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 470 - LA DIABOLICA COMMEDIA DANTESCA

 

L'INFERNO ESISTE?

 

Rispetto a sessant'anni fa, mi sembra di vivere in un altro pianeta. Allora, si credeva ancora all'inferno e ogni tanto i preti ne parlavano in tono minaccioso. E ora?

Ufficialmente, la dottrina rimane valida. Su Catechismo della Chiesa Cattolica (1992) leggiamo: «Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell'inferno, "il fuoco eterno"». In nota, un elenco di fonti autorevolissime: Sinodo di Costantinopoli, Concilio Lateranense IV, Concilio di Lione II, Benedetto XII, Cost. Benedictus Deus, Concilio di Firenze, Concilio di Trento, Paolo VI Credo del popolo di Dio.

 

Ero all'inferno e mi avete soccorso

In questi ultimi mesi, mi sono riletto la Divina Commedia. Certo, non è precisamente un "Catechismo", non è una dichiarazione dogmatica formulata da un Papa o da un Concilio. È un poema meraviglioso, scritto in un linguaggio poetico, dalle forti tinte. Per comprenderlo occorre calarci nella civiltà medievale in cui Dante ha vissuto, lottato, sofferto. Ma, tenuto conto del contesto storico e culturale e della complessa figura dell'autore, la visione dell'aldilà dantesco risulta vicina a quella che era la dottrina dominante, fino a pochi decenni fa.

Confesso che la mia prima impressione, da lettore del Terzo Millennio, è stata di una «immensa pietà» e un forte desiderio di «soccorrere i dannati». E' vero, Dante mostra interesse e un po' di pietà nei confronti di alcuni personaggi incontrati nei gironi infernali, come Francesca, Farinata, Brunetto Latini, Ulisse, Ugolino. I brani che li concernono sono quelli che a suo tempo avevo dovuto imparare a memoria. Ma mi hanno emotivamente colpito soprattutto le descrizioni di quei dannati che Dante non giudicava degni di pietà.

Gli iracondi si percuotono tra di loro «troncandosi coi denti a brano a brano». Viene da dire: «Uscite dalla palude, fate pace tra di voi». E in fondo allo Stige sono completamente immersi i cosiddetti accidiosi, che si "attristano" nel nero fango. Si dovrebbe tirarli su e sottoporli a un'energica cura antidepressiva. Gli eresiarchi, chiusi in una tomba infuocata? «Venite fuori, preghiamo insieme». La selva dei suicidi? «Non fronda verde, ma di color fosco». Invece li festeggeremo insieme in un bosco colorato e profumato, mentre la voce di De Andrè canterà: «Dio di misericordia, il tuo bel Paradiso, l'hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso... l'Inferno esiste solo per chi ne ha paura». E che cosa potremmo dire agli sventurati papi simoniaci, confitti all'ingiù, coi piedi arrosto? «Uscite, il vostro castigo sia l'orrore di avere costruito un "Dio d'oro e d'argento"». E similmente al povero Caifa, crocifisso per l'eternità e calpestato dai colpevoli di ipocrisia: «Il Gesù che avevi condannato è pronto a perdonarti». E, all'orribile vista di Maometto con le budella che pendono tra le gambe e «il tristo sacco che merda fa di quel che si trangugia» potremmo gridare: «Corriamo in una moschea e invochiamo Allah, Clemente e Misericordioso».

Al fondo dell'Inferno, nel ghiacciato lago Cocito, «eran l'ombre dolenti nella ghiaccia» battendo i denti. «Lo pianto stesso lì pianger non lascia... ché le lacrime prime fanno groppo e sì come visiere di cristallo, riempion sotto il ciglio tutto il coppo» (le lacrime impediscono il pianto, gelando e riempiendo di ghiaccio la cavità dell'occhiaia). Dante promette a un "traditore" di liberare i suoi occhi dal ghiaccio ma non mantiene la parola: «e cortesia fu lui esser villano». I traditori non meritano alcuna "cortesia"! Altrove Dante dovette subire i rimproveri di Virgilio: «Ancor se' tu degli altri sciocchi? Qui vive la pietà quand'è ben morta», cioè qui è pietoso l'essere spietati. Questa crudele mancanza di pietà fa ricordare il detto sprezzante di Salvini, a proposito del terrorista Battisti: «Dovrà marcire in prigione». Ma il Dio di Gesù è l'opposto di Salvini e del dio di Dante.

