il foglio 
Mappa | 14 utenti on line


 Login
   
    
 Ricordati di me

  menu
 ::  editoriali
 ::  bibbia
 ::  chiesa
 ::  documenti
 ::  etica
 ::  filosofia
 ::  lettere
 ::  mondo
 ::  pace-nonviolenza
 ::  poesia
 ::  politica
 ::  recensioni
 ::  scienza
 ::  società
 ::  storia
 ::  teologia
 ::  zibaldone
 :: home
 :: indici analitici
 :: solo online

 Ricerca
  

 in libreria

Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

Aldo Bodrato

QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


  etica
 462 - Chi ha orecchie per intendere, intenda

 

LE PARABOLE "IMMORALI"

 

Le parabole, fino a poco tempo fa, erano per lo più viste come racconti "edificanti", quasi come le favole di Esopo e Fedro. E se qualche particolare poteva disturbare, ce lo spiegavano come pura metafora.

E così, le parabole più lette, commentate e preferite nelle omelie e nei ritiri spirituali, risultavano essere Il buon Samaritano e Il figliol prodigo. Insomma le parabole dovevano rasserenare. Nulla si diceva sull'ambiente storico, politico, economico e sociale che faceva da contesto al racconto. Il racconto parabolico non doveva rivestire alcuna rilevanza teologica, era solo uno strumento per chiarire il messaggio vero e proprio. Le riflessioni che seguono non pretendono di fornire la soluzione, la chiave di lettura delle parabole. Sono solo un contributo per stimolare la ricerca. Tra i testi consultati: Compendio delle parabole di Gesù, Autori vari, a cura di Ruben Zimmermann, Queriniana 2011; Le parabole di Gesù di Luise Schottroff, Queriniana 2007; Le parabole di Gesù di Joachim Jeremias, Paideia 1967 e le pagine dedicate alle parabole nei commenti ai vangeli di Matteo e Luca di Urlich Luz e François Bovon, Paideia 2013 e 2007. Per non appesantire la lettura, mi limiterò a indicare semplicemente con le iniziali (Z, S, J, L, B) degli autori le fonti a cui mi riferisco.

 

Racconti "edificanti"?

«Le parabole raccontano effettivamente la vita degli uomini al tempo dell'impero romano; la rappresentazione della loro vita è messaggio diretto che vuole essere ascoltato» (S). Consideriamo dunque alcuni racconti parabolici che, di per sé, risultano tutt'altro che "edificanti".

Il servo "fidato" e il servo "infido". La punizione per quest'ultimo è particolarmente feroce: il padrone «lo taglierà in due (dichotomèsei)» (Matteo 24,51; Luca 12, 46). Si getta una fosca luce sulla condizione dei servi. «Il castigo del servo che non ha eseguito il proprio compito va ben al di là del principio del "taglione" (Z). Alcuni interpreti hanno cercato di superare il disagio per una simile crudeltà ipotizzando una diversa traduzione dall'aramaico. Ma un simile trattamento non era raro e l'espressione va intesa in senso letterale (L). La parabola fa parte delle "parabole della vigilanza". Esse vengono introdotte da una citazione dell'Esodo (12,11): «Siate pronti, con la cintura ai fianchi...» (Luca 12,35). Si fa memoria della liberazione dalla schiavitù in Egitto. Questo può essere il titolo critico delle successive parabole: dalla schiavitù al servizio del "veniente".

La parabola Il servo spietato (Matteo 18, 23-35) viene introdotta dal detto di Gesù: perdonare «settanta volte sette» (v. 22). Eppure "il padrone" perdona una sola volta! Il servo viene consegnato agli aguzzini che lo torturano «finché non gli avesse restituito tutto il dovuto». Il giudizio "definitivo" dovrebbe essere non l'ultimo, ma il "penultimo", come suggerisce Tolstoj, in una sua "nuova versione" della parabola. Gli ascoltatori sono spinti a «inventare un altro finale» (Z).

In Luca 14, 16-24, La grande cena, il padrone, arrabbiato, invita i "poveri" come "tappabuchi", in sostituzione dei primi ricchi invitati. Ben diverso era quanto Gesù aveva in precedenza proposto: «non invitare amici, fratelli, parenti, vicini ricchi... invita poveri, zoppi, storpi, ciechi...» (Luca 14, 12-14): grande differenza tra una carità spavalda e la giustizia messianica (Z).

 

Antigiudaismo

La parabola I vignaioli omicidi figura nei tre sinottici (Marco 12,1-12; Matteo 21, 33-46; Luca 20, 9-19). All'inizio si fa riferimento al "Canto della vigna" di Isaia 5, 1-7, in cui la vigna rappresenta Israele (v. 7). Ma, mentre in Isaia il proprietario è legato alla sua vigna da un rapporto d'amore, nella parabola esso nutre solo un interesse affaristico. I vignaioli si rifiutano di pagare il tributo al proprietario, maltrattano e uccidono i servi inviati a riscuoterlo. Esaminando la situazione economica e sociale della Palestina ai tempi di Gesù, si può ipotizzare che i contadini non pagano il tributo non perché non vogliono, ma perché non sono in grado di farlo. Vittime di un sistema ingiusto, non conoscono altro modo di difendersi se non ricorrendo alla violenza (Z). Jeremias trova plausibile il racconto. «Non si tratta di un'allegoria, ma di una parabola collegata a degli avvenimenti reali» (J).

