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L'umanità non è in rovina, è in cantiere

 

Per molti decenni alcuni di noi hanno posto al centro del loro orizzonte politico la Sinistra. È stato un modo di «interpretare la realtà per cambiarla».

Ma anche una condivisione di passioni e di impegni, di conflitti e di affetti, di delusioni e speranze. Quella prospettiva (e quella "differenza") conserva un senso e una vitalità? E quale?

 

Il mondo è cambiato

Approdati al terzo decennio del XXI secolo, le distanze che ci separano dalle società (e dalle sinistre) otto-novecentesche si fanno siderali. In particolare, nel "secolo breve" ha esercitato un peso immenso, anche sul piano geopolitico, l'esperienza del comunismo e la sua traduzione nel "socialismo reale", sepolta dall'89 e dal crollo dell'URSS. Nell'Occidente quell'evento era stato preceduto dalla stagione di Reagan e Thatcher che già aveva messo alle corde i partiti politici e le organizzazioni sindacali della sinistra, proponendo il neoliberismo della deregulation e delle privatizzazioni. L'innovazione tecnologica ha favorito quelle tendenze: con il tramonto dell'industria fordista, con la crescente automazione e con la digitalizzazione, è venuta meno ‒ come ricordava di recente Papuzza sul nostro giornale (La rivoluzione dei servizi, 477) ‒ la struttura economica su cui si era a lungo cimentata la sinistra del Novecento. Scompariva lo stabilimento industriale, che consentiva la mobilitazione delle masse occupate. Si andava verso la parcellizzazione: addio classe operaia e coscienza di classe, sempre più lavoro autonomo o pseudo-autonomo (le finte partite-iva, che non vengono "assunte" ma lavorano "a chiamata" senza mai ottenere un contratto), ognuno per sé e con un ruolo marginale del sindacato.

Nel frattempo si è assistito al «crollo delle ideologie» (o ne è rimasta una sola – non dichiarata – quella idolatrica del denaro e del mercato); e forse non poteva che essere così, dato che la struttura incide sulla sovrastruttura. Se la fine ingloriosa dell’Urss lasciava disorientati i partiti comunisti, il tramonto delle ideologie e il progressivo indebolimento del movimento operaio creavano notevoli difficoltà anche alle sinistre non comuniste (che pure non avevano grossi peccati da farsi perdonare, e anzi avevano contribuito non poco al progresso civile soprattutto dei paesi europei: sia attraverso l’attività di governo sia tramite l’azione sindacale che dava voce alle classi popolari e dignità al lavoro).

 

Due, tre, mille sinistre (in declino)

Negli anni Novanta è arrivata la globalizzazione. E l’ascesa incontenibile del potere della finanza. E in Europa la scelta delle politiche di austerità, dal patto di stabilità al fiscal compact. Una scelta che in tempi recenti è stata definita sbagliata da numerosi suoi artefici (tra cui la cancelliera Merkel). Sbagliata, dicono, anche sotto il profilo economico: ma sicuramente sbagliata sul piano politico, perché ha fatto esplodere l’antieuropeismo di populisti e sovranisti. In questo quadro, le destre sono cresciute in una relativa compattezza: da un lato il plauso condiscendente al “mercato”, dall’altro l’allarme antiimmigrazione (che addita agli esclusi un nemico su cui scaricare la rabbia – la solita “guerra tra poveri”, che funziona sempre).

Le sinistre sono invece apparse incerte e divise: è mancata una risposta comune. Già nel 2001, ai tempi del G8 di Genova, si distinguevano – in quell’area - i “no global”, i “new global” e i fautori delle “magnifiche sorti e progressive”. In seguito le distanze si sono accentuate: anche a prescindere da una sinistra “radicale” anti-sistema, è apparsa sempre più difficile la convivenza tra una sinistra “continuista” (fedele alla tradizionale attenzione ai ceti subalterni, al “pubblico” e alla perequazione economica) e una sinistra “riformista”, più incline a ridurre l’intervento dello Stato ed estendere le liberalizzazioni.

Né l’una né l’altra sono riuscite, oltre il breve periodo, ad aggregare vasti consensi. Ai ‘continuisti’ si imputava la riproposizione ‒ appena aggiustata o stemperata ‒ di proposte datate, che non tenevano conto del mutamento avvenuto. Ai ‘riformisti’ era facile obiettare che il loro orizzonte non distava granché da quello di una destra liberale e moderata: se tu mi dici che in passato hai quasi sempre sbagliato e che ora vuoi innanzitutto imparare dagli avversari, perché dovrei preferire la tua imitazione all’ “originale”?.

 

Da che parte stare

Il quadro attuale è quello che è. Ma «l'umanità non è in rovina, è in cantiere» (Marc Augé). Forse occorrerebbe – parola ‘in-fausta’! ‒ una “rifondazione”: che ovviamente non può partire dal nulla ma da radici antiche, a cominciare – secondo me - da un’indicazione prepolitica: essere dalla parte degli ultimi, dei deboli, degli sfruttati (categorie diverse, ma tutte importanti, che fanno pensare al comun denominatore della “scelta preferenziale dei poveri”).

Sembra una banalità. Ma purtroppo alla banalità si accompagna il paradosso: gli studi sui flussi elettorali dell’ultimo trentennio evidenziano come la sinistra sia andata perdendo il rapporto con questa fascia della popolazione. A Torino, alle elezioni politiche del 2018 sia il PD che LEU – e persino Potere al Popolo! – hanno avuto i risultati migliori in Centro-Crocetta e collina; e a Napoli percentuali buone al Vomero e scarse a Scampia. Ma è così in Europa e persino negli Stati Uniti. Chi soffre delle crescenti difficoltà economiche si sente abbandonato e tradito dalla sinistra e preferisce la destra, che almeno sa offrirgli un capro espiatorio (lo straniero, lo zingaro). Di «sinistra della ZTL» ha parlato anche Letta nel discorso d’insediamento tenuto come neosegretario pd: «Ci sono milioni di persone più fragili e il PD deve parlare loro, uscire dalle ZTL per rivolgersi alle aree periferiche, geograficamente e socialmente». Speriamo ci riesca con parole e con fatti. Ma è possibile senza ripensare e riattivare le “politiche di redistribuzione del reddito” che non i comunisti ma il primo centrosinistra di Moro e Nenni poneva al centro del proprio programma?

