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 482 - In ricordo di Alex Langer e Jovan Divjak

 

Passato e futuro della ex Jugoslavia

Nel 1969 feci un viaggio in Jugoslavia, organizzato dalla Meridiana di Firenze, un’associazione vicina alla sinistra democristiana degli amici di Giorgio La Pira e Nicola Pistelli.

Non un viaggio puramente turistico, che si proponeva anche di indagare sul mondo produttivo, allora impostato sull’”autogestione” (Samoupravljanje), e su quello dell’educazione. Visitammo quindi alcune fabbriche a Lubiana e Zagabria e in quest’ultima città avemmo un incontro con un direttore di scuola elementare. Ricordo che, di fronte all’immancabile bicchierino di slivovitz, con gran dignità e una punta di orgoglio, esordì: «Che cos’è la Jugoslavia? 5 popoli (sloveni, croati, serbi, montenegrini, macedoni), 4 lingue (sloveno, serbo-croato, montenegrino, macedone), 3 religioni (cattolici, ortodossi, musulmani), 2 alfabeti (latino, cirillico), uno Stato». Sappiamo in realtà come andassero le cose, con l’egemonia serba in tutti i gangli vitali del potere e come gli altri si adattassero a questa situazione. Ma allora rimasi colpito e ammirato da questo sforzo di presentare una convivenza miracolosamente coesa pur tra popoli molto diversi. Sappiamo poi in che modi tragici si è evoluta la storia successiva al 1989.

 

Cittadinanza onoraria

Questi lontani ricordi sono affiorati nella mia mente sentendo la sera di Pasqua un servizio di Radio Radicale (Passaggio a sud-est) che dà spesso notizie molto interessanti sul complesso mondo dei Balcani, del tutto ignorate dai “media” italiani. Nei primi giorni di aprile il Consiglio comunale di Sarajevo, all’unanimità, ha conferito la cittadinanza onoraria alla memoria ad Alexander Langer, per l’impegno coerentemente nonviolento attuato con coraggio e tenacia durante il lunghissimo assedio della città (5 aprile 1992 ‒ 29 febbraio 1996, 12.000 morti, di cui 5.000 bambini). In realtà Alex non vide la fine dell’assedio perché decise di andarsene da questo mondo il 3 luglio 1995. L’iniziativa di tale riconoscimento è dovuta all’impegno congiunto dell’ambasciatore italiano Nicola Minasi e della fondazione «L’istruzione costruisce la Bosnia-Erzegovina», diretta fino al giorno della sua morte avvenuta il 10 aprile scorso, dal generale Jovan Divjak. Il che dimostra, forse, che non tutte le tute mimetiche sono da buttare.

Marco Boato, voce storica dei Verdi italiani, intervistato per l’occasione, rievoca quegli avvenimenti, rimarcando l’atteggiamento di Langer, pienamente coerente con la visione gandhiana della nonviolenza attiva. Egli ripetutamente in quei giorni invocò, in parziale dissenso con lo stesso schieramento nonviolento, una operazione di polizia internazionale che ponesse fine all’assedio e all’orrendo contorno di pulizie etniche, culminate con l’assassinio di oltre 8000 musulmani ad opera delle milizie serbe, a Srebrenica. Non fu ascoltato né dall’Unione Europea, né da Jacques Chirac, allora appena eletto presidente, a cui si era personalmente rivolto. Intervenne invece la Nato, sostituendosi arbitrariamente all’Onu (cfr. Danilo Zolo, La giustizia dei vincitori), con una vera e propria azione di guerra. Vi furono bombardamenti aerei con vittime civili, per la prima volta in Europa, dopo la fine della seconda guerra mondiale. La resa della Serbia fu sancita dagli accordi di Dayton (14/12/1995) che, questo va pur ricordato, consentirono lo stabilizzarsi della situazione e il deferimento al Tribunale Penale Internazione dell’Aja di alcuni criminali come Radovan Karadzic, Ratko Mladic e lo stesso presidente serbo Slobodan Milosevic.

Un cenno a parte merita la figura del generale Divjak. Di origine serba e vissuto molti anni a Belgrado, fu l’unico militare di alto grado a schierarsi con gli assediati. «Io sto con chi soffre e mi sembra più debole», dichiarò. Considerato eroe a Sarajevo e nemico giurato a Belgrado, fu per molti anni inseguito da un mandato di cattura internazionale, rischiando anche, in occasione di un viaggio in Austria, di essere consegnato ai serbi. Nel 2001 ottenne la Legion d’onore dal Presidente francese Chirac.

 

Smembramento vs integrazione europea

Stabilizzazione non significa pace e armonia sicura tra i vari popoli che compongono la Bosnia e altre regioni della ex-Jugoslavia. Gli organi statuali obbediscono a un delicato e sempre precario dosaggio di poteri. A Sarajevo, per un periodo complessivo di 4 anni, si succedono ogni 8 mesi alla Presidenza della repubblica, un bosniaco, un croato e un serbo. Proprio ora tornano di attualità tutti i complessi problemi dei Balcani occidentali. È stato fatto circolare un documento definito negli ambienti diplomatici non-paper, cioè anonimo, ma che si sussurra ispirato da sloveni e croati, che ripropone un sostanziale smembramento della Bosnia, con aggregazione a Croazia e Serbia delle regioni più omogenee (al più dotate di un’autonomia paragonabile al Sud Tirolo italiano), mentre per i bosniaci musulmani la sorte sarebbe quella di «una riserva indiana» dai contorni non ben definiti (Gigi Riva, «L’Espresso» del 25/4/2021). L’allarme per il riattizzarsi dei contrasti tra le etnie, fino al rischio di guerra è del tutto evidente e in proposito l’articolo citato inclina al pessimismo. Non così il parere di Piero Fassino, commissione esteri della Camera, e di Olivér Vàrhelyi, commissario Ue per l’allargamento, che in un articolo apparso su «Repubblica» lo stesso 25 aprile, sostengono che solo l’entrata nell’Unione di Bosnia, Serbia, Montenegro, Kossovo, Nord Macedonia e Albania possa scongiurare la ripresa delle ostilità in quel delicata regione, soggetta, per vari motivi, ad attenzioni strategiche da parte di Russia e Turchia. L’integrazione è rischiosa e per favorirla, la Commissione Europea ha proposto un piano di aiuti di 28 miliardi di euro, ma è comunque il rischio minore. «Per secoli ciascun popolo balcanico ha pensato il suo futuro contro il vicino, l’integrazione europea... può sollecitare ogni nazione… a costruire il proprio futuro insieme al vicino… e può ancorare stabilmente la Serbia all’Europa, sanando le ferite del ’99» (P. Fassino).

Non ci si deve nascondere tuttavia la mole dei problemi aperti. Il carattere autoritario di molti governi alle prese con gravi problemi interni e con quel macigno che schiaccia le nostre coscienze, che si chiama «rotta balcanica», percorsa dai migranti asiatici. 40.000 respingimenti a bastonate e torture e 2000 morti in un anno. Specie ad opera della Croazia, che peraltro è già membro dell’Ue, ma non mancano anche responsabilità italiane alla frontiera di Trieste.

Lode comunque alla città di Sarajevo che ha voluto ricordare e onorare Alex Langer, grande operatore di pace. Lode a Radio Radicale per l’attenzione dedicata a questi temi, trascurati da un certo provincialismo dei mezzi d’informazione italiani per la politica internazionale. Lode infine a chi nel Parlamento italiano e negli organismi europei si batte per l’integrazione di questi paesi, continuando così, nella sostanza, la strada indicata da Langer nei lontani anni Novanta.

Pier Luigi Quaregna

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