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 345 - ottobre
Ci ha commosso l'ondata di sentimento popolare che Luciano Pavarotti si è guadagnato. Ha lasciato una moglie (ma durante il funerale si parlava solo di «famigliari») per prenderne una più giovane: senza giudicare la vita altrui, il gesto in sé non fa simpatia. Era un esibizionista, anche se bravo. Ma sentire oggi la voce chiara di Pavarotti, capire che ha saputo rendere popolare un genere ormai elitario e chic come l'opera, che metteva l'anima nella sua arte, che ha vissuto con coraggio e spirito la sua malattia micidiale, ce lo avvicina. Davvero «Non fare paragoni. Chi vive è incomparabile» (Mandel'stam). In tutto e tutti c'è qualcosa di bello.

Ma qualcosa, nella chiesa e nell'istituzione, ha ecceduto rispetto alla spontanea simpatia umana. Per una volta che il popolo sente insieme un valore umano, riconciliandovi le tante divisioni, il sistema deve impadronirsene, catturare il personaggio e farsene bello. E ci va bene che la chiesa accolga a braccia aperte un uomo divorziato e risposato, senza giudicarlo, e preghi per lui da vivo e da morto, come deve pregare per tutti. Ma allora lo faccia per tutti quelli che lo chiedono, divorziati o Welby. Capiamo che non accetti chi la rifiuta esplicitamente. Ma senza fare preferenze. Infatti, se entra nella vostra assemblea uno ricco e famoso e un povero malvestito, e voi dite al primo: «Prego, siediti qui comodamente», e al povero: «Tu stai là in piedi», siete giudici con pensieri perversi (cfr. lettera di Giacomo 2,2-4). Non vogliamo la solita chiesa dei potenti. Quindi, d’ora in avanti: misericordiosa con Pavarotti, misericordiosa con tutti.

 

***

Quello di Pavarotti non è stato un semplice funerale religioso: un «grande», uno famoso, dalle doti eccelse nel campo della lirica, ha avuto per tre giorni al suo servizio (camera ardente e funerali) il duomo, la cattedrale, ossia la sede vescovile, il cuore della diocesi, il luogo assembleare di unione e di preghiera della chiesa di Dio che è in Modena. Ora, prescindendo dalla sua vita privata, non ci pare che dal punto di vista cristiano avesse così tanti meriti da sequestrare per tre giorni la casa-madre del popolo di Dio. È una delle solite e numerose manifestazione della polis religiosa (religione civile), che non solo non è in calo, ma ci sembra in crescita.

Riaffiora prepotentemente a più riprese la tendenza a identificare la comunità cristiana con l'entità territoriale in cui essa risiede. Storicamente ecclesia e polis, cioè una comunità locale che vive di fatto la logica della comunione e la più vasta comunità territoriale, non risultano mai omogenee; una autentica comunità cristiana è sempre, in qualche modo, estranea all'altra in quanto qualitativamente diversa. Quando si dà «adeguazione» vuol dire che la proposta di fede non è avvenuta in termini decisivi, ma che è stata strozzata, sino a risultare una semplice sanzione sacra di un ordine politico vigente. La polis non può che emarginare ed espellere l'autentico «fatto cristiano» come elemento di disturbo che, se vissuto, metterebbe a soqquadro le sue categorie efficientistiche, i suoi sistemi di relazione e di valori (ad es. i discorsi di don Mazzolari e don Milani, espulsi e a volte «criminalizzati»). La polis però può incamerare molto bene e persino privilegiare una religione funzionale alle proprie strutture portanti: perciò può ospitare solo un cristianesimo che accetti di ridursi a religione civile (il cappellano e l'ordinario militare vanno benissimo).

Naturalmente, affinché questa riduzione non faccia apparire la chiesa troppo svuotata, «mancata» e serva della polis, le si concede un suo spazio pubblico di rivendicazioni che non hanno quasi nessuna incidenza sul privato-personale (moltissimi, compresi i "grandi", non tengono infatti assolutamente conto di tali proibizioni): divorzio, aborto, contraccezione, fecondazione artificiale, guerra.

Ma non bisogna mollare: ogni generazione assapora la tentazione e la reale vischiosità della polis religiosa, come ogni generazione di credenti si ritrova daccapo a vivere l'avventura dell'Esodo e a dover riedificare la ecclesia, la quale non è mai una realtà conquistata una volta per sempre e completamente.

 


 

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