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Ipermodernismo e ritorno all’antico

 

Come non bastasse la situazione di spietata concorrenza individuale che sperimentano storicamente gli operatori del trasporto merci, Amazon sta introducendo una componente di “uberizzazione” nella logistica dell’ultimo chilometro.

Il neologismo fa riferimento ad un’altro gigante del web: Uber. Nato a partire dalla cosiddetta economia partecipativa, il concetto di Uber aveva tutte le caratteristiche per sedurre: passiamo un sacco di ore in auto, da soli, per andare da A a B: perché non farci pagare un poco per dare un passaggio a qualcuno? E se poi quel qualcuno dovesse andare in un luogo che non è proprio sulla nostra strada, ma paga il costo dei km percorsi, magari il favore glielo facciamo volentieri anche altre volte. Basta sapere chi deve andare dove. Detto fatto! Uber inventa la app che, grazie al Gps dello smartphone, dice alla signora Kathy che due passeggeri le chiedono di portarli a casa nel Village dal cinema di Brooklyn. Così oggi Uber carica e scarica da un marciapiede all’altro 15 milioni di persone al giorno con 3 milioni di autisti “sospesi al loro smartphone”. Nelle cause giuslavoristiche, intentate per riqualificare in lavoro subordinato la prestazione di questi autisti, Uber risponde che, se anche hanno utilizzato i prestiti della sua società finanziaria per comprarsi l’auto per lavorare, gli autisti sono e restano “padroncini”.

 

Uberizzazione

Per spiegare la uberizzazione presso Amazon, dobbiamo illustrare un’altra cifra poco nota. Di tutte le merci che vengono vendute sui siti di Amazon, circa la metà non sono comprate e poi rivendute da Amazon e un terzo non transitano neppure dai loro centri di smistamento. Nel loro linguaggio si chiamano Vendor e Seller: il primo vende i suoi prodotti a Amazon che poi li rivende ai suoi clienti sul proprio sito internet (mettendoci tutta la potenza del suo marketing); il secondo vende direttamente ai clienti sul sito di Amazon; il primo fattura e spedisce la merce a Amazon; il secondo mette la sua merce “in conto deposito” sul sito (sperando che qualcuno la veda, e la compri) e poi spedisce direttamente al cliente, scegliendo se usare la sua propria logistica (di solito Dhl o la Posta) o quella di Amazon. Quando Dhl, o Ups o la Posta ricevono i pacchi da consegnare, di solito li passano ad un trasportatore specializzato in una particolare regione, il quale a sua volta li suddivide in tanti piccoli furgoni per arrivare ad ogni singola casa (questi sono i 160.000 “padroncini” dell’ultimo km.). Amazon ha dunque pensato che per molti dei suoi Seller (che spesso sono negozianti con dell’invenduto da far fuori) i servigi di un autista tipo “Uber” possono andare benissimo, senza scomodare un padroncino. In questo modo si moltiplicano gli operatori, si aumenta a dismisura la concorrenza e si riducono ulteriormente i prezzi.

Il fenomeno è vecchio e implacabile: agli inizi gli autisti di Uber prendevano in media 2,7 € al km, oggi che sono milioni ne prendono 0,92; i ciclisti che portano i pasti caldi prendevano 5 € a consegna due anni fa, oggi 2.5; i padroncini faranno la stessa fine. «Nel mondo del lavoro il grande paradosso della situazione attuale sta nel corto-circuito tra un fiammeggiante ipermodernismo e il ritorno regressivo a modelli di relazioni sociali contro i quali furono innalzati i Codici del Lavoro» (Le Goff, op. cit.).

