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 466 - I forestieri erano (chiamati) parrocchiani

 

Lo straniero nella Bibbia

 

La Bibbia ebraica dice in un unico e solo versetto di amare il prossimo (vicino) come te stesso (Lev 19,18), mentre ben una quarantina di passi prescrivono di amare lo straniero, in genere unito all'orfano ed alla vedova, e non solo di non opprimerli, di non lederne i diritti come in Deuteronomio 27,19 ed Esodo 22,20-23.

Segnaliamo inoltre Numeri 35,15 (diritto di asilo e rifugio); 9,14s (parità rituale) e 15,14-16 [uguaglianza giuridica fra l'israelita e lo straniero, presente anche in Esodo 12,49: «Vi sarà una sola legge per il nativo e per il forestiero»]. In Levitico 23,22 e in Deuteronomio 24,17-22 e 26,11s si prescrive di non spigolare e non racimolare l'uva e gli ulivi, di non mietere fino al margine del campo lasciando il resto delle messi al povero e al forestiero, oltre alle decime triennali per loro.

 

Ius soli generalizzato

Deut 10,18s ci introduce in un atteggiamento ulteriore che nasce dal comportamento amoroso di Dio stesso: «perché il Signore vostro Dio..., che non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all'orfano e alla vedova, ama lo straniero e gli dà cibo e vestito. Amate dunque lo straniero, poiché anche voi siete stati stranieri nel paese d'Egitto». È chiaro che il gruppo che si trova più in difficoltà è quello degli immigrati, particolarmente bisognosi e sprovvisti del necessario, tanto che Dio dà loro cibo e vestito. E lo si capisce perché spesso la loro presenza è conseguenza di un'immigrazione dovuta a guerra e miseria. Israele quindi, ricordando la sua condizione originaria di straniero e la successiva liberazione nell’esodo [anche quello odierno è un esodo, non più dalla schiavitù egiziana ma da quella libica], e abbattendo le frontiere che lo separavano dagli altri popoli, assume la stessa preoccupazione amorevole di Dio a tal punto da considerare il forestiero come un indigeno.

Infatti l'autore biblico va oltre i confini e le misure tradizionali introducendo l'idea di un popolo inclusivo (non sovranista e nazionalista), come si evince in modo ancor più esplicito da un altro testo del Levitico (19,34): «Lo straniero che dimora con voi sarà come uno nato da voi. Tu l’amerai come te stesso». La preoccupazione del legislatore va alla radice della mentalità (per sradicarla) da cui nasce l'ostilità verso lo straniero: ossia non considerarlo come parte del proprio popolo. Il testo ebraico (e pure i LXX) non dice, come suonano le traduzioni consuete: «Lo tratterete come colui che è nato tra voi», ma: «Sarà come uno nato fra di voi» come autoctono in voi [così i LXX; perché tradurre il verbo essere con trattare?]. L'uguaglianza si pone sul piano dell'origine, non solo del modo di agire nei suoi confronti. Questo è Ius soli generalizzato, addirittura applicato anche a chi fisicamente non è nato tra noi; a maggior ragione se anche geograficamente è pure nato in mezzo a noi (italiani). È analogo al passaggio linguistico di contiguità in latino fra hostis (nemico) e hospes (ospite), in italiano fra ostile e ospite.

Passando al NT, Xenos (straniero, da cui xenofobia) ricorre 4 volte in Matteo 25,35-44 sempre a proposito della terza opera di misericordia (mai negli altri vangeli): «Ero forestiero e (non) mi avete ospitato», che non ha bisogno di grandi spiegazioni perché l'identificazione di Gesù con lo straniero è immediata. Segnaliamo solo che per «ospitare-accogliere» l’evangelista ricorre al verbo synagein [sostantivo synagôgē] che designa l’adunanza dell’assemblea, per far capire che non s’intende il mero esercizio di un'ospitalità provvisoria e temporanea nei confronti di un puro destinatario di un servizio. Si suggerisce, in verità, un’accoglienza fatta di partecipazione, condivisione, integrazione e comunione, senza rinunciare a tutte le opere di misericordia [compresi gli ammalati (assistenza sanitaria) e i carcerati (assistenza penale)], che calzano pure oggi a pennello per i nostri migranti. Tali opere non sono un surplus ad libitum, bensì una questione cruciale per il cristiano: è già un problema disinteressarsene (nel linguaggio antico i peccati di “omissione”), figuriamoci essere contro di esse quando riguardano gli immigrati, peggio ancora se da parte di certe frange cattoliche.

