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chiesa
«Noi avevamo pianificato tutto. Ci eravamo date da fare per avere un prete, poiché così deve essere secondo le regole della Chiesa cattolica. Poi però arrivò in modo del tutto sorprendente e molto sbrigativo la disdetta, e ci trovammo nella situazione di dovere, potere celebrare da sole» [si utilizzano tutti e quattro i verbi del lessico tedesco, due per “dovere” (müssen, nel senso del dovere obbligato, e sollen, nel senso di dovere morale), e due per “potere” (dürfen, nel senso di “è lecito, ci è consentito”, e können, nel senso di “essere in grado di...”, capaci di farlo)]. Così descrive una monaca i giorni poco prima di Pasqua, quando tutti i culti pubblici furono sospesi e a molte comunità femminili fu sbrigativamente vietata la celebrazione dell'Eucarestia con un celebrante esterno. La vita sottomessa alle forme sacramentali? Nella crisi del Coronavirus non avemmo scelta e proprio ciò dischiuse alternative genuine. Col crollo della fiducia si formò in primo luogo un vuoto e poi spazio per un discorso e una ricerca comune. Cos'è per noi importante? Cos'è centrale per la nostra fede e per la celebrazione della nostra fede? E la domanda spesso limitante: cos'è permesso? Come monache possiamo essere responsabili in prima persona dell'intera nostra vita, organizzarla e guidarla – anche e soprattutto nei valori spirituali – ma l'Eucarestia no. A una priora/superiora spetta la guida spirituale di una comunità, ma non la presidenza della celebrazione eucaristica. Quale immagine di comunità, quale immagine di prete e quale immagine di donna vi stanno dietro? Qui si mostra uno squilibrio asimmetrico della Chiesa cattolica e un'estrema dipendenza delle donne(-suore) da un uomo che ha ricevuto l'ordinazione sacerdotale. Per molte di noi fu chiaro: non ci saremmo messe semplicemente a sedere davanti al televisore o a una diretta in streaming. Ciò può essere stato caritatevole e prezioso per alcuni credenti, in particolare per quelli più anziani, soli, o anche per consorelle in quarantena; ma la partecipazione mediatica non può sostituire la celebrazione reale. Si pongono domande centrali nella concezione dell'Eucarestia: è una mensa comune di festa, o un evento esclusivo riservato a un prete ordinato? Il concilio Vaticano II al riguardo parla molto chiaro: si tratta del fatto che «tutti, (quelli) diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscono in assemblea... e mangiano alla mensa del Signore» (Sacrosanctum Concilium 10, il primo documento conciliare, sulla liturgia n.d.r.). Ci chiediamo: la forma correttamente celebrata è più importante del contenuto? Quanto seriamente la communio è ritenuta centrale per la celebrazione eucaristica? E ancora: le norme regolative e i precetti non restringono in modo troppo rigoroso la concezione del sacramento? Perché il sacramento validamente celebrato deve sempre dipendere ancora dalla decisione maturata nel corso della storia della chiesa, secondo cui solo un uomo celibe può essere ordinato prete? Perché infine - per rendere possibile a una comunità la celebrazione domenicale con un'esperienza di comunione ‒ delle persone di entrambi i sessi non possono essere incaricate per questo ministero, naturalmente con adeguata formazione? Sentiamo profondamente che la concezione ecclesiastica del ministero corre il gravissimo pericolo di cementare deleteri rapporti di potere. Le nostre forme sacramentali servono realmente alla vita, oppure la vita si è dovuta nel frattempo sottomettere alle forme? Un prete non può celebrare senza comunità Ci ha causato un diffuso disagio quando vescovi/preti annunciarono con grande superiorità di celebrare l'eucarestia in sostituzione vicaria della comunità assente..., anche se (altri) vescovi/preti in maniera solidale con tutti i credenti hanno rinunciato alla celebrazione eucaristica: se una comunità non può celebrare l'Eucarestia senza prete – vale anche l'inverso: un prete non può celebrare senza comunità. Nella nostra comunità nelle passate settimane abbiamo fatto l'esperienza toccante di mense festose che hanno fatto saltare in aria ogni direttiva vincolante sulla celebrazione eucaristica. Abbiamo condiviso pane e vino e in ciò è stato vissuto Gesù Cristo come presente in consonanza con noi. Nell'ultima cena Gesù diede ai suoi amici il compito «Fate questo in mia memoria» (1Cor 11,24s). Qui non si tratta solo di puro ricordo, ma molto di più: si tratta di attualizzazione. I cristiani si radunano, invitati da Gesù Cristo, e possono esperire che Dio è presente. La sua presenza si mostra nella comunità, nella sua parola, in molti altri eventi della celebrazione e in particolar modo nel pane e nel vino... Questo mysterium non può essere legato a un uomo (maschio) con l'ordinazione. Le vitali esperienze di agape non possono essere confrontate con la consumazione di