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 466

Nel mondo è in atto una grande redistribuzione di lavoro e reddito che la sinistra occidentale non riesce a interpretare (vedi Papuzza sul foglio 465). Grandi paesi ex colonie o semicolonie hanno intrapreso vigorosamente la via dello sviluppo mentre altri scalpitano per seguirli. La loro concorrenza mette in crisi i nostri paesi di vecchia industrializzazione, destabilizzando i nostri sistemi sociali. La sinistra è in difficoltà perché il suo modello ideologico e quindi il suo modo di leggere la realtà è diventato obsoleto. I suoi schemi prevedevano uno scontro tra capitale e lavoro e l’unità di tutti i lavoratori. Ma oggi allo scontro tra capitale e lavoro si è sostituito quello tra i lavoratori dei paesi sviluppati e quelli dei paesi emergenti. I primi vogliono continuare a migliorare il loro tenore di vita così come è successo negli ultimi due secoli, gli altri vogliono uscire dal sottosviluppo e recuperare nel più breve tempo possibile il terreno perduto. Questa concorrenza tra lavoratori è molto favorevole al capitale, soprattutto quello finanziario, che si accaparra una parte crescente della ricchezza prodotta. Questo però non modifica la situazione di scontro tra classi lavoratrici. Tra capitale e lavoro c’è rivalità nella divisione del valore creato durante la produzione, ma anche solidarietà. Entrambi hanno interesse a far progredire l’impresa, ad aumentare la produzione per incrementare reddito e posti di lavoro. È così che negli ultimi 200 anni i lavoratori in Occidente hanno potuto migliorare progressivamente le loro condizioni di vita: attraverso le lotte hanno costretto il capitale a cedere loro una parte della ricchezza prodotta. Ora i lavoratori dei paesi emergenti vogliono seguire la stessa strada. Per loro quindi la solidarietà col capitale, che li sfrutta ma gli garantisce anche lavoro e reddito, è superiore a quella con i lavoratori dei paesi ricchi. Del resto tra lavoratori di zone con sviluppo molto diseguale, storicamente la concorrenza è sempre stata molto forte, più forte della solidarietà. Il nostro sviluppo è stato pagato anche con lo sfruttamento delle colonie, ora il loro sviluppo è pagato in parte con l’arresto del nostro.

Se ci si ferma all’analisi economica, al vivere giorno per giorno, non si vede come possano essere contemperati questi interessi contrapposti. Per trovare obiettivi politici comuni, occorre quindi elevarsi a un livello superiore, a problemi che oggi riguardano tutta l’umanità: la pace e la difesa dell’ambiente. Su questo terreno non contano né confini, né classi sociali, né recriminazioni. Da uno scontro economico o peggio militare tra grandi potenze o dal degrado dell’ambiente tutti alla fine ci perdiamo, fino a rischiare il suicidio dell’umanità. Parliamo di pace e ambiente da molto tempo, ma mai questi problemi erano apparsi così concreti e urgenti. La gravità e la portata di queste emergenze si può inferire dal durissimo scontro politico in atto in Occidente tra destra e sinistra, tra chi vorrebbe mantenere a tutti i costi le cose come stanno e chi ha capito che occorre cambiare modello di sviluppo e rendere il mondo più giusto. Le destre sono molto aggressive, più compatte, pronte a usare anche i mezzi di propaganda più squallidi, dispongono di molti fondi e possono contare sull’appoggio di importanti mezzi di informazione. Le sinistre invece sono più indecise, confuse e, come ho già detto, sono indebolite perché ancorate alla vecchia ideologia. Occorre anche dire che le tre scelte che hanno di fronte non facilitano il compito. L’accrescimento o almeno la difesa del tenore di vita dei lavoratori dei paesi sviluppati, il miglioramento di quello dei paesi emergenti e la difesa dell’ambiente non si possono perseguire contemporaneamente: almeno una è da sacrificare. I vari partiti in cui si è frantumata la sinistra occidentale non riescono a fare una scelta chiara e definitiva e si disperdono in proposte spesso contraddittorie e velleitarie. Per questo le destre sembrano in vantaggio e conquistano sempre più spazio su una popolazione impaurita, confusa e arrabbiata. Non è però tutto buio. Alla debolezza della sinistra sopperiscono due realtà. La prima è la Chiesa di papa Bergoglio, che ha scelto chiaramente i paesi poveri e il loro riscatto e la difesa dell’ambiente. La sua voce è sempre più forte e il suo impegno vigoroso: per questo sta pagando un prezzo elevato, con una fortissima opposizione, rischiando perfino una spaccatura all’interno della stessa Chiesa cattolica. L’altra è un vivace movimento globale di giovani e giovanissimi che si battono per l’ambiente. Ancora magmatico e disorganizzato e quindi debole politicamente, ha però una grande importanza perché, prima che politica, la battaglia è per l’egemonia culturale, per la conquista del cuore e della mente dei popoli, per affermare una visione del mondo più avanzata, più adeguata alle sfide che stiamo affrontando, più solidale. Anche loro sono attaccati fino all’irrisione. Evidentemente li temono.

Lo scontro dunque è feroce, la posta in gioco molto alta, altissima, impegnativa e anche dolorosa, soprattutto per noi occidentali, perché si tratta di rimettere in discussione posizioni acquisite e di modificare modi di pensare e vivere consolidati da tempo. Ma non abbiamo scelta. Di fronte abbiamo due possibilità: un lungo periodo di crisi, scontri e regressi o un passo avanti deciso verso due obiettivi che l’umanità insegue da tempo: una società più giusta e uguale e l’eliminazione della guerra come strumento per modificare l’assetto geopolitico e come soluzione dei conflitti tra popoli.


 
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