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Superare la natura confessionale della fede

 

Abbiamo chiesto a Dino Carpanetto, già professore di Storia moderna all'Università di Torino, studioso dell'Illuminismo e della cultura religiosa protestante di fine Seicento, attualmente presidente della Società di Studi Valdesi, una riflessione sulle relazioni tra le confessioni cristiane.

 

Piccola è la finestra da cui ho osservato in questi anni il mondo esterno e per di più il mio sguardo è da tempo quello di un presbite che vede meglio (o così pensa) gli oggetti lontani più che non quelli vicini. Per questo mi è difficile astenermi da considerazioni generali che sono per altro talmente vistose da apparire scontate. Ma credo valga la pena esporle se non altro per offrire una cornice storica al rapporto tra cattolicesimo e società civile, o meglio tra religioni cristiane e società contemporanee. Una prospettiva inusuale per coloro che vivono in un paese a prevalenza cattolica può consistere nell’osservare che cosa è successo negli ultimi tempi tra le confessioni cristiane.

Nell’anno del centenario della riforma protestante, il 2017, papa Francesco ha abbracciato il pastore luterano svedese, una donna, ponendo fine (si spera) alla lunga età degli anatemi, in nome dei quali si è insanguinata l’Europa. Occorre dunque rallegrarsi del fatto che gli abbracci e la preghiera comune abbiano preso il posto delle condanne, ma resta una percezione di non compiuto in questa esteriore manifestazione di pace interconfessionale e soprattutto di lontananza da come oggi l’Europa cristiana vive e percepisce la fede. Nelle società secolarizzate e che tali restano nonostante tutte le analisi di storici e sociologi che si sono affannati a teorizzare l’ingresso in un’epoca post secolare segnata dal “ritorno di Dio”, è lecito supporre che le chiese non definiscano più le vite dei fedeli, tramite il loro apparato di norme, riti, identità teologiche e storiche, tramite i loro rapporti di potere con la direzione politica degli stati e financo con i meccanismi della finanza mondiale. È probabilmente irreversibile il mondo plurale in cui convinzioni e pratiche religiose sono libere e in cui gli uomini hanno via via imparato a convivere, anche se hanno opinioni diverse su Dio e i suoi precetti e lo onorano in modo differente, o magari non credono in alcun Dio. Rinunciare alla natura confessionale della fede diventa una prospettiva ragionevole: in tal caso non vi sarebbero più chiese, ma solo libere coscienze individuali. D’altra parte, il sospetto che ciò stia già accadendo anche nella pratica della fede credo sia fondato.

 

Assoluzione con lo smartphone?

Si pensi al sacramento della confessione. Lutero, conscio che era lo strumento principe della chiesa di Roma per controllare le coscienze e dettare norme sulla morale privata e pubblica, la negò attirandosi l’esecrazione dei teologi cattolici. Gli stessi teologi sono oggi costretti a prendere atto che molti fedeli si tengono lontani dal confessionale, convinti, non da Lutero ma dalla propria coscienza, che i peccati si confessano solo a Dio. Non ha creato sconcerto, come sarebbe invece successo qualche decina di anni fa, che in questi mesi di pandemia diversi vescovi abbiano consentito ai sacerdoti di impartire l’assoluzione collettiva, come forma di prevenzione dal contagio.

Anche sul carattere auricolare della confessione oggi si avanzano perplessità. Queste hanno indotto il penitenziere del Vaticano a manifestare l’invalidità “probabile” (quindi non sicura) dell’assoluzione impartita attraverso uno smartphone o altri mezzi di comunicazione sociale, in quanto a trasmettere «le parole della assoluzione» sarebbero «soltanto vibrazioni elettriche che riproducono la parola umana» («Osservatore romano» 2 dicembre 2020). Al di là delle rocambolesche giravolte cui sono costretti i teologi per accettare l’inevitabile, conta sottolineare che persino l’autorità di un uomo di curia non impone perentoriamente una regola nel rifiutare o accettare l’uso degli smartphone. Bontà sua, verrebbe da dire, stendendo un velo di laica pietas verso un cardinale che non possiamo pensare inconsapevole dei drammi umani di pazienti che non hanno altro modo di tenere un ultimo contatto con i vivi e con la propria fede se non tramite «piccole vibrazioni elettriche».

Le stesse considerazioni valgono per la morale sessuale o per il modo di concepire la famiglia, le relazioni di coppia, l’educazione dei figli, ambiti nei quali è la coscienza individuale a definire le regole. Il cristianesimo resta pur sempre, e lo è ancora ancor di più oggi, una fede interiore ispiratrice di scelte che traggono coerenza dal messaggio evangelico di amore del prossimo. Resta un ambito di appartenenza storica nel quale il credente deposita il proprio senso del vivere e del morire.

Se le cose stanno così, non sono i teologi protestanti o quelli cattolici a spiegare come si va in Paradiso, e il cristianesimo acquista valore civile in quanto religione di pace, di umanità e misericordia, esattamente come pensava Erasmo, non a caso tanto esecrato dagli uni e dagli altri. E ancora la questione irrisolta torna a essere la stessa emersa al tempo del Concilio Vaticano II, quando i cattolici si chiesero se la chiesa poteva modificare le strutture dogmatiche, centraliste, dell’ortodossia romana, imperniate sul principio mai sconfessato della superiorità diretta del papato sulla comunità sia ecclesiastica sia politica, cardine teorico della Controriforma. Al di là del recinto cattolico, si impone la domanda se sia possibile che le chiese cristiane, di fronte alla sfida e al confronto con il mondo islamico, abbandonino il generico ecumenismo governato dai teologi in cui si sono mantenute sino ad oggi, per riscoprire l’essenza umana del cristianesimo e su questa formulare un progetto di civiltà in cui anche i non credenti si possano riconoscere.

Dino Carpanetto

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