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 475 - Detti brevi di Gesù / 2: il miglio, il mantello e la spada

 

Lascia e raddoppia

Dopo quello sulla guancia (il primo dei detti nel n. 473), proseguiamo con quelli immediatamente seguenti del mantello e del miglio, iniziando da quest'ultimo più chiaro: «Se uno ti costringerà a fare un miglio, tu va' con lui per due» (Mt 5,41).

L'autorità di occupazione romana, non conoscendo bene la geografia del paese, poteva obbligare uno del luogo ad accompagnare i suoi funzionari o militari facendo loro strada per un miglio (romano, circa 1,5 km), ma non di più (una tutela legislativa del più debole). Cfr. i soldati che “requisiscono” Simone di Cirene (il Cireneo) per portare la croce di Gesù.

 

Dalla Legge alla Grazia

Ora Gesù dice di fare da guida per due miglia. Il senso è chiaro: vai oltre la legge, oltre il diritto rabbinico e romano, e le concezioni strettamente giuridiche; raddoppia, sii generoso, da’ a chi ti domanda, non rifiutare l'aiuto a un bisognoso (come nel v. 42 successivo). Ossia la dismisura del dono; tanto che in alcuni manoscritti, come la Vulgata, viene triplicato («tu fanne altri due»), e nel codice D di Beza, Ireneo e in parecchie versioni latine: «tu va' con lui per altri ancora». È tempo di raddoppiare la generosità solidale, soprattutto oggi in tempi di pandemia e migrazioni.

Il detto precedente sul mantello suona: «A chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello» (Mt 5,40). Non è rilevante il parallelo lucano molto più breve e senza il miglio, in cui Luca sintetizza tutto velocemente (assieme alla guancia) in un solo versetto (6,29), invertendo fra l'altro il mantello con la tunica [credendo in tal modo di essere più logico; infatti in condizioni normali ci si toglie prima il mantello, più esterno, e poi la tunica]: ma dimostrando così di non conoscere il diritto giudaico. Infatti, se uno allora era fortemente indebitato (come lascia presumere il «chiamare in giudizio»), il tribunale poteva sentenziare la restituzione “pignorando” [o dando in pegno] persino i vestiti, la tunica ecc., ma non il mantello, che era l'ultima difesa del povero contro le intemperie (un'altra tutela giuridica).

Per capire questi detti secchi è quindi fondamentale conoscere l'ambiente di vita e il contesto giuridico-sociale dell'epoca. Propongo un esempio tratto da un titolo sportivo (la cui prima parte è realmente comparsa su un quotidiano): se fra duemila anni, supponendo che non si sappia più nulla del mondo delle corse automobilistiche (che non esistono più da secoli), uno leggerà (in tedesco) il trafiletto isolato «Schumacher sbanca Montecarlo: una vittoria mozzafiato rischiando al casinò», cosa mai intenderà? Che un povero calzolaio [così suona in tedesco Schu(h)macher, fra l'altro scritto con l'iniziale maiuscola come tutti i sostantivi], puntando rischiosamente tutto quello che aveva, ha sbancato in modo spettacolare una roulette del casinò monegasco; e non che un pilota ha vinto il Gran Premio di Monaco di Formula 1 con un ultimo sorpasso mozzafiato in “staccata” (cioè ritardando pericolosamente sino all'ultimo la frenata prima della svolta) alla curva del casinò. Solo l'assenza della “h” nel nome, come i dati tecnici nell'esegesi biblica, potrà fargli sorgere il sospetto di un'interpretazione errata; un altro particolare tecnico che potrà insospettirlo consiste nel fatto che il termine «vittoria» non sia il più adeguato per il casinò, bensì «vincita».

Il problema è che Gesù dice di lasciare al creditore anche il mantello, ossia l'ultimo bene del debitore, in un paradosso quasi brutale ovviamente da non prendere alla lettera: anche qui si tratta di andare oltre la legge verso la grazia. Tuttavia col mantello non abbiamo a che fare con la gratuità sovrabbondante, bensì con quella del lasciare per sottrazione: sappiamo bene dalla storia che la ricerca della giustizia del Regno implica l'accettazione lucida del rischio di essere privati dei mezzi di sussistenza (oltre che della vita come Gesù). Sottrazione di sicurezza, dei beni fondamentali? E se sì, solo in quanto ciò è causato dagli altri (i nemici)? Oppure (prescindendo dagli attacchi esterni) c'è una componente anche personale attiva: sottrarsi a Mammona per dare ai poveri?

 

Chi non odia il padre e la madre...

Più in generale nei sinottici abbiamo un lasciare (familiari, case, campi...) controbilanciato dal ricevere molto più del doppio («sette volte tanto» in alcuni manoscritti di Luca 18,30, oltre a Cipriano, Ambrogio e Agostino), addirittura il centuplo in Mc 10,29-30 e Mt 19,29 (in case, fratelli, campi...). Ciò è espresso anche in forma dura: «chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me» (Mt 10,37); addirittura in Lc 14,26 abbiamo «chi non odia i suoi genitori...», lasciandoci di stucco col ribaltamento degli affetti più intimi. Ma si tratta dell'odiare semitico che in questo contesto significa trascurare, mettere da parte, negligere [hintansetzen: così Emanuel Hirsch, Protostoria (Frühgeschichte) del Vangelo, vol. II, Tübingen-Göttingen 1941, p. 151; d'ora in poi, anche negli articoli che seguiranno, semplicemente Hirsch seguito dal numero di pagina]. La sequela di Gesù può comportare l'eventuale “trascuratezza” dei propri cari, nel senso di un'apertura alla comunità e al mondo che va oltre i ristretti confini-recinti familiari. Non si tratta di egoismo, perché in Luca (14,26) si dice di trascurare, oltre ai familiari, persino la propria vita.