 

Inferno, anni Cinquanta

L'inferno di Dante è senz'altro legato alla visione non solo teologica, ma anche cosmica del mondo medievale. La sua inesauribile fantasia ci ha lasciato un'eredità culturale unica in tutto il mondo. Le sue costruzioni iperboliche sollecitano ancora la nostra sensibilità. Il tutto è dunque da attribuirsi alla visione di un letterato eccezionale? La paura dell'inferno, l'incombente possibilità di una dannazione eterna appartengono al Medio Evo, a un lontanissimo passato?

Negli anni Cinquanta i gesuiti erano soliti imporre agli alunni dei loro collegi tre giorni di Esercizi Spirituali, durante la Quaresima. Molte delle proposte di meditazione e di "conversione" sono finite nel dimenticatoio. Chissà perché sono proprio gli argomenti riguardanti il peccato e l'Inferno gli unici rimasti impressi nella mia memoria. Ad esempio, si immagina un adolescente, gravemente malato, in punto di morte. È cosciente, ma non può parlare. Vorrebbe tanto confessarsi, ma non può. Lo viene a trovare un amico, proprio quello che lo aveva messo sulla cattiva strada. Vorrebbe dirgli: "Pentiti e confessati, tu che puoi ancora parlare". Ma il ragazzo è in agonia e non può comunicare. Non ricordo la conclusione. Sarà riuscito a evitare la dannazione?

Altro esempio proposto. L'Inferno è come uno che sta per affogare, annaspa, annaspa, finalmente vede qualcosa che galleggia. Vi si aggrappa con tutte le forze ma qualcuno batte sulle sue dita fino a costringerlo a mollare la presa. Questa scena si ripete per tutta l'eternità. Forse il predicatore si era ispirato a un episodio della Commedia, riguardante "l'iracondo" Filippo Argenti: «Allor distese al legno ambo le mani / per che il maestro accorto lo sospinse / dicendo:"via costà con li altri cani"».

Infine, in un questionario che veniva distribuito, figurava la domanda: «Riconosci di essere peggiore del Diavolo?». La motivazione consisteva nel fatto che, mentre Lucifero aveva commesso un solo peccato («contra 'l suo fattore alzò le ciglia» scriveva Dante), noi, quanti peccati mortali (atti impuri!) avevamo commesso! E se Lucifero era condannato a rimanere per l'eternità conficcato nel ghiaccio, che cosa spetterà a noi? Ma per fortuna potevamo ancora ricorrere ai buoni Padri Gesuiti, confessarci e guadagnare il Paradiso!

Ma io ripagavo i miei "Maestri" con la stessa moneta. Così scrivevo al termine del Liceo: «Che cosa ho imparato? Soprattutto una cosa: che oltre ai molteplici pericoli del mondo, vi è anche quello di incontrare preti incapaci, preti rincretiniti; fra le varie forme in cui il diavolo si nasconde vi è anche quella del prete». Certamente la mia "morale" appariva più "progressista" rispetto a quella dei preti. Per me il peccato peggiore era l'egoismo dei ricchi. A proposito della parabola del ricco epulone, scagliavo la mia maledizione: «Gesù perdona alla peccatrice e all'adultera e non concede al ricco epulone neppure il refrigerio di una goccia d'acqua sulla lingua infuocata!». Da diciottenne contestavo l'insegnamento dei preti ma non mi accorgevo di essermi messo sullo stesso piano: un'etica della condanna, non un'etica del perdono. I Gesuiti almeno contemplavano la possibilità del perdono (Ego te absolvo...).

