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 477 - Il meccanismo si è inceppato, come farlo ripartire?

 

La rivoluzione dei servizi

 

Viviamo all’inizio di due grandi rivoluzioni: una economica, quella tecnico-informatica dei servizi, e l’altra politica e sociale, la globalizzazione.

Il mondo ha visto già due altre profonde rivoluzioni: quella agricola che ha trasformato cacciatori e raccoglitori in contadini, allevatori e artigiani, e quella industriale in cui gli agricoltori e gli artigiani si sono trasformati in operai. E insieme al modo di produrre si sono modificati profondamente anche la religione, la morale, la famiglia, i rapporti personali e sociali, le strutture politiche, insomma il modo di vivere e di pensare degli uomini. E succederà la stessa cosa con queste nuove rivoluzioni che stanno trasformando sotto i nostri occhi gli operai in tecnici informatici e fornitori di servizi. Quando saranno in fase avanzata, probabilmente entro la fine del secolo se un disastro ambientale o una guerra totale non le fermeranno, e avranno investito tutto il mondo, la vita sulla terra sarà diversa dall’attuale come quella di una tribù di cacciatori di 40.000 anni fa era diversa da quella di una famiglia di contadini lungo il Nilo di 4.000 anni fa, e questa da quella di una famiglia operaia di una metropoli odierna. Ma per generalizzare la rivoluzione agricola ci sono voluti migliaia di anni, per quella industriale qualche centinaio, oggi si parla di decine, tutto è molto accelerato e siamo travolti, senza capire bene ancora cosa ci sta capitando. Durante questo processo accelerato stanno cambiando tutti i principali aggregati economici: popolazione, domanda, produzione, distribuzione, mercato; e dovrà cambiare anche il nostro modo di stare al mondo, sarà un vero passaggio di civiltà perché la società dell’informazione è per natura globale, una realtà che non si è mai presentata prima all’umanità, e anche lo spirito con cui affrontiamo i rapporti con la natura e con gli altri dovrà adeguarsi se non vorremo regredire.

 

Invecchiamento della popolazione

La popolazione mondiale sta ormai raggiungendo livelli difficilmente sostenibili dal nostro pianeta. Migrazioni, pandemie ricorrenti, guerre tribali, sfruttamento forsennato delle risorse, degrado ambientale lo testimoniano. Ora finalmente si intravede una tendenza generalizzata alla diminuzione del tasso di incremento, causata anche dell’aumento della ricchezza e dell’istruzione di milioni di persone nei paesi più poveri. La popolazione perciò si stabilizzerà e poi forse invecchierà e diminuirà. Come funzionerà il sistema economico con popolazione stagnante e sempre più vecchia? Dove troverà gli stimoli per nuovi investimenti? La produzione industriale ha bisogno di una domanda crescente e di immettere sul mercato sempre nuovi prodotti. Ma già dagli anni ’30 del secolo scorso molti economisti si erano accorti che la domanda complessiva (beni di consumo e di investimento) tendeva a non essere più adeguata per sostenere uno sviluppo costante della produzione. A partire dalla fine del secolo il fenomeno si è accelerato. Finora lo sviluppo di ampi territori arretrati ha mascherato le difficoltà latenti, ma quando saranno adeguatamente sviluppati la riduzione della loro domanda si sommerà a quella dovuta al declino e all’invecchiamento della popolazione. La debolezza della domanda globale è segnalata già ora dall’invadenza della pubblicità ormai onnipresente. Le imprese industriali spendono somme sempre più grandi in pubblicità, questo fiume di denaro però non riesce più ad aumentare la domanda globale stagnante ma serve solo per aumentare la propria fetta di mercato o difenderla dalle concorrenti. Occorre anche notare che la domanda di servizi per buona parte è governata da un’altra logica rispetto a quella dei prodotti industriali. Pensiamo ai servizi ecologici o a quelli collettivi. Insomma siamo “costretti” a consumare per sostenere l’occupazione nell’industria, mentre nessuno si occupa di fornire servizi indispensabili.

 

Produzione e distribuzione della ricchezza

In prospettiva storica la produzione è stata effettuata dall’uomo che usava semplici strumenti, dall’uomo con l’aiuto di macchine, dalle macchine con l’aiuto dell’uomo; oggi ci avviamo alla produzione fatta da macchine controllate dall’intelligenza artificiale. L’uomo sarà escluso dalla produzione. E si occuperà di servizi: alla produzione, alle persone, alla società, all’ambiente, alla cultura, allo svago. Ma produrre, stabilire il prezzo e vendere o comprare un’automobile non è la stessa cosa che organizzare il servizio della giustizia, riordinare il corso di un fiume o procurarsi una badante. Per alcuni servizi la domanda è collettiva, per altri il costo di produzione è molto lontano dal valore sociale, per altri ancora un costo eccessivo ne impedirebbe il consumo generalizzato come sarebbe necessario. Una società informatica di servizi deve organizzare la produzione in modo differente.

