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 481 - 50 ANNI DI FEDELTÀ

 

PROVA D’ORCHESTRA

Era una sera di inizio primavera. Penultimo anno di liceo. All’esterno, fuori dall’ingresso del Teatro Valdocco, crocchi di gente nella penombra, in attesa di entrare all’incontro con Raoul Follereau (o era l’Abbé Pierre?). Tra quella piccola folla, alcuni giovani adulti agitavano un giornale, distribuendone copie agli interessati. Fu quello il mio primo incontro con ‘il foglio’, cui mi abbonai nell’autunno.

Da allora ho raccolto – cosa che non ho fatto con nessun altro giornale – i fascicoli della rivista, che ha sempre avuto il merito di un vantaggioso rapporto qualità/quantità: ovvero, grazie anche all’assenza di pubblicità, un ingombro minimo della carta rispetto alla densità dei contenuti. Il che, soprattutto per gli alberi, mi sembra già qualcosa.

Nel primo numero del mio piccolo archivio (il 10, del gennaio ’72), rileggo l’apertura dell’editoriale. “Lo si è detto e scritto per secoli: il cristiano è nel mondo, ma non del mondo. Il che vuol dire, è facile tradurre, che è per sua natura contestatore”. In queste poche parole mi pare risuoni un’ispirazione segnata dal post Concilio e dal Sessantotto, ma anche dal radicamento in un cristianesimo originario, in dialogo critico con le culture contemporanee. E incarnato nella propria realtà territoriale: la pagina seguente illustrava il dibattito sui nascenti Comitati di Quartiere.

Se scorro le annate successive, rivedo come in una pellicola i fotogrammi di questo mezzo secolo: il Cile, il Compromesso Storico, i Referendum sul Divorzio e sull’Aborto, il sequestro Moro, la Vertenza Fiat; e poi la caduta del Muro, la Jugoslavia, il G8, l’11 settembre, l’Iraq, la Libia… Noto come talora si anticipino i tempi, per quel che riguarda gli eventi (Pro Diego Sindaco, gennaio ’75) ma soprattutto i dibattiti: su femminismo e cristianesimo, ad esempio, ma anche – sin dagli anni Settanta – sul nucleare, sull’omosessualità, sull’eutanasia; o in ambito politico, negli anni Ottanta, sulle nasciture Liste Verdi e sugli esordi della Rete.

Ricordo di non avere sempre condiviso le (saltuarie) indicazioni elettorali, ma di avere sempre apprezzato il fil rouge prevalente di un pacifismo nonviolento e antimilitarista, non dogmatico ma capace di interrogarsi, meditato e argomentato nel confronto con interlocutori e avversari. Ho condiviso la scelta dei ‘fari’ frequentemente evocati: Balducci, Bobbio, Turoldo, Zarri, Erasmo, Teilhard… E visto il mestiere che ho esercitato, mi ha particolarmente interessato l’attenzione della rivista alla vita scolastica, sino a quel Registro di classe che leggo come un inquietante roman philosophique.

Ma forse il mio debito maggiore di lettore va verso i contributi che mi hanno aperto orizzonti inusuali o inesplorati: specialmente in direzione degli affascinanti intrecci della filosofia e della scienza contemporanea (dall’evoluzionismo alla fisica quantistica), o di una ricerca teologica che diviene per me stimolante quando assume forme narrative, come nelle Storie mancine di Aldo. Allo stesso modo, mi hanno fatto riflettere – e nuovamente mi fanno sorridere, rileggendoli ‒ i titoli degli interventi di Dario, a partire dal suo debutto sul n. 15 con le Domande di un lettore ingenuo: una sistematica e salutare demolizione dei nostri luoghi comuni (Dalla parte degli spacciatori, Sconfitti è meglio, Quando i maschi otterranno la parità, Bona tempora currunt…).

Da ultimo, l’esperienza di neofita nella redazione. Riunione settimanale e una pioggia di mail. Si scambiano informazioni e documenti, si esprimono pareri e qualche volta ci si accapiglia e se ne dà conto ai lettori (vedi Je suis Charlie/Je ne suis pas Charlie). Molta franchezza, ma nessuno si offende: forse perché sono in gioco idee e opinioni disinteressate, non rapporti di potere. Se a volte si creano ‘correnti’, dipende dalle tendenze e magari dagli inconsapevoli pregiudizi (e dalle sincere passioni) di ognuno. Diverso da ciò che ho osservato nell’esperienza politica, dove le correnti si trasformano presto in cordate.

A conti fatti, tornando a sfogliare il malloppo della mia ‘raccolta’, mi pare di riascoltare le note di un concerto. O almeno, una band abbastanza affiatata, dove si canta più o meno a turno, ciascuno si cimenta come e quando può con uno o più strumenti, ma si fa il possibile per dare voce a una comunità, da cui si proviene e che proseguirà per vie nuove in futuro.

Non male, tutto sommato, come prova d’orchestra.

Giovanni Pagliero

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