 

Straniero di me

C’è poi il finale della lettera ai Romani (16,23) da cui, in un normale saluto di cortesia, emerge un dato sorprendente: «Vi saluta Gaio che mi ospita..», letteralmente «straniero di me» (xenos mou), ossia «ospitale con me». La parola straniero contiene il significato vuoi di ospitante, vuoi di ospitato, come del resto il termine italiano “ospite”. Per il NT «essere stranieri» (fuori dalla propria terra) comporta l'essere ospitati: è nella parola e nel concetto stesso, a partire già dalla lingua greca. Si noti che xenos trattiene il significato originario, ad es. le divinità straniere [più precisamente i demoni stranieri] di Atti 17,18; e pure il verbo xenizein conserva l'etimo di «dire cose strane» (Atti 17,20) o «trovare strano» (Prima Pietro 4,4). Ma nello stesso testo del medesimo autore (Luca) significa più spesso «dare o ricevere ospitalità» come in Atti 10,6; 10,23; 21,16 e 28,7. Si dà inoltre il sostantivo xenia, nel significato di accoglienza ospitale e a volte pure di cittadinanza; in modo molto tangibile negli unici due casi in cui ricorre nel NT (Atti 28,23 e Filemone 22) significa alloggio [hospitium, come l'italiano “foresteria” che designa l'alloggio per i forestieri (nei conventi)]. Straniero voleva dire ospite tout court! L'estraneità significava intrinsecamente accoglienza!

Luca 24,18: «Tu solo [Gesù viandante coi due di Emmaus] sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che è accaduto...». Il termine per “forestiero” è paroikeis [participio], da cui i nostri termini parroco/parrocchia (il cui  significato oggi è cambiato); tuttavia gli stranieri-forestieri allora erano “parrocchiani” (così pure il sostantivo paroikoi in Efesini 2,19). Tenendo presente che anticamente la “parrocchia” indicava il soggiorno in un paese straniero, sottolineiamo oggi come le nostre parrocchie si debbano aprire appunto ai “parrocchiani” (pellegrini accolti e integrati).

Luca 9,51-55: Gesù sta attraversando la Samaria che lo respinge; i focosi figli del tuono Giacomo e Giovanni chiedono di annientare i villaggi col fuoco dal cielo [...come i campi Rom?], ma Gesù rimprovera aspramente [letteralmente «si voltò e li minacciò»] le due colonne “identitarie” della chiesa primitiva che vogliono “fulminare” chi non crede in Cristo. E sempre in Samaria (Luca 10,38-42) Gesù è accolto dalle sorelle Marta e Maria nella loro casa: quindi le due amiche di Gesù sono (pensate come) samaritane [Emanuel Hirsch, Frühgeschichte des Evangeliums, (Protostoria del vangelo), Tubinga 1941, vol. II, p. 212s]. Risulta perciò del tutto marginale l'origine etnica: essere samaritane, o giudee di Betania come nel quarto vangelo (Gv 11,1-12,11; tradizioni discordanti, o anch'esse emigrate??).

