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 463 - La profezia di George Orwell

 

Big Brother parla cinese

 

Nella sua inquietante profezia, George Orwell ha sbagliato poche cose: data e luogo; per il resto ha azzeccato praticamente tutto: contesto, media e conseguenze.

Abbiamo infatti dovuto attendere 35 anni (il 2019 e non il 1984 Nineteen Eighty-Four) perché in Cina (a Pechino in Estasia – per rimanere nei territori del suo romanzo ‒ e non a Londra in Oceania) il comunismo (detto «Obliteration of the Self» e sostanzialmente uguale al «Socing» in cui vive Winston Smith, protagonista del libro) realizzi il completo controllo politico, sociale, comportamentale e psicologico dei suoi cittadini: attraverso lo schermo dello smartphone, in privato, e le telecamere, onnipresenti nei luoghi pubblici.

Dopo avere oscurato tutti i social non cinesi (Facebook, l’ultimo a resistere, ha chiuso i battenti l’estate scorsa), il Pcc ha lanciato l’app xuexi qiangguo (trad. Studiare Xi per rendere il Paese più forte), che consente di ricevere direttamente sul proprio smartphone il “verbo” di Xi Jinping e accumulare punti preziosi nel sistema di valutazione sociale di ogni cittadino. Il principio della graduatoria comportamentale a punti è attualmente sperimentato in un certo numero di agglomerazioni su alcune decine di milioni di cittadini, e consiste nel dotare ogni cinese di un certo ammontare di “crediti”, che vengono defalcati a seguito di comportamenti giudicati scorretti. Oltre ai tradizionali sistemi del casellario giudiziale o della delazione, il Pcc sta sperimentando l’apporto della Intelligenza Artificiale per identificare, ad esempio, sulle immagini trasmesse dalle telecamere un pedone che attraversa fuori dalle strisce o un ciclista che passa con il rosso. Al di sotto di un certo punteggio, certe libertà vengono limitate, e oltrepassata una soglia critica scatta la “rieducazione” coatta. È comprensibile dunque che la app della Guida Suprema Xi Jinping abbia avuto un successo folgorante, dal momento che consente di recuperare punti preziosi. Accessoriamente il Big Brother comunista aspira la lista dei contatti personali del proprietario di smartphone e spia tutta la sua attività virtuale attraverso i cookies, così come i suoi spostamenti attraverso il Gps.

 

Gafam ci vende tutti i giorni

Questo ultimo tipo di spionaggio non è peculiare dei regimi comunisti, poiché praticato in Occidente dai monopoli di Internet (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft, conosciuti come Gafam) e dalla costellazione di operatori che gravita loro intorno. I nomi del nostro elenco telefonico, i messaggi che scambiamo sui social, la lista dei siti che visitiamo, i luoghi in cui ci spostiamo, sono pompati via, analizzati, raggruppati e venduti a chi ha interesse di farci comprare prodotti, servizi o... idee.

Ma da qualche tempo gli anticorpi della società civile hanno cominciato ad attaccare questa infezione oligopolistica del nostro corpo sociale e del nostro vivere quotidiano. Regole e paletti cominciano ad essere reclamati e imposti a quello che si autoproclamava il più libero dei mercati. Il vantaggio, in Occidente, è che la necessità di regolamentazione nasce dal basso, all’interno di un movimento più democratico.

 

L’autocensura non basta

Hanno iniziato il movimento associazioni di vario tipo contro le forme di molestie e persecuzioni veicolate dai social contro gli omosessuali, le donne, gli studenti. Associazioni femministe, Lgbt, di semplici parenti che hanno portato la lotta al cyber-harrassment dentro gli stessi social (Twitter in primis) e poi direttamente nelle aule dei tribunali contro gli autori delle violenze virtuali, ma anche dei media che li ospitano. Nonostante le difficoltà di agire per via legale contro soggetti installati in altri paesi, una giurisprudenza della non-impunità e della co-responsabilità comincia ad apparire. Il risultato è un moltiplicarsi di iniziative di autocensura dei social, che pure continuano a mostrarsi inefficaci, come dimostra tragicamente il recente caso del manifesto suprematista diffuso dall’autore della strage di Christchurch in Nuova Zelanda.

Anche le organizzazioni internazionali non esitano a puntare il dito contro la responsabilità dei social nella diffusione dannosa e perfino illecita di contenuti. È il caso dell’Oms che ha ottenuto da Facebook di oscurare tutte le pagine relative al tema della vaccinazione, pro o contro che siano. È il caso ugualmente della lunga e faticosa battaglia legislativa ingaggiata dalle Federazioni degli Autori europee per giungere a una direttiva che regolamenti e remùneri la diffusione in Internet di contenuti protetti da diritti d’autore.

 

La via del diritto e quella delle tasse

C’è voluto l’affare Cambridge Analytica perché finalmente anche i partiti politici delle democrazie occidentali si prendessero un bello spavento sul rischio di essere soppiantati da qualche subdola agenzia russa nella manipolazione delle coscienze. Qui il principio di autodisciplina invocato dai social per lavare i panni sporchi in famiglia ha mostrato di non valere nulla. Non basta infatti inventare un algoritmo per filtrare le fake news (o bufale, in buon vecchio italiano), quando il motore della loro veicolazione è la capacità di selezionare e identificare i profili delle persone a cui vengono destinate; cioè l’essenza stessa del modello economico delle Gafam. Ma l’importanza del rischio ha moltiplicato le forme di pressione e l’artiglieria pesante sta facendo apparizione. La via giurisprudenziale si è aperta in Belgio, dove Il Tribunale di Bruxelles, su istanza della Commissione per la protezione della vita privata (Cpvp), ha condannato Facebook a non raccogliere e conservare i dati personali dei suoi utilizzatori (i meta-dati che poi rivende a caro prezzo). La via fiscale è percorsa da Francia, Italia e Spagna che hanno annunciato di voler imporre alle Gafam una tassazione sul fatturato, non riuscendo a percepire le tasse sui profitti, che sono sottratti ai paesi in cui operano queste aziende, maestre nell’arte della ottimizzazione fiscale. La via dell’anti-monopolio è entrata con fanfara nel programma della candidata democratica Elysabeth Warren alle primarie Usa; propone niente di meno che smembrare le Gafam in ragione della loro posizione monopolistica, nel solco del Shermann Antitrust Act e della sentenza che divise Standard Oil in quattro diverse compagnie il 15 maggio 1911.

Non sarà un caso che Mark Zuckerberg si sia affrettato ad annunciare un nuovo orientamento strategico di Facebook, che mi arrischio a sintetizzare in «Meno blog, più WhatsApp», cioè meno pagine aperte a tutti e più messaggerie intimiste, meno dati personali raccolti e soprattutto conservati per poco tempo. Dobbiamo credergli? Comunque meglio mantenere la pressione e continuare a mettere paletti.

Possiamo rallegrarci che regolamentazioni e limiti comincino a strutturare la difesa dei diritti dei cittadini nel selvaggio territorio dei social e di internet; possiamo tirare un sospiro di sollievo che ciò avvenga in una dinamica democratica di confronto tra attori e interessi diversi, e non in un regime politico liberticida; possiamo e dobbiamo partecipare al movimento perché ne siamo tutti attori – chi più chi meno – e crediamo che la democrazia si esprima anche nella regolamentazione del mercato e non nella sua sostituzione con il Grande Fratello.

Stefano Casadio

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