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 482 - La via percorsa da Aldo Bodrato / 2

 

Il narrare teologico, opera notturna di lotta (e benedizione)

«Il suo oggetto [quello della teologia narrativa] non è tanto Dio che si rivela, quanto l’uomo che risponde alla chiamata di Dio.

Il suo riflettere narrando non è rinverdire gli antichi allori della fede, ma percorrere, con nuova e sofferta coscienza di figli di una tradizione bimillenaria, il suo difficile cammino tra gli uomini. Il che naturalmente avviene a partire dalla situazione esistenziale del cristiano e non cristiano di oggi, che, se interroga, con lo strumento dell’invenzione e della riflessione narrativa, il suo passato, non lo fa per ricostruirlo a piacere, né per imbalsamarlo nella tipologia asettica degli eventi memorabili, ma per dire come egli riesce ancora a riviverlo e a capirlo, a farlo radice e vena pulsante del proprio presente» («Il narrare come problema teologico», Humanitas, 4 1984, p. 643)

La svolta narrativa intravista nel primo libro (cfr ...) prende corpo nel testo successivo, Le opere della notte (Claudiana, 1985), una raccolta di racconti brillantemente introdotti da una leggenda fondativa, L’insonnia del patriarca, con cui Bodrato «teorizza narrativamente» come il racconto sia lo sbocco inevitabile dell’insoddisfazione per una teologia meramente argomentativa. Sono passati quarant’anni e, per quanto questa via sia tutt’altro che consolidata, abbiamo nel frattempo ritrovato quella medesima scontentezza nelle parole di vari autori. Tra le tante possibili, ricordiamo quelle di Jean-Pierre Jossua, ideatore della teologia letteraria, con cui peraltro Bodrato è entrato in contatto: «Quella che era la mia situazione all’inizio del mio insegnamento di teologia, trentacinque anni or sono, rappresenta efficacemente la disgiunzione totale che poteva esistere allora fra il pensiero religioso e la letteratura o gli studi dedicati a quest’ultima, così come il loro reciproco ignorarsi. A parte una certa attenzione agli aspetti letterari della Bibbia e delle opere cristiane antiche o dei testi mistici, vivevo una completa schizoidia. Intendo, cioè, una giustapposizione tra il lettore appassionato che sono sempre stato, l’uomo che aveva tratto dalla letteratura una parte della sua sostanza viva e della sua riflessione sull’esistenza, e lo specialista di una teologia cristiana che pure volevo accordare alla modernità» (La letteratura e l’inquietudine dell’assoluto, Diabasis, 2005, p. 40).

Su un fronte non letterario, una testimonianza più recente arriva da François Bœspflug, forse non casualmente anch’egli domenicano, il quale riferisce la sua vocazione di studioso dell’arte a partire da un episodio di «stanchezza collettiva» intervenuto durante un corso di formazione in trinitaria a un gruppo di giovani monache: «Dopo dieci giorni di corso tenuto da domenicani luminari di teologia, le apprendiste teologhe non ne potevano più e si dicevano esauste a forza di tante sublimi astrazioni, nonostante – o forse proprio per… ‒ la grande quantità di corsi che avevano seguito. Secondo il programma, avrei dovuto intervenire per ultimo con una relazione inizialmente prevista senza immagini su un argomento piuttosto arduo, se non sofisticato: ‘Trinità cristiana e triadi della storia comparata delle religioni’. Intuendo che non sarebbe ‘passato’, cambiai radicalmente progetto all’ultimo momento e preparai nottetempo, nella biblioteca del convento di Rangueil, una relazione su tema: ‘La Trinità nell’arte’. Fu la prima di una lunga serie di conferenze sull’argomento. Nonostante fosse improvvisata […], questa relazione ebbe un grande successo. Innanzitutto con me stesso, se mi è consentito: scoprivo il piacere, alquanto stimolante, di ‘parlare l’immagine’» (Il pensiero delle immagini, Qiqajon, 2013, p. 24-5). Quanto e se la via dell’arte, la proposta narrativa e l’apporto dei linguaggi della cultura in genere siano in grado «di dire Dio oggi» assieme alla teologia argomentativa, o persino meglio di questa, resterà da appurare. Per ora valutiamo il tentativo di Bodrato, che prende avvio con Le opere della notte ove recupera alcuni dei «suoi» temi, qui rinvigoriti dalla forza del racconto, in un percorso che isola frammenti dell’Antico e del Nuovo Testamento per proseguire nell’epoca patristica, monastica medioevale, moderna e contemporanea, come a dire che il cammino è continuato, rompendo con l’idea che la storia della rivelazione sia un fatto chiuso e concluso.

