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 469 - «Prêtres, soyez fiers de vôtre célibat» (cardinal Sarah)

 

I ministeri femminili nella storia

 

Secondo le anticipazioni del quotidiano francese «Le Figaro» del 13 gennaio 2010, nel libro del card. Robert Sarah Des profondeurs de nos coeurs, la continenza sessuale da funzionale (al ministero dei preti) diventerebbe ontologica, per cui il celibato è necessario, anzi indispensabile.

Sempre nel medesimo numero del giornale parigino c'è un'intervista al cardinale dal titolo «Preti, siate fieri del vostro celibato», il tutto pensato come un grido d'amore per il Papa, i preti e tutti i cristiani nella crisi sconvolgente (saisissante) che sta attraversando la Chiesa.

 

Portare in giro la moglie

Con questa politica (che scambia l'ideologia per amore) la gerarchia ecclesiastica cerca di proteggere l’attuale forma di servizio presbiterale a scapito del diritto dei fedeli di accedere all’Eucaristia, soprattutto nelle zone costrette a privarsene per mesi se non anni (È così che si amano i cristiani sparsi nelle regioni più impervie?). L'oggetto del contendere è proprio la concezione sacrale dell'Eucarestia (e dei ministeri): essa da una parte richiede obbligatoriamente un ministro ordinato maschio (e celibe) e dall'altra la rifiuta ai divorziati risposati.

Nel testo del cardinale si trova la seguente tesi: «Lo stato coniugale riguarda l'uomo nella sua totalità; e dato che servire il Signore richiede tutte le risorse di una persona, non sembra possibile che le due vocazioni si realizzino contemporaneamente». L'affermazione sembra provenire dallo scritto di Ratzinger [inserito all'interno del libro] che si richiama al «Non posso tacere» di S. Agostino, cosa che invece dovrebbe fare da Papa emerito. Il cardinale, prefetto della congregazione per il culto divino e i sacramenti, che ha ottenuto la licenza in teologia alla Gregoriana, ma anche quella in S. Scrittura presso lo Studium francescano di Gerusalemme, dovrebbe conoscere 1ª Corinti 9,5 in cui Paolo scrive: «Non abbiamo forse noi [io e Barnaba] il diritto di portare in giro una sorella (di fede) come moglie, allo stesso modo degli altri apostoli, dei fratelli del Signore (Mt 13,55; Mc 6,3) e di Cefa?» Pietro, gli apostoli e Giacomo, il fratello [carnale] del Signore (Galati 1,19), non hanno forse servito il Signore? I vescovi sposati di cui si parla nella 1ª Timoteo 3,1-7 non hanno servito il Signore? Gli attuali preti sposati della chiesa cattolica di rito greco-orientale (alcuni ancora presenti nel nostro Meridione) non stanno servendo il Signore?

 

Leta e Flavia: donne celebranti

Per quanto poi concerne i ministeri femminili, secondo lo storico e accademico del cristianesimo Giorgio Otranto [dimensionesperanza.it/aree/formazione-religiosa/teologia/item/2366], sul finire del V secolo in una vasta area dell'Italia meridionale e della Dalmazia, c'erano donne che esercitavano un vero e proprio “sacerdozio” (termine classico che tuttavia andrebbe evitato) ministeriale. Infatti Papa Gelasio nel 494 d.C. indirizza una lunga lettera a tutti gli episcopi della Lucania, Calabria e Sicilia, infuriato per il fatto che proprio col mandato (e forse con l'imposizione delle mani) dei vescovi «le donne venivano ammesse ad “amministrare ai sacri altari” [feminae sacris altaribus ministrare], e compivano tutte (cuncta) le funzioni che erano state assegnate solamente al ministero degli uomini e non competono al sesso femminile». Anche le epigrafi attestano l'esistenza del presbiterato femminile in Calabria tra la metà e la fine del V secolo, come la Leta presbytera di Tropea (che non è la moglie del prete); ma c'è pure una Flavia Vitalia presbytera nella città dalmata di Salona, ove sul coperchio di un sarcofago compare anche il termine sacerdotae (neologismo inequivocabilmente femminile, inesistente nel latino classico).