Luca 10,29-37: la parabola (o meglio il racconto esemplare) del Buon Samaritano del quale sottolineiamo le numerose azioni operative: fattosi vicino, gli fasciò le ferite, vi versò olio (per lenire) e vino (per disinfettare; sarebbe più logico l'inverso: vino, olio, bende), lo caricò sul suo giumento, lo portò alla locanda, e si prese cura di lui (sottinteso anche durante la notte). Il giorno seguente diede due denari all'albergatore promettendo di rifondergli l'eventuale surplus al suo ritorno; è un commerciante uso a percorrere sovente quel tratto. Secondo Joachim Jeremias (Le parabole di Gesù, Paideia-Brescia 1967, p. 242) si tratta di una somma ragguardevole, pari al costo del sostentamento e dell'assistenza di una persona per parecchi giorni. Qui infatti, con un'inversione “anomala”, è un benestante straniero che soccorre e si prende cura di un “autoctono”: la scena è vista dalla Giudea e da Gerusalemme ove la parabola originariamente è stata raccontata «con il sacerdote e il levita davanti agli occhi degli ascoltatori e a pochi passi dalla strada che parte da Gerusalemme verso Gerico» (Hirsch 211). E si tratta per di più di un mercante in viaggio (v. 33): infatti lascia dei soldi all'albergatore perché non si può fermare; e non come il sacerdote e il levita che, finito il loro turno al tempio di Gerusalemme [per cui potevano rischiare l'impurità di toccare eventualmente un morto], se ne stavano tornando a casa «rilassati e senza premura». Jeremias inoltre osserva come (nella fiction dell'ambientazione scenica) sia difficile pensare che avesse con sé il materiale per medicare le ferite; deve aver ricavato delle bende lacerando il proprio copricapo-turbante e/o strappando la sottoveste di lino.

 

I Samaritani, odiati aramei pagani

Anche allora ci furono parecchi atti di terrorismo; circa vent'anni dopo il ministero pubblico di Gesù (nel 52 d.C secondo la testimonianza dello storico Giuseppe Flavio), dei Galilei che attraversavano la Samaria per andare a Gerusalemme (molto probabilmente in pellegrinaggio), furono massacrati nel loro passaggio attraverso i villaggi samaritani. Ma prima e durante la vita (pubblica) di Gesù ci sono stati altri massacri e sabotaggi, come la profanazione notturna del tempio di Gerusalemme nel 12 d. C. sempre ad opera dei samaritani, che erano considerati dai giudei alla stessa stregua dei pagani, e non tanto degli eretici-scismatici; così si comprende pure meglio, in reazione a queste azioni eversive, la richiesta dei figli di Zebedeo di bruciare i loro villaggi. Orbene, nonostante questi atti terroristici e il fatto che i Samaritani lo rifiutino, Gesù raccontò la parabola del Buon Samaritano in cui, per reazione contro l'implacabile odio tradizionale, con tono di sfida assegnò l'esemplare comportamento di caritatevole benefattore ad un “arameo pagano” [Hirsch 212].

Luca 16,19-31: anche il racconto esemplare del ricco (Epulone) e del povero Lazzaro riguarda il nostro tema. La teologia della liberazione è sempre più soppiantata in America (Nord e Sud) dalla cosiddetta teologia della “prosperità”, ad opera di cristiani conservatori super-finanziati. Seconda questa concezione la prosperità economica e l'ascesa sociale, per non dire la ricchezza opulenta, sono il segno della benedizione e del favore divino. Proprio questa parabola intende contestare polemicamente tale valorizzazione giudaica della ricchezza quale segno della grazia divina, che è esattamente il contrario delle beatitudini (il «Guai a voi ricchi» di Luca 6,24s).

Il mendicante Lazzaro «era stato gettato (ebeblêto) alla porta del ricco» [e non che «giaceva alla sua porta»]. Anche parte dei migranti attuali non sono tanto sopraggiunti [l'etimo di advena, alternato da S. Girolamo con peregrinus e hospes nel tradurre xenos], bensì gettati dagli scafisti verso le nostre coste/porti/porte, per poi approdare sui marciapiedi e dormire sotto i portici, o sulle panchine in riva al Po a Torino o nelle aiuole (prive di panchine) antistanti la Stazione di Milano. L'elemosina non basta: il Vangelo è cosa ben diversa da «una predica sulle pie opere di carità» [...eine Predigt von den Liebeswerken; Hirsch 213].

Mauro Pedrazzoli

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