Tuttavia, il racconto tramandato dagli evangelisti risulta un'allegorizzazione. Si tratterebbe di uno schizzo della storia della salvezza: Israele, i profeti, la distruzione di Gerusalemme, la Chiesa dei pagani. «Il padrone ... sterminerà quei vignaioli e darà la vigna ad altri ... la pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d'angolo» (Marco 12,9-10). Alla citazione del salmo 118, Matteo e Luca aggiungono: «Chi cadrà sopra questa pietra sarà sfracellato e qualora essa cada su qualcuno, lo stritolerà». Così Luz commenta tale versetto: «I capi giudaici, e anche il popolo, subiranno un destino tremendo. La pietra, Cristo stesso, li schiaccerà... A mio giudizio questa è (purtroppo) l'unica interpretazione possibile». In quel «purtroppo» c'è tutta la sofferenza dell'esegeta. E così conclude: «Si deve prendere sul serio il testo... si deve tenergli testa, senza sconti né riduzioni, assieme a tutto ciò che si è verificato nella nostra storia a causa della diseredazione di Israele che esso ha contribuito a determinare. Rimuovere la colpa fa sì che essa non sia mai esistita» (L). «L'abuso assassino che è stato fatto per secoli non può essere cancellato... Questa storia di violenza che resta connessa con i testi, dev'essere dichiarata pubblicamente e di continuo, se si vuole che i testi possano tornare a essere fonti della fede cristiana» (S).

Nella parabola Il banchetto di nozze (Matteo, 22,2-10), simile a quella della Grande cena, il "re", al rifiuto dei primi invitati, «si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città» (v.7). Secondo l'esegesi tradizionale, il re è Dio, il "figlio", il Figlio di Dio, la festa è la volontà salvifica di Dio, l'invio dei servi è l'invio inutile dei profeti. «La distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. sarebbe l'atto punitivo definitivo di Dio nei confronti del disobbediente Israele... Questa interpretazione, come molte altre, divenne un potente strumento per la distruzione teologica del popolo ebraico... Occorre invece domandarci se la parabola non reciti forse "Dio non è così, tra voi non è così" (cfr. Marco 10, 43)... Il racconto parabolico parla di esperienze di violenza sotto la dominazione romana. Il confronto col Dio di Israele significa per gli ascoltatori che essi devono rispondere con le proprie parole alla parabola, trovare parole che parlino del Regno di Dio» (S). I tradenti e l'evangelista hanno ampliato la parabola inserendovi le loro esperienze. Questo è anche il nostro compito. Fa parte della Scrittura stessa la sua vitalità: la trasformazione della tradizione, il suo rinnovamento vitale, ne fanno parte. Una fedeltà alla Bibbia che non si abbandona a questa forza di trasformazione, non è fedele alla Bibbia (L). Ci sono due parabole simili: quella dei talenti (Matteo, 25, 14-30) e quella delle mine (Luca, 19, 12-27), quest'ultima intrecciata con la "parabola" del Pretendente al trono che si conclude in modo violento: «e quei nemici... conduceteli qui e uccideteli davanti a me». Nella sua lettera e nella lettura che ne farà il trionfalismo cristiano, questo versetto promana rappresaglia e oppressione (B). Il «servo malvagio» che ha nascosto il denaro, in realtà si è rifiutato di servire Mammona, di partecipare da gregario a un sistema di sfruttamento. Come è possibile pregare «come noi li rimettiamo ai nostri debitori» e vedere come rappresentante di Dio un proprietario di servi che si attende dal suo patrimonio un profitto enorme? (S).

 

Imparate dalle parabole "ingiuste"!

Abbiamo un'altra parabola "immorale", scandalosa: L'amministratore disonesto. Ma, questa volta, l'immoralità è evidenziata senza cautele. Viene descritto il comportamento di un "ingannatore" che riceve la lode dell'ingannato. «L'accusato ha agito "rettamente" proprio facendo quello che gli era stato imputato. Il protagonista è solo un amministratore e come tale può solo amministrare disonestamente» (Z). Al racconto contraddittorio (Luca 16,1-8a) furono aggiunti commenti altrettanto contraddittori (Luca 16,8b-13), un'interpretazione che non può dischiudere in tutto e per tutto il senso della parabola. «I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari, sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: procuratevi amici con la iniqua ricchezza (Mamonà tes adikìas), perché, quando verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne». Il testo introduce una netta separazione tra i «figli di questo mondo» e i «figli della luce». È un motivo ricorrente. I cristiani sono «nel mondo, ma non del mondo, e per questo il mondo li odia» (cfr. Giov. 17,13-16). A un tale mondo i cristiani possono tutt'al più prendere parte nella modalità del «come se non» (1Cor. 7,29-31). Un modo alternativo di rapportarsi coi «figli di questo mondo» sarebbe fare leva su quell'aspetto, anche piccolo e trascurabile che alberga nel profondo di ciascuno di loro, come viene esemplificato dalla parabola dell'Amico importuno (Luca, 11, 5-8) e del Giudice e la vedova (Luca, 18, 1-8). Ma in questi casi l'amico importunato e il giudice non sono certo immagini di Dio!