Per capire meglio la differenza fra i due evangelisti, chiediamo ora ai lettori un piccolo sforzo tecnico (che ci servirà anche in seguito per i successivi articoli). È ormai tramontata l'idea di un originario vangelo di Matteo in aramaico (o in ebraico), ma non l'esistenza di un'originaria fonte Q [che, ripetiamo, raccoglie i detti, non i fatti, di Gesù, quelli comuni a Matteo e a Luca non presenti in Marco] inizialmente scritta in aramaico (Hirsch la sigla asteriscando con Q*), che Matteo sicuramente ha conosciuto e tenuto d'occhio. Ovviamente Luca ha utilizzato solo la versione greca posteriore, perché non conosce l'aramaico e più in generale, come abbiamo visto per il mantello e la guancia, nemmeno il mondo giudaico palestinese. Ora Matteo, che ha sott'occhio anche la Q* aramaica (e lo farà, come vedremo, anche in altri casi), precisa la «negligenza» nel senso della sequela cristiana che dovrebbe sovrastare in amore (e non reprimere) anche gli affetti familiari. Luca invece, ignorando la fonte e il contesto aramaico semitico, non può che trascrivere dalla Q greca [si noti la fedeltà, senza cadere nella tentazione di addolcire] il verbo ivi presente, cioè «odiare» (misein, da cui in italiano il prefisso mis, come misantropo e misogino; ma anche nella nostra lingua «colui che odia gli uomini o le donne» non viene inteso in senso stretto e forte, bensì come antipatia e simili).

 

Suocera contro nuora

Bisogna inoltre collegare il nostro passo all'altro molto affine, posto immediatamente prima in Mt 10,34s, poiché quasi sicuramente anche in origine (Q*) costituivano un tutt'uno: «Non sono venuto a portare la pace, ma la spada»; per Matteo, che utilizza il linguaggio semitico, concreto e plastico (probabilmente già esistente nella Q*), il contrario della pace è la spada, cioè la guerra seppur domestica (i nemici in casa di 10,36). Per Luca invece (forse già nella Q greca), in maniera più adeguata al contesto, il contrario della pace è la divisione, nella fattispecie le forti tensioni intra-familiari: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! Ma ho un battesimo in cui essere immerso; e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto divisione. D'ora innanzi infatti in una sola casa ci saranno cinque persone divise: padre contro figlio..., madre contro figlia..., suocera contro nuora» (Lc 12,49-53). Il fuoco rappresenterebbe la luce della conoscenza nella notte dell'ignoranza (con particolare riferimento al giudaismo); ma, affinché la fiamme divampino, Gesù deve prima passare attraverso il battesimo (purtroppo angosciante di sangue) della morte atroce. I personaggi poi (come spiega sempre Hirsch 123) sono 5 e non 6, poiché la madre e la suocera sono la stessa persona [si dice infatti «due (padre e madre-suocera) contro tre» (figlia e figlio con la moglie-nuora)]; è chiaro il riferimento ai conflitti nelle famiglie palestinesi: cioè il contrasto nelle case giudaiche fra la vecchia generazione rimasta fedele all'ebraismo (rifiutando Gesù) e la nuova generazione dei più giovani che hanno invece aderito al cristianesimo (i quali, appunto, amarono Gesù più dei loro genitori). Data la situazione contingente, non c'è quindi da allarmarsi per il detto apparentemente duro sul «negligere» i genitori e i figli (14,26), che certo non è alieno, estraneo al pensiero di Gesù [il cui ethos (costume, consuetudine) è a-familiare; della famiglia (in positivo) non parla quasi mai, anche perché ebbe... parecchi problemi con la sua (Mc 3,21; Gv 7,2-5)], ma non è storicamente suo (secondo Hirsch 151: ciò varrebbe anche del v. seguente sul portare la croce in Lc 14,27).

Dopo tutto, Gesù chiede il massimo ma poi... si accontenta del minimo: «Chiunque darà da bere un bicchier d'acqua... non perderà la sua ricompensa» (Mc 9,41). Ma nella mia Emilia “rossa” si privilegiava Matteo (10,42; posto fra l'altro subito dopo i passi analizzati sopra; appunto dal massimo al minimo): «anche solo un bicchiere di bevanda fresca...», per cui al mendicante giramondo (oltre all'acqua se necessaria) si offriva comunque un bicchier di vino spumeggiante. Ci si sedeva insieme nell'aia e si stappava un bottiglia di buon Lambrusco, non di rado accompagnato da pane e salame. L'acqua è insipida; mentre col vino frizzante erano più sicuri... di ottenere la «vita eterna» paradisiaca, nella quale tuttavia, proprio perché eterna, non avevano alcuna fretta di entrare: as fa semper in teimp ad andereg (si fa sempre in tempo ad andarci).

Mauro Pedrazzoli

(continua)

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