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Il mondo non è impegnato in una guerra, perché non è in corso uno scontro tra popoli, ma una lotta comune contro un virus, però le conseguenze economiche, politiche e sociali che dobbiamo affrontare sono simili a quelle che si verificano dopo una guerra: un aumento vertiginoso dell’indebitamento pubblico e privato e la variazione delle posizioni reciproche nella società delle classi, dei gruppi sociali e degli Stati. L’indebitamento, in particolare degli Stati ‒ si parla di migliaia di miliardi di euro ‒ potrà sconvolgere l’economia mondiale per anni; la tentazione per le classi sociali o per gli Stati di approfittare di questa situazione di debolezza generale per migliorare la loro posizione o per modificare le gerarchie mondiali, potrebbero creare pericolose tensioni sociali all’interno dei paesi e negli equilibri politici tra potenze locali o globali.

Quello tratteggiato sopra è lo scenario che potremmo dover affrontare nel post-pandemia. Abbiamo però questa volta un’alternativa: la possibilità forse irripetibile di imboccare tutti insieme una strada diversa. Innanzitutto perché gli Stati si trovano in una situazione di precarietà e debolezza difficilmente valutabile, che non dà a nessuno la certezza di uscirne meglio di altri, e poi perché la globalizzazione in cui viviamo, potente e fragile nello stesso tempo, invita tutti alla prudenza. Infatti se si dovesse frantumare, le perdite sarebbero incalcolabili: per qualcuno molto alte, per altri minori ma ingenti per tutti.

È per questo che assistiamo con molto interesse e speranza al dibattito che si sta svolgendo nell’Unione europea, emblematico e precursore di quello che potrebbe avvenire a livello globale. Gli europei debbono decidere come fronteggiare l’emergenza e sono indecisi tra il «si salvi chi può» e la solidarietà. Il confronto politico si svolge con difficoltà, stretto tra due tendenze regressive: la furbizia di una parte dei paesi più deboli che vogliono cogliere l’occasione dell’emergenza per attingere a piene mani ai fondi comuni, senza preoccuparsi di correggere antichi e nuovi mali, spesso incancreniti, e senza assumersi impegni o responsabilità, e la tentazione di importanti frange politiche dei paesi più forti di approfittare della situazione di debolezza di altri per migliorare ancora la loro posizione. Le trattative tuttavia procedono e si sono fatti alcuni importanti passi avanti come l’intervento illimitato della BCE per l’acquisto del debito pubblico emesso dai singoli Stati, evitando così il fallimento dei più deboli, l’istituzione da parte della Commissione europea (il governo europeo) di un fondo comune per le emergenze e la possibilità per i vari paesi di ottenere prestiti a tassi agevolati (non è ancora chiaro, però, se ci sono condizioni, e quali, per accedervi). Si sta discutendo se dare alla BCE la facoltà di emettere titoli del debito pubblico dell’Unione con tassi di interesse decisamente più bassi di quelli praticati agli Stati più indebitati.

Lo sviluppo di queste faticose trattative ha un’importanza generale perché può indicare una strada da seguire per il resto del mondo. A livello globale, infatti, la politica non si è ancora mossa, ciascun paese annaspa per conto suo con sporadici gesti di solidarietà. Ma prima o poi si porrà il problema perché, come detto, la globalizzazione non fa sconti: l’affondamento di interi continenti o la lotta di tutti contro tutti potrebbe trascinarci in una spirale perversa.

Questa potrebbe essere dunque l’occasione per una svolta, per allargare la visione politica e quella dell’opinione pubblica dal ristretto ambito locale al livello globale, là dove si possono affrontare veramente questa come le altre emergenze che ci affliggono. Per questo però il mondo ha bisogno di leader coraggiosi, lungimiranti e pronti a cogliere i segni che la storia ci sta pressantemente inviando, come papa Francesco.


 
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