Ma anche nella più aperta Fuci, alla sera si recitava compieta con le parole della prima Epistola di Pietro: «quia adversarius vester diabulus tamquam leo rugiens circuit quaerens quem devoret». Chissà perché pregavamo così prima di coricarci!

 

L'inferno è vuoto?

Mi avevano detto che se c'era qualcuno all'inferno, questo era sicuramente Giuda, «il figlio della perdizione» (Giov. 17,12). Fece perciò impressione una predica tenuta il Giovedì santo del 1957 da don Mazzolari, Ma io voglio bene anche a Giuda: «Io non posso non pensare che anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, quella parola "amico" che gli ha detto il Signore mentre lo baciava per tradirlo, io non posso non pensare che questa parola abbia fatto strada nel suo povero cuore; e forse all'ultimo momento io credo che anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva bene e lo riceveva tra i suoi, di là, forse il primo apostolo che è entrato insieme ai due ladroni». Questo discorso era stato riprodotto in un disco. Le sue parole erano pronunciate con un tono fortemente emotivo.

Qualche anno prima (1953) aveva fatto molto più scalpore un libro di Giovanni Papini, Il Diavolo. Chi era Papini? Nei primi decenni dal Novecento aveva collaborato a varie riviste di avanguardia ed era stato anche processato per "oltraggio alla religione". Acceso interventista, così si esprimeva: «Ci voleva un caldo bagno di sangue dopo tanti tiepidumi di latte materno e lacrime fraterne. La guerra è spaventosa e proprio per questo dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi». Negli anni Trenta Papini si convertì e in seguito si ritirò in un convento divenendo terziario francescano. In che cosa costituiva lo "scandalo" della sua ultima opera? «Il disegno salvifico di Dio non si può compiere se mancasse anche una sola creatura. La bontà di Dio, attraverso la mediazione di Cristo, porterà tutte le creature ad una stessa fine». Il libro fu stroncato dall'«Osservatore Romano», boicottato dalle librerie cattoliche. Ma non finì all'Indice, per rispetto dovuto al "grande convertito".

E ora? Don Ferrero nel suo corso biblico in parrocchia (1995), dopo avere affermato che l'inferno è «uno stato possibile nell'aldilà, la possibilità reale di un fallimento totale della propria esistenza», così conclude: «L'inferno esiste, ma potrebbe essere "vuoto"». In tempi più recenti, ho più volte sentito affacciare tale ipotesi, anche da parte di teologi scrupolosamente ortodossi. Inferno vuoto? Un brillante escamotage? Un tentativo di proporre una teologia diversa, senza una clamorosa rottura con una venerabile tradizione?

Ma "l'abolizione dell'inferno", non può portarci a una mancanza di serietà e di responsabilità nei confronti della nostra vita e dell'umanità? In un articolo su il foglio 319 (febbraio 2005), dal significativo titolo Orfani del peccato Massimiliano Fortuna così si esprimeva: «La grande sfida degli illuministi è stata quella di liberarci dal senso di colpa. Il male è solamente un errore; e se così è, l'uomo può individuarne la causa ed estirparne persino le radici. Se il male è errore, il suo corrispettivo è una soluzione, ma proprio la pretesa di individuare la soluzione giusta è la tentazione da evitare. Le chiese cristiane hanno il merito di tenere ancora vivo il senso della differenza tra Dio e l'uomo e di cercare di ricordare a quest'ultimo la sua finitezza per impedirgli di eleggersi a manipolatore illimitato delle cose».

«Inferno, diavolo» sono costruzioni mitologiche difficili da accettare per l'uomo d'oggi. Ma la negazione pura e semplice di tali miti e la pretesa di avere trovato la "soluzione" al mistero del male può condurci a miti ben più devastanti. Non si tratta solo del nazismo e dello stalinismo. Si tratta della fede incrollabile nell'onnipotenza del dio denaro. L'inferno è vuoto... finora. Il mondo continua ad esistere, malgrado gli arsenali atomici... finora.

Dario Oitana

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