 

La Costituzione, i giovani, l’ecologia

Dopodiché, il “faro” programmatico potrebbe essere la Costituzione: e specialmente la Costituzione incompiuta, da realizzare. Innanzitutto l’art. 3 – con la rimozione degli ostacoli… ‒ che significa stato sociale e riduzione della diseguaglianza, e in primis dell’ineguaglianza dei punti di partenza e delle opportunità; l’art. 11, che esige il “ripudio” della guerra, con tutto ciò che dovrebbe conseguirne in materia di armamenti oltre che di politica estera e della difesa; l’art. 53, per cui il fisco deve essere improntato a criteri di progressività e tutti debbono contribuirvi a seconda dei loro redditi (certo, questi obiettivi vanno aggiornati: ad esempio, oggi non si può parlare di fiscalità senza porre la questione della tassazione delle rendite finanziarie e dei giganti multinazionali della web economy ‒ che pagano lo 0,2% ‒ o senza denunciare i paradisi fiscali, anche all’interno dell’Europa).

La sinistra dovrà inoltre farsi carico delle principali sfide del futuro, e quindi  offrire prospettive alle giovani generazioni ‒ specialmente con l’incremento quantitativo e qualitativo dell’Istruzione e della Ricerca (ma anche con la predisposizione di “pensioni di garanzia” e tutele contrattuali per i giovani precari) ‒ e affrontare la gravissima crisi climatica e ambientale, che presenta criticità eccezionali nel nostro paese:  dove i fenomeni di dissesto idrogeologico sono oltre i due terzi di quelli rilevati nel continente, mentre i satelliti indicano la Pianura Padana come una tra le aree più inquinate del pianeta. Ma su questi temi non mi soffermo per non dilungarmi oltre misura (e perché «non sono da ciò le mie penne»).

 

Domande aperte

A monte e al di là delle indispensabili elaborazioni programmatiche, credo che in un mondo globalizzato una forza politica di sinistra debba continuare a interrogarsi sul sistema economico dominante. Non per demonizzarlo ma per rilevarne i limiti e i difetti. In particolare, non può non interrogarsi sulla “società dello scarto” denunciata da papa Francesco. Non può non domandarsi quanto sia ragionevole imporre uno sviluppo lineare a una natura ciclica, o ipotizzare una crescita infinita in un pianeta finito. Non può non chiedersi quanto sia accettabile, dal punto di vista etico, lo strapotere della finanza (ovvero una produzione di ricchezza che prescinde totalmente dal lavoro) o la precarizzazione prolungata e generalizzata dei rapporti lavorativi, che ostacola la costruzione di un’esistenza stabile. Non può, in sostanza, non rimanere costantemente critica verso l’esistente, consapevole di non vivere nel «migliore dei mondi possibili» e tesa alla ricerca di soluzioni più civili e più umane.

 

Le buone pratiche

Nel 2002 apparve un libro che suscitò un diffuso interesse. Si intitolava Come cambiare il mondo senza prendere il potere. Diceva John Holloway: negli ultimi secoli si sono sognate rivoluzioni, oppure più o meno vaste riforme. In entrambi i casi il passaggio obbligato era la presa del potere: andare al governo, con la violenza o con le elezioni. Ma oggi il ruolo decisivo è quello dei consumatori; e anche come produttori possiamo iniziare percorsi nuovi e alternativi. Ognuno di noi può diventare attore di un cambiamento profondo partendo dagli “stili di vita”. Esempi? Il consumo critico, il commercio equosolidale, i prodotti chilometro zero, il biologico, l’agricoltura senza pesticidi, l’alimentazione vegetariana, la finanza etica, il turismo responsabile, la mobilità sostenibile. le banche del tempo, il volontariato, il servizio civile. Intraprendere e percorrere tali strade non spetta ai partiti ma agli individui, ai gruppi o alle famiglie. Tuttavia qualsiasi politica di sinistra dovrebbe fare il possibile per promuovere, sostenere e accompagnare questo cammino – espressione di una nuova cultura – che rappresenta una pietra miliare nell’edificazione di una società coesa e sostenibile.

 

La res publica

Si è detto e ridetto che la principale lezione della pandemia – accanto alla centralità della questione ecologica – è che nessuno si salva da solo: tout se tient. Ma molti hanno anche osservato che nel secolo delle pandemie e delle emergenze (sfide che esigono grandi investimenti, ma non offrono all’operatore privato la garanzia di un profitto sul breve-medio periodo) occorrerà rafforzare il ruolo del “pubblico” e dello Stato, notevolmente indebolito negli ultimi decenni. Cito in proposito ciò che scriveva nei mesi scorsi, alla vigilia della morte, un noto esponente… bolscevico: «Se noi riduciamo la salute a merce, attorno alla quale sviluppare interessi economici e aziendali – come avviene da diversi anni in alcune Regioni – ne paghiamo le conseguenze, che sono sotto gli occhi di tutti» (Bartolomeo Sorge, Perché l’Europa ci salverà, 2020). Niente statalismo, dunque. Ma basta col mantra del “privato è bello”. Specie nei beni comuni e nei servizi essenziali.

Giovanni Pagliero

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