ostie consacrate “a lunga conservazione”. Questo recarsi del prete al tabernacolo è sempre stato vissuto come rottura nella celebrazione. Al contesto dell'eucarestia appartiene anche la domanda sulla celebrazione feriale-quotidiana e quella festiva-domenicale. In moltissime regole degli ordini religiosi è prescritta la celebrazione il più possibile quotidiana della santa Messa. Come la mettiamo col fatto che alcune di noi – in questo periodo di riflessione “libero dall'eucarestia” ‒ non hanno neppure sentito la mancanza della celebrazione quotidiana (pur essendovi in parte abituate da decenni)? Quale memoria della passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo, la celebrazione eucaristica ha il suo posto alla domenica: quale fonte e culmine, non come un obbligo quotidiano. Molte di noi hanno dedicato una particolare attenzione alla liturgia delle ore, strutturata lungo la giornata come senz'altro appartenente al nostro “pane quotidiano”. La “mancanza” ci ha portato a un genuino guadagno in profondità spirituale e ad una sensibilità molto grande per preziose piccolezze: gesti di attenzione interpersonale sono diventate il segno della presenza di Cristo. Così le esperienze di questo periodo hanno disciolto la rigida direttiva sulla celebrazione dell'eucarestia rendendo chiaro il legame fra Liturgia e Diaconia. Traduzione creativa dei testi liturgici Al contesto delle riflessioni liturgiche appartengono infine anche le questioni di un aggiornamento della lingua liturgica. Alcune suore, incaricate della preparazione di celebrazioni liturgiche, si dedicarono alla ri-formulazione dei testi col risultato impressionante [riferito da una di esse] «che io stessa potevo veramente pregare con l'espressione linguistica da me plasmata. (Tutto) d'un tratto non ero più nel ruolo di uditrice, che può intervenire solo con risposte standardizzate. Fu tutta un'altra esperienza che mi fece sentire molto bene». Ne consegue la questione scottante: come può essere richiesta una vera «piena, consapevole, attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche?» (SC 14). Talune orazioni sono formulate in modo che molte di noi possono a mala pena reggere questi testi. Figuriamoci come potranno mai trovarsi tutte quelle persone che, diversamente da noi, non sono state lungo gli anni introdotte alla (storia della) liturgia! Riteniamo quindi assolutamente necessario un “lavoro di traduzione” dei testi liturgici nella realtà linguistica odierna, poiché nella liturgia la «parte immutabile in forza dell'istituzione divina» (SC 21) non può riferirsi alla formulazione dei testi delle preghiere [ossia alle «parti suscettibili di cambiamento, che nel corso del tempo possono o addirittura devono variare» (SC 21)]. Sotto questo profilo va posta la domanda su come rendere possibile al meglio un incontro quotidianamente fruttuoso con Dio: nel nostro ambito ecclesiale e liturgico dove c'è spazio per il silenzio, per l'incontro personale, individuale con Dio? Sino a ora la prassi religiosa, spesso istituzionalizzata e ritualizzata, separa di solito il sacro dal quotidiano. Molte esperienze dei mesi passati si sono collocate in stretta relazione con l'evento di Emmaus; così delle suore intrapresero passeggiate con l'atteggiamento di Madeleine Delbrêl: «Uscite fuori senza idee preconcette, senza piano di Dio, senza biblioteca appresso, senza rimuovere l'incertezza. Dirigetevi all'incontro con lui. Incamminatevi senza carte geografiche – e sappiate che Dio va trovato strada facendo, e non solo alla meta-traguardo. Non provateci a trovarlo seguendo ricette pre-confezionate, bensì lasciatevi trovare da lui nella povertà di una vita banale». Essere-sulla-strada insieme, stando ad ascoltare, chiedendo, interpretando: questo servizio, ecclesialmente trascurato ma importante, è stato offerto ovviamente da donne. Soffriamo con i malati e con tutti quelli che sono stati pesantemente colpiti dalle conseguenze sociali e finanziarie della pandemia. Siamo preoccupate per i terribili effetti che la pandemia ha già causato nelle regioni povere della terra e che molto probabilmente produrrà ancora. Ci riempie di preoccupazione in particolare il forte incremento della violenza (sessuale) su donne e bambini! Anche nelle nostre comunità ci sono stati conflitti; certo la riconciliazione era più importante, come pure il rispetto di chi pensa e sente diversamente. Ma, nonostante le tensioni suscitate, dobbiamo porre le nostre domande e ricercare seriamente delle risposte convincenti e più vivibili. Speriamo che le nostre esperienze contribuiscano a cercare nuove vie e a percorrerle con coraggio. Seguono i nomi delle monache, una mappa che riassume le esperienze, le tesi, le proposte innovative del testo, e circa 25 foto della “manifestazione” da loro organizzata a Monaco l'8 marzo 2020.
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