e venendo da essi il Cristo secondo la carne» (9,4,5), «misconoscendo la giustizia di Dio e cercando di affermare la propria giustizia, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio» (10,3). È probabile che, in questo lamento, Paolo veda rispecchiata nella concezione israelitica la propria vita passata, tutta incentrata in modo esclusivo sul valore e sull'osservanza della Torah.

Ma non solo. Paolo si trova a rispondere alla domanda per lui la più angosciante: «Dio avrebbe forse ripudiato il suo popolo?». «Impossibile, me ghénoito!» (11,1). Come anche in passato, nella storia del popolo di Israele, «così anche al presente c'è un resto, conforme a un'elezione per grazia» (11,5).

Ma non solo. Alla drammatica domanda: Coloro che si sono induriti, la maggioranza degli israeliti, «inciamparono per cadere?». «Me ghénoito, a causa della loro caduta la salvezza è giunta ai pagani» (11,11). Ecco lo scandaloso prodigio già annunciato dal profeta Isaia: «Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato a quelli che non si rivolgevano a me» (10,20). L'aspetto scandaloso della tesi di Paolo sta nel fatto che una ricerca di Dio non porta a un incontro con ciò che egli realmente è, dato che egli si fa paradossalmente trovare da coloro che non pregiudicano la sua possibilità di rivelarsi in termini del tutto nuovi, non più secondo le categorie religiose tradizionali.

Ma non solo. Una stretta connessione si è stabilita tra la caduta di Israele e la salvezza dei pagani. Paolo la rappresenta paragonando Israele a un ulivo e i pagani a un ulivo selvatico, un olivastro. «Se alcuni rami sono stati spezzati, mentre tu che sei un olivastro sei stato innestato in loro... sappi che non tu porti la radice ma è la radice che porta te» (11,17-18). E il mistero di Israele sarà svelato alla fine dei tempi: «Tutto Israele sarà salvato... Poiché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (11,26; 29). L'azione di Dio che vuole che tutti siano salvi è mossa unicamente dalla misericordia. Dalla disobbedienza di tutti alla salvezza di tutti! «Dio ha racchiuso tutti nella disubbidienza per usare misericordia a tutti» (11, 32).

A chi Dio dona misericordia e salvezza nel XXI secolo? Forse più ai criptocristiani, ai cristiani anonimi, che ai cristiani conclamati che dovrebbero invece essere i testimoni del Regno di Dio. Forse i "giudei" di oggi sono le chiese cristiane che, salvo un piccolo resto, hanno tradito l'annuncio di Gesù. E forse, come scriveva don Milani, il tradimento delle chiese potrà essere occasione di salvezza per coloro che ora sono lontani.

 

Rende giusti gli arretrati

«Quanto a chi è debole nella fede, accoglietelo, senza polemizzare sulle sue convinzioni. Uno infatti crede di mangiare tutto, mentre un altro, essendo debole, mangia solo verdure. Colui che mangia non disprezzi chi non mangia e colui che non mangia non giudichi chi mangia, poiché Dio lo ha accolto... C'è chi giudica un giorno preferibile invece di un altro, e c'è invece chi privilegia qualunque giorno. Ciascuno sia convinto nella sua propria persuasione... Non giudichiamoci più a vicenda, piuttosto guardate di non porre ostacolo o impedimento al fratello» (14,1,5,13).

Chi sono i "deboli"? Coloro la cui fede non permette di capire che cosa si debba fare o non fare in alcune situazioni. L'Apostolo, pur condividendo teoricamente il punto di vista dei "forti", rimprovera il loro atteggiamento di ostentazione della propria libertà a danno dei "deboli". Così come bolla la pretesa dei "deboli" di giudicare i "forti". Ammonisce gli uni e gli altri e si mette in gioco personalmente («non giudichiamoci»).

Simile è la situazione nella chiesa di Corinto, a proposito del mangiare o non mangiare la carne sacrificata agli idoli. Simile è la risposta di Paolo: «Badate che questa vostra libertà di agire non diventi occasione di caduta per i deboli» (I Cor 8,9). Anche in questo caso egli critica una certa visione della libertà. L'io deve tenere conto di vivere in un contesto comunitario.

In altre chiese troviamo problemi simili. Ma non è lecito confondere i "deboli" di Roma e di Corinto con coloro che creano problemi in Galazia e a Colosse. In Galazia sono probabilmente i giudeizzanti coloro che tentavano di imporre una religiosità consistente nel «celebrare giorni, mesi, stagioni, anni» (Gal 4,10). A Colosse prescrizioni e tabù venivano imposti da un'ingannevole philosophia. «Perché lasciarvi imporre, "dogmatizzare" (dogmatìzesthe) dei precetti quali "non prendere, non gustare, non toccare"? Tutte cose destinate a scomparire con l'uso. Sono infatti prescrizioni e insegnamenti di uomini» (Col 2,8;20-22). Non «deboli» ma «prepotenti»!

Chi sono ora, nel XXI secolo, i "forti" e i "deboli" nella fede? I "forti" siamo noi che abbiamo salutato con gioia le riforme del Concilio e ora di papa Francesco? Noi che preferiamo leggere la Scrittura piuttosto che seguire riti tradizionali e compiere pellegrinaggi? Noi che rischiamo perciò di... guardare dall'alto in basso coloro che si sentono nostalgici del passato e turbati da certe novità. Attenzione. Con la nostra prosopopea corriamo il pericolo di essere noi i veri "reazionari". Siamo in grado di rispettare coloro che sembrano ancora legati a una certa devozione, a una certa teologia?

In verità, quando eravamo più giovani, abbiamo sentito il peso della gerarchia quando ci imponeva una serie di doveri e di dogmi, una teologia che spesso era la filosofia aristotelico-tomista. Ma non dimentichiamo che, anche allora, operavano spiriti autenticamente evangelici, come La Pira, Mazzolari, Milani, Turoldo, Maritain, Mounier, de Foucauld. E tantissime persone sconosciute. Una gerarchia poco cristiana non riesce a spegnere lo Spirito.

Dario Oitana

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