 

La parola incontenibile

Data la continuità dell’opera di Bodrato, non deve stupire come la parola profetica, parola d’eccellenza nella denuncia dei soprusi e delle ingiustizie sociali, si faccia qui narrazione dopo essere stata evocata nei saggi di Quale Dio? quale uomo? per tornare ancora negli anni seguenti nel suo testo dedicato al profetismo, L’avventura della Parola (Effatà, 2009). Centrato su Amos è quindi uno dei primi racconti della raccolta, Per un canestro di frutta, che fissa nell’immagine di un delizioso cesto di fichi su cui il sacerdote allunga le mani, il gesto capace di provocare l’invettiva del profeta. Il pecoraio di Tekòa ha assistito al rito di ringraziamento protrattosi «oltre ogni attesa», con la folla di contadini e pastori lì convenuti con le loro offerte, che il sacerdote depone «simbolicamente ai piedi dell’altare» e che presto altri fanno sparire, mentre l’incenso brucia il suo profumo in nuvole fumose per annebbiare la vista e l’olfatto. Lo sguardo attento di Amos nota il desiderio con cui gli uomini osservano «quanto si accumula per il banchetto dei potenti» (p. 44) e per questo non può più tacere: «Israele è come questa offerta destinata a bocche voraci. È Dio che ve la mette davanti perché comprendiate. Non vi perdonerà più. “I canti del tempio diventeranno ululati – dice il Signore – dovunque quantità di cadaveri saranno gettati in silenzio”» (Le opere della notte, p. 45)

La parola di Amos è incontenibile ed erompe in grido e «ruggito» contro il culto sacrificale dei santuari di Israele, come Bodrato spiegherà ancora nel saggio successivo di taglio biblico: «per Amos la moltiplicazione dei pellegrinaggi ai templi delle alture e delle offerte agli altari si contrappone direttamente all’ascolto della parola di Dio […] ecco perché proprio al capo dei sacerdoti è predetta la morte e la rovina dell’intera famiglia. Perché è lui a favorire il peccato del popolo e a offrirgli quella presunzione di santità religiosa che gli impedisce di prendere coscienza delle colpe e di pentirsene» (L’avventura della Parola, pp. 57-58). Che il rito religioso, moltiplicato nei luoghi e nelle offerte, proceda parallelo all’oppressione dei poveri e alla corruzione e degenerazione morale dei potenti è quanto denunciano gli Amos di tutti i tempi, di cui Bodrato volentieri raccoglie il testimone: «poiché schiacciate chi lavora e gli estorcete doni in frumento, poiché opprimete il giusto e tenete lontano chi vorrebbe sedere con voi a tavola» (Le opere, p. 47). La denuncia a favore delle categorie del povero e dell’afflitto, emersa fin dai primissimi scritti, è quindi riprodotta a più riprese nella forma narrata, dove la sua penna si fa più originale, sagace e acutamente ironica.

