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Sera di Ferragosto: i tg annunciano il rientro dei talebani a Kabul. Dopo 20 anni – dicono – tornano indietro le lancette della storia. Privo delle milizie straniere, il governo è crollato immediatamente, come un castello di carte.

Si parla di ‘fallimento’ della guerra condotta in questi due decenni dalla coalizione internazionale a trazione Usa e Nato. E la domanda più frequente è che fare perché non vengano azzerati i diritti più elementari degli afghani e soprattutto delle donne.

È una domanda che nei tempi recenti è stata spesso rivolta anche ai pacifisti. Il rifiuto degli interventi armati significa ignavia di fronte ai soprusi e abbandono delle vittime? L’unico obiettivo è yankees go home, dopodiché subentra l’indifferenza? L’antiamericanismo ci acceca e ci fa dimenticare il ‘peccato originale’ dell’invasione sovietica, come il ruolo – sciagurato – di Sarkozy nella guerra libica?

Sono interrogativi che meritano la massima attenzione. Purché non siano branditi in modo retorico e strumentale, come un modo furbesco di rilanciare la palla nel campo dell’avversario e celare le proprie responsabilità. Chi domanda ai pacifisti qual è la loro soluzione, non può non dire qual è la sua (e valutarne i risultati, qualora abbia trovato applicazione). Se dietro quella domanda si nasconde la convinzione che l’unica strada praticabile sia quella dell’intervento armato, occorre l’onestà, la franchezza e il coraggio di dichiararlo. In sostanza, se penso che gli USA e i loro alleati avrebbero dovuto portare in Afghanistan il triplo di soldati, con disponibilità a riportare a casa non tremila ma dieci o quindicimila giovani cadaveri, e a spendere non mille miliardi di dollari ma diecimila, e a restare su quel terreno non 20 ma 50 anni, debbo argomentare queste proposte e spiegare perché i generali del più potente esercito del mondo non ne sembrano convinti.

Se insomma la domanda «Ma che fanno i pacifisti?» è solo un escamotage dialettico per negare il clamoroso fallimento dei non-pacifisti, quella domanda può essere rispedita al mittente: come rispedirei al mittente il post di Salvini datato 15 agosto 2021: «Vergogna. Qualcuno al governo dovrebbe rileggersi Oriana Fallaci». Ma santo cielo, la strada su cui ci siamo avviati vent’anni fa non era proprio quella additata da Fallaci? Non era forse lei (Fallaci) a invocare l’occupazione militare dell’Afghanistan e poi dell’Iraq e ad attaccare sistematicamente chiunque – come il suo amico Tiziano Terzani – esprimesse dubbi e obiezioni? La Lega che era al governo nel 2001, e poi nel 2003 quando partecipammo alla guerra in Iraq, e ancora nel 2011 quando per sei mesi partirono dalle nostre basi i bombardieri diretti in Libia, non ha nulla da dire sul risultato di quelle scelte? Non ci si rende conto che gettando nel caos l’intero Medioriente e il Nordafrica – dopo che si erano foraggiati i mujahedden sauditi e wahabiti in funzione antisovietica ‒ hanno spalancato ‘autostrade’ al terrorismo e hanno di gran lunga peggiorato la condizione delle donne (e di tutte le minoranze religiose) in una vasta area del mondo? Per non dire che hanno contribuito in modo decisivo a costringere milioni di disperati alla migrazione verso l’Europa, che anche così paga il prezzo di queste guerre. Ai quali migranti, naturalmente, ora dovremmo correre a sbarrare le porte, dopo che li abbiamo ‘creati’.

Torniamo all’interrogativo iniziale. A chi si pone giustamente e onestamente quella domanda – non per riattivare i giochi e i profitti del gigantesco complesso industriale-militare, ma per cercare altre strade – tutti gli operatori di pace sono chiamati a dare una risposta, sapendo che non può essere facile né di breve periodo. Nel caso dell’Afghanistan la difficoltà è aggravata dagli effetti controproducenti della guerra, in cui gli afghani critici verso i talebani sono stati bollati, loro malgrado, come ‘collaborazionisti’ e in queste ore drammatiche vedono come unica salvezza la fuga. Ma è una domanda che insieme con i 38 milioni di afghani riguarda tutti i popoli sottoposti a regimi spietati e opprimenti, dalla Corea del Nord all’Eritrea. La comunità internazionale può agire, e in che modo?

Ci si scontra qui con la crisi crescente delle istituzioni internazionali. Specialmente dopo il 1989 il peso dell’ONU è crollato: ormai pochissimi conoscono il nome del Segretario Generale, mentre nei decenni precedenti le sue dichiarazioni comparivano quotidianamente nei notiziari. Può avere ancora un senso, in questo quadro, parlare di «operazioni di polizia internazionale»? In alcuni casi sì, e anche alcune delle missioni che coinvolgono militari italiani possono avere un senso: in Libano, ad esempio, o nel Kashmir. Ma sono missioni di interposizione e peace-keeping, ben diverse da un’occupazione militare dell’intero territorio.

È possibile, invece, pensare a forme disarmate di intervento o di pressione? Alcune esperienze sono state studiate e tentate dalle organizzazioni pacifiste e nonviolente. Con quali risultati? Probabilmente modesti, ma per lo meno senza recare ulteriori danni e massacri. Un contributo significativo potrebbe attuarsi attraverso il sostegno finanziario alle associazioni che in quelle aree svolgono attività umanitarie, oppure agli esponenti e ai movimenti – di quei paesi – che cercano gradualmente (e in modo più o meno clandestino) di promuovervi il riconoscimento dei diritti umani; e anche tramite la promozione, nei limiti del possibile, dello scambio culturale con quei popoli. Ma particolarmente importante potrebbe essere, in queste prospettive, il lavoro tra – e con – i milioni di profughi. Che potrebbe essere notevolissimo e preziosissimo, se gli si dedicasse anche solo una piccola parte delle enormi somme investite nella guerra.


 
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