Abbiamo anche una coppia di parabole che ci aiutano a capire in che cosa consista lo scandalo del messaggio evangelico (Luca 14,28-32). Prima di accingersi a un impresa rischiosa, bisogna calcolare le spese e i rischi. Se si inizia a costruire una torre e non si hanno i mezzi per completarla, si rischia di essere derisi. Così come un re, se scende in battaglia contro un nemico più potente, rischia di perdere la guerra. Ma il paradosso viene svelato nell'inimmaginabile conclusione: «Così (outos) chiunque di voi non rinuncia a tutti (pasin) i suoi averi, non può essere mio discepolo» (v.33). Ci sono quelli che devono contare sui propri soldi o sulle proprie truppe. Per imitarli (!) il cristiano deve liberarsi, deve prendere congedo, dire addio (apotàssetai) a tutti i suoi "beni" che risultano falsi appoggi, come ad esempio "i soldi" e "le truppe". Il potere di «essere suo discepolo» dipende da una rinuncia al potere del denaro, dell'appartenenza religiosa o delle armi (B).

Come dovremmo dunque leggere le parabole? Guardando la nostra vita come a un'immensa, sorprendente parabola. Le nostre avventure e disavventure personali sono sempre un segno più grande di noi. Possiamo scrivere nuove parabole che abbiano per protagonisti, per esempio, Salvini o Trump. Possiamo, dobbiamo imparare molto dallo scrupoloso impegno profuso da molti per recare omaggio al dio denaro col rischio di portare il mondo alla rovina. E darsi da fare, con altrettanto zelo e altrettanta sapienza, per costruire un mondo alternativo.

Dario Oitana

 Stampa Invia ad un amico Dai la tua opinione

 
 il foglio
 ::  presentazione
 ::  redazione
 ::  abbonamento
 ::  contatti
 ::  link
 :: archivio storico [parziale]

 avviso agli abbonati

Ci risulta che alcuni abbonati non ricevono a tempo debito, o non del tutto, la copia del nostro periodico. Ce ne scusiamo precisando che tale situazione non dipende da un nostro difetto bensì dal disservizio delle Poste.


 web partner

gli anni di carta

 Il Corriere di Tunisi

Aldo Bodrato

Enrico Peyretti

Delfino M. Rosso

 


 Numeri recenti
 :: 462 - Chi ha orecchie per intendere, intenda 
 :: 457 - Demitizzazione/1: 50 anni di Humanae vitae 
 :: 448 - La legge sul fine-vita, Dat e fiduciario 
 :: 437 - L’etica come possibilità 
 :: 437 - Kant: «cielo stellato sopra di me e coscienza morale dentro di me» 
 :: 429 - La dittatura del denarismo 
 :: 420 - “COME STAI? TUTTO BENE” 
 :: 420 - Al lettore benevolo 
 :: 415 - Preludio e fughe sul bene e sul male.  
 :: 409 - Rileggendo La banalità del male di Hannah Arendt / 1 
 :: 407 - Saper piangere 
 :: 406 - Storie di dubbi e libertà 
 :: 405 - BREVI AVVERTENZE PER EVITARE INCIDENTI DI DISCORSO 
 :: 403 - LA PROBABILITÀ DEI MONDI / 4: LEGGE NATURALE INUTILIZZABILE AI FINI MORALI 
 :: 403 - Dialogo interiore / 3 
 :: 402 - Dialogo interiore / 2 
 :: 401 - Dialogo interiore / 1 
 :: 394 - Credere è fidarsi / 1 
 :: 386 - PACIFISMO E NAZISMO 
 :: 374 - In morte di Raimon Panikkar (Barcellona 1918 – Tavertet 2010) 
 :: 372 - I CREDENTI SONO MASOCHISTI? 
 :: 373 - OLRE LA RECIPROCITÀ 
 :: 367 - Cilici, auto-flagellazioni e vangelo 
 :: 366 - Escatologia ed economia / 2 
 :: 365 - Escatologia ed economia / 1 
 :: 364 - NON GIUDICARE 
 :: 359 - Aiuto, l’integralismo! 
 :: 352 - VERITÀ E LIBERTÀ, TRA UNITÀ E MOLTEPLICITÀ 
 :: 346 - SPIRITUALITÀ 
 :: 340 - OLTRE I PACS/DICO 

copyright © 2005 il foglio - ideazione e realizzazione delfino maria rosso - powered by fullxml