In una società industriale la distribuzione della ricchezza avviene contestualmente al processo produttivo. Nell’effettuare la produzione si distribuiscono redditi a coloro che concorrono a effettuarla: al lavoro, al capitale, ai proprietari delle materie prime, ai servizi finanziari e a quelli della Pubblica Amministrazione (imposte). I redditi distribuiti determinano i prezzi di produzione. Questi stessi redditi saranno spesi per comprare le merci prodotte. Semplificando al massimo quindi redditi distribuiti, valore totale dei beni prodotti, spese per il loro acquisto, in un’economia funzionante, tendono a coincidere. Questo meccanismo è inceppato in una società di servizi, infatti oggi i problemi più gravi si verificano nella distribuzione della ricchezza e stanno mettendo in crisi sempre più grave la società, con le disuguaglianze che crescono mentre la redistribuzione pubblica che ha funzionato nel secondo dopoguerra (stato sociale) non riesce più ad incidere adeguatamente. La causa del fallimento redistributivo dello Stato è la globalizzazione e l’incapacità dei vecchi Stati nazionali di armonizzare i sistemi fiscali, che permette ai grandi gruppi finanziari di sottrarre somme sempre più ingenti alle imposte.

Ma il malessere è molto più profondo perché in una società in cui il 90% della popolazione si occupa di servizi il meccanismo distributivo descritto sopra non funziona più. I due principali redditi creati e distribuiti da una società industriale sono il profitto e il salario. Il profitto remunera la capacità imprenditoriale, l’organizzazione efficiente della produzione, l’innovazione, permette attraverso gli investimenti di sviluppare la produzione. Oggi però non è più così importante, il centro è stato occupato dalla finanza, un tempo ancella dell’impresa. In un’economia stagnante, robotizzata, in cui i principali prodotti sono maturi e soggetti a concorrenza globale, i profitti maggiori si fanno attraverso investimenti finanziari: fondendo, scorporando, dislocando, comprando e vendendo, ristrutturando, digitalizzando, imprese sia industriali che agricole, speculando nell’informatica. Anche il salario non ha più l’importanza che rivestiva in un’economia industriale. Legato alla produttività del lavoro in fabbrica che misura il valore che l’operaio aggiunge al prodotto, è stato la base per stabilire il valore del lavoro dipendente in tutti i settori. Ora però ha perso questa funzione. Calcolare la produttività del lavoro in fabbriche con sempre meno operai è ingannevole perché ora i servizi non sono più d’appoggio alla produzione industriale, sono la grande maggioranza del lavoro svolto e il concetto di produttività nei servizi ha un significato totalmente diverso che nell’industria. Calcolarla in molti casi è impossibile, in altri richiede parametri complicati e spesso arbitrari. La cosa migliore sarebbe dare al lavoro nei servizi un valore sociale commisurato alla loro utilità. Ma i colpi decisivi al mercato del lavoro li sta infliggendo la globalizzazione che ha fatto esplodere l’offerta di lavoro (fatta dai lavoratori), mentre l’automazione sta riducendo progressivamente la domanda (fatta dalle imprese), per questo il reddito dei lavoratori tende verso il basso con un impoverimento generale in Occidente, con un aumento ancora inadeguato nei paesi in cui si registra uno sviluppo vertiginoso. Da qui il continuo peggioramento dei rapporti sociali all’interno degli Stati e tra gli Stati, col rischio sempre latente di una rottura irreparabile.

 

Più fantasia e coraggio

Il mercato è il meccanismo che permette a un’economia industriale di funzionare determinando coll’incontro tra domanda e offerta i prezzi e le quantità di merci da produrre. Non è però altrettanto efficiente, come abbiamo visto, in un’economia di servizi e nemmeno il suo puntello, lo Stato imprenditore sviluppatosi nel secondo dopoguerra, è in grado di integrarlo. Occorre pensare e sperimentare nuovi strumenti che tengano conto della natura dei servizi, dell’impiego massiccio dell’informatica e dell’intelligenza artificiale e dei bisogni fondamentali della società. Qualche timido tentativo si va facendo, per esempio gli ingenti investimenti che l’Europa ha in programma per la difesa dell’ambiente, il reddito di cittadinanza presente in molti paesi, le varie proposte per una nuova contabilità nazionale che dia una misura più realistica del PIL del benessere di una società e più peso ai servizi che alle merci, l’impiego di disoccupati per lavori socialmente utili, un servizio civile generalizzato, forme di proprietà e di uso alternative. E naturalmente occorrerà pensare a nuove forme di organizzazione politica sul territorio, magari usando le nuove tecnologie. Anche qui c’è qualche timido esperimento anche in Italia (molto discutibile) con il movimento 5 stelle e la sua piattaforma Rousseau. Ma siamo appena agli inizi di un cammino che sarà lungo, incerto, con molti inevitabili errori.

In realtà viviamo in una crescente contraddizione: una società globale potenzialmente ricca, con una popolazione sempre più istruita, con a disposizione grandi quantità di energia e una tecnologia avanzata, che fatica a dare un lavoro decente a una parte considerevole della sua popolazione mentre, come ho detto, mancano servizi importanti, e lascia sulla soglia della povertà o in miseria ancora grandi masse di cittadini. Inevitabilmente ci vengono in mente economisti, pensatori e riformatori che hanno prefigurato un simile esito per la società industriale matura. Certo non ci possono aiutare le loro ricette pensate per una società diversa da quella in cui ci avventuriamo, ma ci può confortare e spronare la loro visione: una società che si preoccupi di fornire ai propri cittadini i servizi necessari utilizzando le ampie disponibilità umane e materiali a disposizione, e che distribuisca la ricchezza in modo che il tenore di vita generale sia adeguato al livello di civiltà raggiunto e allo sviluppo ordinato e desiderabile della società. Forse la società globale informatica di servizi può mettere all’ordine del giorno questa utopia. E non è impossibile pensare a un futuro in cui il problema economico di base sarà superato dal genere umano.

Angelo Papuzza

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