 

La ribellione degli affamati di giustizia

Di voci profetiche, bibliche ed extra-bibliche, sono di conseguenza ricche le sue storie, che prediligono sulle altre le figure contestatrici di ogni forma di potere umano ‒ da Giovanni il Battista a Giovanni «bocca d’oro» Crisostomo. Variamente incarnati in personaggi che vivono sulla soglia o esterni al consorzio umano, come i diversi eremiti che saranno protagonisti delle successive raccolte o, in questa, l’ex teologo benedettino, Michele da Casale, divenuto giocoliere per onestà con l’uomo che ha scoperto di essere: «l’ordine da rispettare non è quello delle nostre fantasie di grandezza, bensì quello delle realtà umili, concrete e preziosissime che giacciono qua in basso [i piedi]. Non c’è essere materiale che non sia custode e simbolo di cose ben più alte […] Del sogno di perfezione l’uomo non può che portare una traccia, una stigmata che non sanguina ma resta sempre aperta come una ferita incurabile. Un corpo segnato dal segno della sconfitta, ma sempre vivo e bruciante nell’impotenza di realizzarsi» (pp. 146-47).

Ha «pensieri indocili e ribelli» anche l’anziano Galileo, tormentato dal ricordo del processo iniquo e della forzata abiura, che qui si congeda dall’ex allievo e matematico Benedetto Castelli con parole da teologo più che da scienziato: «sarebbe stato più tradizionale non smentire le sagge regole dei sensi e della ragione che ci mostrano quanto sia migliore un mondo che si muta e cresce nelle incertezze della vita di uno che resta immobile e sterile nell’incorruttibilità delle cose morte» (p. 163). In anticipo sui tempi, l’uomo ormai cieco vede quello che altri non sanno ancora riconoscere: la frattura insanabile che si è aperta tra scienza e religione. Infine, ridotto all’impotenza nel buio della cecità e nell’isolamento forzato, sente giunto al termine anche il tempo delle parole: «Ora solo il silenzio è possibile, ma un silenzio ‘per sempre’, come quello che mi è stato imposto» (p. 164).

 

La kenosi del linguaggio

La fragilità della parola, di cui il silenzio è sublime espressione, si rivela tanto più esposta nella modalità narrativa, facile da derubricare a invenzione dilettevole o fiaba, tanto più da isolare nell’irrilevanza, indegna del discorso speculativo di cui vorrebbe farsi partner. Eppure è tale kenosi del linguaggio a esibire meglio le miserie umane e il limite costitutivo dal quale discende ogni suo discorso e racconto. Non può che essere tipicamente umano allora anche il vivere in un mondo che della luce della presenza di Dio non mostra più i segni, come quello in cui si è trovato Bonhoeffer, profeta in tempo di guerra, scelto da Bodrato per chiudere questa raccolta di dodici storie di sovversione. Il pastore riformato è qui ritratto come immagine del cristiano, che nell’estrema delle sue notti sceglie di non essere homo religiosus ma semplicemente uomo: «La Bibbia indirizza gli uomini all’impotenza e alla sofferenza di Dio; solo il Dio che soffre può venire in aiuto. Solo in questo senso si può dire che l’evoluzione del mondo verso la maggiore età sgombra il terreno da una falsa visione di Dio e apre la via verso il Dio della Bibbia, che acquista potenza e spazio nel mondo per mezzo della sua impotenza» (p. 175). Una visione non dissimile da quella già proposta da Michele da Casale: «Sono più vicini a Dio i simboli del tutto dissimili da lui, perché almeno ci evitano l’illusione e l’idolatria. Se lo paragoniamo a un papa o a un re possiamo credere che il papa e il re siano Dio, ma se lo paragoniamo a un ladrone non possiamo confonderci. La croce di Cristo ce lo insegna» (p. 146).

Uomini della notte per destino o vocazione, la galleria dei personaggi di Bodrato ha incarnato quel senso di ribellione che cova negli affamati di giustizia. È quella stessa inquietudine, che in Jossua ha implicato la ricerca di un nuovo linguaggio per una teologia incarnata nell’esperienza, e che era già filo conduttore di tante storie bibliche che parlano della lotta dell’uomo di fede con Dio, da Giacobbe a Giobbe. Ma infine – sembra suggerire Bodrato ‒ non è questo semplicemente, «come già riconosceva Agostino, il vero segno della presenza di Dio tra gli uomini?» (Quale Dio? quale uomo?, p. 169).

Maria Nisii

(continua)

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