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L’Ucraina in bilico

A fine 2021 tira aria di tempesta tra l’Ucraina e la Russia, che ammassa truppe ai confini. Si paventa un’invasione, o almeno un ritorno alla guerra fredda. Molti stigmatizzano le intenzioni aggressive del ‘nuovo zar’, che nel 2014 ha annesso unilateralmente la Crimea alla Federazione russa e appoggiato la secessione del territorio ucraino del Donbass.

 

L’avanzata dell’Occidente

Tuttavia su un punto la Russia ha ragioni da vendere: nei due decenni precedenti, l’Occidente ha voluto stravincere. Non si è accontentato del crollo del comunismo e dello scioglimento del Patto di Varsavia. Gradualmente, a partire dal 1997, quattordici paesi dell’est sono entrati nella Nato: Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Slovenia, Slovacchia, Lettonia, Lituania, Estonia, Bulgaria, Croazia, Albania, Montenegro e Macedonia del Nord.

Eppure varie fonti confermano che nei colloqui che non soltanto l’amministrazione statunitense, ma anche Kohl, Genscher, Thatcher e Mitterrand ebbero nel 1990 con Gorbaciov e con i governanti sovietici, si offrì loro la garanzia che l’alleanza militare occidentale non sarebbe avanzata «neppure di un pollice». È avvenuto esattamente il contrario: dal 2004 tutte le nazioni che con l’Urss componevano il Patto di Varsavia sono membri della Nato. E non lo si è ritenuto sufficiente: nell’aprile del 2008, su proposta di Bush, l’organizzazione ha dichiarato di «accogliere con favore le aspirazioni euroatlantiche dell’Ucraina e della Georgia di farne parte».

Ora, è ovvio che la Russia avverta come una potenziale minaccia l’adesione a questa alleanza militare da parte dell’Ucraina: un paese grande più del doppio dell’Italia, e con il quale condivide oltre 1500 km di confine. La Nato in Ucraina sarebbe per la Russia ciò che per gli Stati Uniti erano i missili nella Cuba del 1962: significherebbe oltrepassare la “linea rossa”.

 

Una terra contesa

Il toponimo Ucraina significa «terra di confine». E in effetti il vasto bassopiano sarmatico, privo di barriere naturali, ha spesso modificato verso est o verso ovest i propri confini ‒ dai tempi dell’Orda d’Oro a quelli del Granducato di Lituania e dell’URSS – con effetti ondivaghi sulla politica interna. Nel 2014 a Kiev, a seguito della rivolta di piazza Maidan (che i russi definiscono un colpo di stato) il governo filorusso è stato sostituito da un governo filooccidentale. Con una palese violazione del diritto internazionale la Russia ha reagito annettendosi la penisola di Crimea, in stragrande maggioranza russofona (era entrata a far parte dell’Ucraina il 19 febbraio 1954 per una decisione improvvisa e inattesa di Khruscev – di famiglia ucraina ‒ a detta di alcuni ubriaco) e poi sostenendo l’insurrezione nella regione orientale del Donbass. Mossa strategica, quest’ultima, chiaramente orientata a impedire l’adesione dell’Ucraina alla Nato: infatti lo statuto dell’organizzazione vieta l’ingresso ai paesi che hanno conflitti in corso al loro interno.

 

La mediazione improbabile

Evidentemente un accordo sull’Ucraina è possibile a condizione che essa rimanga autonoma dalla Russia ma fuori dalla Nato. Di recente qualcuno (come Giuseppe Cassini sul «manifesto» del 22 dicembre) ha prospettato con validi argomenti una soluzione “alla finlandese”: proposta assai interessante, nonostante le differenze che distinguono le due realtà sul piano storico e culturale. Ma è probabile che non se ne faccia nulla, nemmeno il tentativo.

La ragione è semplice: non conviene. Converrebbe, certo, allo sviluppo di una coesistenza pacifica e alla riduzione della spesa in armamenti. Ma non conviene per nulla al gigantesco complesso militare-industriale (quello da cui volle mettere in guardia, lasciando la presidenza, Eisenhower – non un pacifista, ma uno che di guerre se ne intendeva), che secondo il rapporto Sipri 2020 gestisce nel mondo 1981 miliardi di dollari, di cui 1103 nei paesi della Nato.

Dal 1945, per quasi mezzo secolo il complesso militare-industriale (e non solo quello americano ma anche quello sovietico) si è nutrito, per crescere, del contrasto est-ovest, del bipolarismo Usa-Urss e della contrapposizione ideologica, che alimentavano una corsa incessante agli armamenti. Dopo la caduta del Muro, ha dovuto cercarsi una nuova ragion d’essere, e l’ha trovata aprendo conflitti per lo più destinati a non risolversi ma ad estendersi e perpetuarsi nello sfaldamento degli stati, in aree di perenne instabilità (Iraq, Siria, Libia).

Nel caso dell’Ucraina, serve al complesso militare-industriale – e allo stesso Putin – “inscenare” un conflitto che non hanno nessuna intenzione di combattere su larga scala. La strategia della tensione basterà ad agitare nelle opinioni pubbliche lo spauracchio sempre utile di un nemico, e soprattutto a motivare e far crescere le commesse militari.

Pazienza se qualcuno, sul terreno, ci lascerà la pelle. Un po’ come ai tempi di Foscolo: «I re, per cui vi trucidate, si stringono nel bollor della zuffa le destre e pacificamente si dividono le vostre vesti» (Ultime lettere di Jacopo Ortis).

 

Disinteresse, ignoranza, silenzio

In margine, una considerazione sullo scarsissimo spazio che la politica estera occupa nel nostro dibattito politico. Capita raramente di ascoltare da un esponente del governo o da un leader di partito un’analisi articolata, che ponga qualche interrogativo e vada al di là della generica (e rituale) professione di fede nell’Europa o di ‘fedeltà atlantica’.

Nel quadro di una carenza che è culturale prima ancora che politica, merita di essere segnalata l’attività della rivista di geopolitica «Limes», che fornisce un’informazione seria e approfondita. Proprio il suo direttore, Lucio Caracciolo, rivolgeva un appello (inascoltato) alla nostra classe dirigente nella conclusione di un articolo apparso sulla “Stampa” lo scorso 17 agosto, all’indomani del ritiro dall’Afghanistan, ovvero al termine della lunga guerra combattuta e persa dalla Nato: «invece di battere bandiera a casaccio in giro per il mondo, addestrando e armando i nostri futuri nemici solo per ostentarci serventi alla causa del Superiore e ottenere l'esatto opposto di quanto proclamato, potremmo concentrare le nostre scarse risorse, non solo militari, nelle aree di immediato interesse. Con la benedizione di Washington, o almeno dei suoi apparati meno disorientati. La priorità italiana è lo Stretto di Sicilia, non quello di Taiwan. È il deserto del Sahara con le proiezioni saheliane, non quello del Rigestan, il "paese delle sabbie" afghano».

Giovanni Pagliero

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