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 477 - DETTI BREVI DI GESÙ / 3: «LE CITTÁ SANTE E ETERNE UCCIDONO I PROFETI»

 

Andate a dire a quella volpe…

 

In quel momento si avvicinarono alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere».

Egli rispose: «Andate a dire a quella volpe: ecco io scaccio i demoni e compio guarigioni oggi e domani; [e il terzo giorno avrò finito]. Però è necessario che [oggi, domani e] dopodomani io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta perisca fuori di Gerusalemme» (solo in Lc 13,31-33). Emanuel Hirsch (p. 131) si trova d'accordo con Julius Wellhausen (1844-1918): basta togliere le parole fra parentesi quadra e tutto fila liscio, senza il raddoppio pasticciato dei tre giorni (vedi più avanti).

 

La storiella (fasulla) di Salomè

Cosa significa la volpe? Qui non sembra essere, come invece nel nostro contesto linguistico-letterario, principalmente il simbolo dell'astuzia; oddio Erode era stato astuto nel far circolare ad arte la storiella di Erodiade e del ballo della figlia [Salomè nella tradizione], per alleggerire le sue responsabilità nell'uccisione del Battista: era il banchetto del suo compleanno con i grandi della sua corte, per cui non poteva rimangiarsi il giuramento fatto (con la sceneggiata di mostrarsi molto triste nel doverlo adempiere). Infatti Luca non l'ha “bevuta” e rinuncia a narrare la morte del Battista [pur mettendone la decapitazione in bocca ad Erode in 9,9: «Giovanni l'ho decapitato io»], raccontata invece in Marco 6,17-29 [con dovizia di particolari: banchetto con gli ufficiali e notabili della Galilea, e col giuramento ampio e solenne nel discorso diretto] e in Matteo 14,3-12 ma in forma molto più stringata. Risaltano le poche parole per il compleanno e il ballo della ragazza, e il conciso giuramento del re nel discorso indiretto; pure Matteo non è del tutto convinto ed accorcia in modo vistoso, tagliando ad es. il dialogo tra madre e figlia.

Luca è l'unico che menziona (in 8,3 e 24,10), fra le donne al seguito di Gesù che lo servivano (si noti l'assenza di sua madre), Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode. Probabilmente a Luca (fra le sue varie fonti oltre a Marco e a Q) è pervenuta una tradizione proveniente dal palazzo e dall'entourage erodiano, per cui ha notizie del pranzo di Erode a cui certamente Cusa (presumibilmente con la moglie) ha partecipato. La coppia regale ha voluto “direttamente” (con o senza danze) la testa di Giovanni perché piena di odio nei confronti del Battista, il quale, senza peli sulla lingua, rimproverava aspramente Erode di essersi “preso” la moglie di suo fratello.

C'è probabilmente un'allusione all'astuzia, ma secondo Hirsch (131) non si tratterebbe del significato principale: la volpe è un piccolo trascurabile predatore che si accontenta di topolini...Mentre un grande profeta (Gesù), proseguendo nella metafora fin troppo plastica, è un arrosto prelibato, un banchetto sontuoso, un pasto così grande da essere riservato al grande predatore, al leone, ossia la città di Gerusalemme che uccide i profeti. Gesù non giudica pericoloso Erode Antipa poiché è un volpino innocuo (anche se furbo); sono ben più pericolosi i leoni di Gerusalemme [hic sunt leones, come oggi nella curia romana], che Gesù va a sfidare col rischio mortale di essere sbranato.

 

I farisei premurosi

Nel nostro immaginario, delineato dal duro vangelo di Matteo, i farisei sono ipocriti, sepolcri imbiancati, serpenti...Ma sempre (e solo) Matteo (15,13) ci riporta una frase quasi sicuramente di Gesù (Hirsch 304), che si mostra meno pesante: «Ogni pianta che non è stata piantata dal Padre mio sarà sradicata». Gli alberi però non sono le persone bensì i precetti e le usanze farisaiche [si stigmatizza l'errore, non l'errante] che non provengono da Dio (da Lui non piantate) e quindi destinate all'abrogazione.