Attone (vescovo di Vercelli tra il IX e X secolo), esperto canonista e raccoglitore di disposizioni conciliari in materia di organizzazione ecclesiastica, vita sacramentale ed espressione liturgica, ribadisce [vedi anche il cartaceo di Giorgio Otranto, Italia meridionale e Puglia paleocristiane, Saggi storici, Edipuglia-Bari 1991, in particolare il capitolo/saggio sul Sacerdozio della donna nell'Italia meridionale, pp. 109-119] che nelle comunità cristiane antiche non solo gli uomini ma anche le donne venivano ordinate (ad adjumentum virorum etiam religiosae mulieres in sancta Ecclesia «cultrices» ordinabantur; Ep. 8, PL 134,114) ed erano a capo delle comunità (etiam feminae praeerant ecclesiis); erano chiamate presbitere (presbyterae) ed avevano il compito di predicare, comandare e insegnare a fondo (praedicandi, jubendi vel edocendi...officium sumpserant). Ricordiamo che i nomi terminanti in trix, come il suddetto cultrix nel pl. cultrices, sono nomina agentis, ossia indicano un'azione, nel nostro caso il fare culto [quindi donne celebranti?].

Tutto questo significa che la posizione assunta al riguardo dalla chiesa antica (non dalla sola gerarchia) non può configurarsi come una tradizione monolitica, ma piuttosto come una questione vivamente dibattuta, e diversamente risolta almeno nel primo mezzo millennio cristiano, per poi essere definitivamente “stroncata” a partire dalla monarchia assoluta papale. I conservatori insistono sul fatto che Gesù avrebbe selezionato solo 12 maschi, per cui tale scelta sarebbe irreformabile, col solito refrain: «non ci possiamo fare niente, perché proviene dalla volontà di Nostro Signore [è l'Ècriture comme Parole de Dieu (ivi nelle anticipazioni)]». Ma noi sosteniamo che il NT dice proprio il contrario [le défaut méthodologique (ivi) è loro, non nostro], a prescindere dalle (o semmai contro le) condizioni socio-culturali della donna in quel tempo.

 

Giunia: un'apostola insigne

Solo Luca restringe il titolo di apostolo ai 12, conosciuti a livello catechistico nella dizione classica dei 12 apostoli. Ma gli apostoli sono più dei 12, come ad es. Paolo e Barnaba, chiamati tali da Luca stesso nell'unica sua eccezione esterna ai 12 in Atti 14,4.14 (a Iconio nell'Anatolia, dopo che erano stati cacciati via dalla Cappadocia). Si è apostoli (inviati) per un dono del Gesù risorto, con l'incarico personale e permanente di predicare ed edificare la Chiesa. L'apostolo è mandato dall'alto, per volontà e “diritto divino” (secondo una classica espressione cara ai conservatori).

Orbene, nel finale della lettera ai Romani (16,1-16) non c'è solo la diaconessa Febe (quella che di solito viene ricordata) ma tutta una serie di saluti a donne e coppie di sposi: salutate Trifena, Trifosa e Perside che si affaticano nel Signore, che hanno lavorato per Lui servendolo (non erano mica tutte nubili). Salutate Prisca e Aquila, una coppia nominata ben sei volte nel NT (non hanno servito il Signore?), in una delle quali (Atti 18,2) si dice esplicitamente che erano marito e moglie. Veniamo ora al pezzo forte (Rom 16,7): «Salutate Andronico e Giunia [una coppia come Prisca e Aquila; Giunian, in accusativo, non è un maschio, come invece l'ha voluto far passare una tendenziosa storiografia cattolica]....sono degli apostoli insigni che erano in Cristo anche prima di me». Più precisamente «sono esimi fra gli apostoli», che spiccano come tali nel senso forte di Paolo, il quale non si riferisce al loro pur indubbio “apostolato” (nella dizione generica attuale) a Roma. Giunia è un'apostola insigne come Barnaba: gli apostoli non furono tutti maschi, poiché ci sono state apostole (dall'alto) per volontà divina; sono perciò i tradizionalisti che vanno contro il diritto divino, anziché assecondarlo. Se è così, chi siamo noi per interdire loro il presbiterato (che è un di meno rispetto all'essere apostoli)? Di diritto umano-ecclesiastico, e quindi riformabile, sono i preti solo maschi.

Mauro Pedrazzoli

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