Il modello di relazioni sociali, qui illustrato con il caso dei “padroncini”, è ampiamente sviluppato dai giganti del web anche nelle attività immateriali di produzione a monte di quella vetrina virtuale che noi vediamo sullo schermo dei nostri smartphone. Esiste una nuova categoria di lavoratori ‒ come scrive Piero De Chiara nell’intervento citato nel primo articolo di questa serie: «sono i “caps”, gli sviluppatori e fornitori di contenuti e applicazioni. L’impresa scarica verso di loro non solo la quasi totalità del lavoro creativo, ma anche i costi dei mezzi di produzione e la responsabilità legale nei confronti di terzi e trattiene, in media, il 60% dei ricavi». Migliaia (o forse centinaia di migliaia: i dati su questo fenomeno sono semplicemente inesistenti) di individui nel mondo, in un angolo di casa loro o su un tavolo di biblioteca all’università, sviluppano le app che utilizziamo ormai senza pensare a come sono nate. La modalità più frequente dei giganti del web per attirare a sé il frutto di notti insonni passate a scrivere questi programmi, è quella dei concorsi per lo sviluppo di nuove app. Poche settimane dopo avere lanciato la versione Window 10, nel luglio 2015, Microsoft bandiva la gara del suo tradizionale concorso “Imagine Cup”, per tutti coloro che volessero proporre una app basata sul nuovo sistema operativo. In questo modo i giganti del web si assicurano un’attività di ricerca e sviluppo sostenuta da migliaia di individui in competizione tra loro, remunerata con un premio e qualche royalties se la proposta entra nel catalogo ufficiale (Google Play, Apple Store, Microsoft Store, ecc.). Il tutto senza nessun vincolo di dover pagare stipendi a del personale assunto, e con il vantaggio straordinario di pagare solo i buoni risultati e non i tentativi falliti; il rischio è tutto per gli individui in competizione tra loro e non per l’impresa miliardaria. «È un value gap iniquo, ma non esistono sedi di rinegoziazione, perché è impossibile sviluppare tali attività senza essere presenti in piattaforme essenziali quali Google, Apple, Youtube o Facebook» (De Chiara, art. cit.)

 

Coop 4.0

Proprio nel 2019 è apparso qualche segnale dell’emergere di un possibile conflitto sociale, nonostante l’enorme disparità nel rapporto di forze. In maggio migliaia di autisti Uber in Usa hanno spento i loro smartphone per non prendere le chiamate, e contemporaneamente diffuso sui social-networks un appello a boicottare la piattaforma. In agosto, in Francia, i ciclisti di Deliveroo (una piattaforma inglese specializzata nella consegna a domicilio di pasti già pronti da ristoranti o fast-food) hanno sfilato in corteo incitando a boicottare la piattaforma ed hanno creato un portale per raccogliere testimonianze ed adesioni. Sebbene l’impatto sugli affari dei due operatori web sia stato insignificante, i due eventi hanno avuto vasta eco e raccolto molte simpatie.

Resta da immaginare quali forme potrebbe prendere un movimento che volesse federare la forza lavoro composta di migliaia e migliaia di individui in concorrenza reciproca, per farne un interlocutore robusto dei giganti del web e riequilibrare un rapporto di forza che ci riporta indietro di secoli.

Normalmente, nel corso della storia, è dall’interno di un gruppo di individui colpiti dalla stessa problematica che scaturisce la soluzione. Così mi immagino – e spero – che questi giovani lavoratori sapranno sviluppare una forma di associazione di interessi, la quale non potrà che prendere le stesse modalità di funzionamento tipiche di internet. Penso per esempio ad un portale che riesca a cumulare centinaia di migliaia di “account” dei diretti interessati, in modo da poterli mobilizzare in pochi secondi in azioni di boicottaggio e blocco dei giganti del web; che fornisca consigli giuridici (come leggere un contratto), finanziari (dove trovare il prestito adatto), giuslavoristici (come avviare un procedimento giudiziario), ecc.; che raccolga le testimonianze e le notazioni sui rapporti con i giganti del web così da creare una graduatoria dei “raccomandabili” e di quelli “da evitare”. Più complicato è immaginare chi possa candidarsi per iniziare tale impresa. Penso che sia difficile per i sindacati, ovunque troppo impegnati a difendere con le unghie e con i denti gli ultimi bastioni del modello di lavoro con contratto a durata indeterminata. Mi pare che sarebbe più conforme all’esperienza delle Cooperative, le quali hanno tradizionalmente la capacità di federare piccole e micro-imprese. Sarebbe la nascita di “Coop 4.0”. Ce n’è di gran bisogno.

Stefano Casadio

 

N. B.: i dati citati in questa serie di articoli sono tratti da www.statista.com.

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