Luca invece è molto equilibrato nei loro confronti. Certo c'è qualche controversia (Lc 11,37-44); ma in Atti 5,34-39 è il fariseo Gamaliele a difendere gli apostoli nel sinedrio, e in Atti 23,9 sono gli scribi-farisei a difendere Paolo sempre nel sinedrio. E solo Luca nei vangeli sottolinea il fatto che Gesù andasse spesso a pranzo da loro (quasi una consuetudine: 7,36; 11,37; 14,1): e soprattutto sono i farisei qui ad avvisare Gesù di andarsene lontano perché Erode lo vuole uccidere. Egli tuttavia si reca sì dalla Galilea a Gerusalemme, ma non per paura del suo re (tetrarca della Galilea) che non può causare nulla a Gesù, poiché l'operato di Cristo ha una solida e perdurante continuità sostenuta e convalidata da Dio (simboleggiata nei tre giorni, cioè le varie tappe di un unico disegno), che perverrà al suo compimento nella morte (ed innalzamento), quando tutto sarà pienamente compiuto [È l'argomento pressante, solo in Lc 9,31, della conversazione di Gesù con Mosè ed Elia nella Trasfigurazione]. Gesù si sta incamminando perché è destinato a morire nella città santa (la forma del testo attuale è sicuramente di seconda mano, Hirsch 130): prova ne sia che i tre giorni hanno un significato diverso nel v. 32 [simbolo di tutta l'opera terrena di Gesù] e nel 33 [i tre giorni di viaggio necessari per arrivare a Gerusalemme: un puro dato geografico che scombina il testo].

Tuttavia il significato è chiaro: c'è stata una prima fase galilaica (a Nord) che ormai sta per finire, caratterizzata dallo scacciare i demoni e dal compiere guarigioni (tipiche dell'avvento del Regno). C'è poi una seconda fase, che sta ormai per iniziare, in cui Gesù va a Gerusalemme in Giudea (a Sud) a sfidare l'establishment (sommi sacerdoti, anziani del sinedrio, scribi...), che sfocerà nella passione. Gesù si rendeva ben conto di andare in bocca ai leoni azzannanti, in una deriva disastrosa e tragica. In realtà il viaggio era già cominciato in 9,51: «Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo [più precisamente “i giorni della sua ascensione” (elevazione, innalzamento)], si diresse decisamente [sic; la paura oscurata dalla versione CEI] verso Gerusalemme»; più esattamente «indurì il suo volto» (prosôpon estêrisen): cioè serrò i denti, si fece coraggio radunando tutte le sue forze.

 

Q* aramaica: il primo Vangelo

Infatti la città santa omicida viene sottolineata nella immediatamente seguente apostrofe su Gerusalemme in Luca 13,34-35 (col parallelo di Mt 23,37s). Quindi questa proviene da Q che (ripetiamo) non contiene fatti e azioni di Gesù; ma non c'erano neanche introduzioni e incisi narrativi: essa sembra essere la raccolta di pure citazioni (noi diremmo “virgolettate”), separate forse da un fugace “E Gesù disse”, come nel vangelo copto di Tommaso ritrovato nel 1945 fra i manoscritti di Nag Hammadi in Egitto. Si tratta di una cosa importante, poiché i detti in Q non sono contestualizzati; «Q ha una ritrosia per qualsiasi parola narrativa» [Q ist spröde mit jedem erzählenden Wort (Hirsch 97):  intendendo quelle dell'io-autore narrante in terza persona]. Leggendo recentemente questa frase secca di 80 anni fa mi si sono aperti nuovi orizzonti.

L'aggancio del 34 col 33 è una finezza letteraria (Hirsch 132), perché Luca piazza il detto non a Gerusalemme [come fa invece Matteo dopo che Gesù ha appena “rifilato” il «razza di vipere» (Mt 23,33) ai farisei, dimostratisi invece carini in Luca], bensì mentre Gesù sta partendo a denti stretti, con volto severo e determinato per la città santa, creando così attesa e pathos: «Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina [raccoglie] la propria covata [i suoi pulcini] sotto le ali, ma voi non avete voluto». È impressionante il copia-incolla dei due evangelisti dalla fonte Q, poiché in greco le parole sono identiche [a parte due piccolezze: Luca non ripete il verbo “raccogliere”, ed usa il singolare (covata) del medesimo termine nossia, mentre Matteo il plurale (pulcini)]. Sono prove convincenti che i detti erano seccamente elencati in una sequenza asciutta senza commenti narrativi e senza specificare situazioni particolari, dando scarso valore alle indicazioni dei luoghi e dei percorsi di Gesù. Fa eccezione il brano sul centurione di Cafarnao (Lc 7,1-10 e Mt 8,5-10), in cui un detto (proprio perché non di Gesù) deve per forza essere contestualizzato, peraltro nell'unica azione (di guarigione) presente in Q.

Il v. 34 (Gerusalemme, Gerusalemme...) «è fortemente semitizzante; quindi è stato tradotto dall'aramaico» [Hirsch 132], ossia dalla lingua-dialetto parlato allora dal popolo e da Gesù stesso. Ma nel v. 35 seguente tira un'altra aria: «Vi (da voi) viene abbandonata la casa vostra». Siamo chiaramente all'inizio della guerra giudaica (66-70 d. C.) quando, all'avanzare dell'esercito romano di Vespasiano (col figlio Tito), si ha un fuggi-fuggi dalle case verso i monti o la boscaglia del Giordano; come i monaci di Qumran che fuggirono precipitosamente dopo aver nascosto, nel timore che la loro biblioteca venisse bruciata, nelle grotte adiacenti al monastero i loro preziosi rotoli (poi ritrovati nel 1947). Secondo Hirsch (133) è il terminus a quo della stesura della Q greca [a convalida analizzeremo l'altro caso in Lc 11,51 e Mt 23,35 dell'uccisione di Zaccaria nel santuario, un fatto del 67-68, più di 30 anni dopo la morte di Gesù; idem, anche se di poco posteriore, per la strage dei galilei ad opera di Pilato nel 35-36, messa in bocca a Gesù in Lc 13,1). Ossia durante la campagna iniziale (67-68 d. C.), ma prima della sua fine poiché non allude al terribile massacro conclusivo bensì solo agli sfollati, è stata tradotta in greco la Q* aramaica ben antecedente, con ovviamente l'aggiunta (pre-lucana) del v. 35 ad opera del traduttore, con il Signore già risorto, innalzato, asceso al cielo («Non mi vedrete più fino a quando direte: Benedetto colui che viene…»), in una comunità primitiva in attesa della seconda venuta di Cristo ritenuta imminente. Tali appendici erano normali: si sa che allora nel tradurre inserivano di quando in quando rielaborazioni, integrazioni e completamenti (H 340). Sembra l'opera di un giudeo-cristiano ellenizzato in una comunità extra-palestinese, probabilmente Antiochia (Hirsch 346), forse uno dei suoi dottori (Atti 13,1), la cui fede in Gesù non ne ha perturbato la “vera” ortodossia ebraica: infatti Q non contiene alcuna parola di Gesù che metta in discussione la fedeltà alla Legge. Altra cosa è il suo dentino avvelenato nei confronti dei dottori della legge [Lc 11,46.52, i due vv. originari, iniziale e finale («Guai a voi, dottori della legge»), con in mezzo l'inclusione degli ampliamenti successivi che rincarano la dose], i quali «hanno chiuso a chiave il Regno dei cieli» impedendo agli uomini di entrarvi (Mt 23,13 in modo semitico-giudaico). Il nostro bravo traduttore, per renderlo più comprensibile al mondo greco, l'ha reso con «avete portato via, sottratto, nascosto la chiave della conoscenza» (“scienza” nella versione CEI di Lc 11,52: gnosi, parola non lucana presente solo nel Benedictus in 1,77). L'adattamento è ben riuscito poiché la chiave nel giudaismo indicava il potere di definire il culto autentico con la conoscenza-scienza annessa (insegnamenti e comandamenti; Hirsch 110s).

Mauro Pedrazzoli

(continua)

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