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Tutte le guerre le abbiamo sofferte, a cominciare da quella che spaventava noi bambini, anche se di lì a poco giocavamo senza pensarci più. Potevamo poi giocare, perché in noi la vita cresceva, e perché, nel nostro caso, la guerra non aveva ucciso persone vicine, non aveva colpito casa nostra e le case vicine. Ma abbiamo visto i morti uccisi, visti vivi poco prima. Abbiamo sentito piangere le vedove degli uomini usati e venduti alla morte dai governi. Abbiamo visto le armi ‒ cioè la morte ‒ nelle mani e sulle braccia degli uomini, e anche di qualche donna, come si abbraccia un amore: ma era odio, era morte da infliggere ad altri, perciò (quelli non lo sapevano) anche a se stessi. Erano i nazisti, i fascisti, ed erano i partigiani: obiettivi totalmente opposti, ingiusti gli uni, giusti gli altri, ma uguale dipendenza nel contendersi la morte: più morte a te, meno a me. Tutti prigionieri. Oggi noi sappiamo più di tutti loro. Abbiamo sapienza dolorosa.

Quel che ti accade, che vedi e vivi, lo capisci sempre dopo, sempre di più. Quella, e tutte le altre guerre, le abbiamo sofferte, ma questa, ora, più vicina nel tempo e nello spazio (ci sentiamo in colpa verso le vittime meno vicine), ci offende di più. Vedo che accade a molti.

Mi offende di più, questa guerra, anche grazie alla fragilità della vecchiaia, che è sensibilità, pelle nuda, equilibrio instabile, interiorizzazione di tutto il bene e di tutto il male. Sapienza dolorosa. E bisogna vivere tutta l'offesa e tutto il dolore, non diminuirli, non sottrarsi, non distrarsi. Come Rachele, che non vuole essere consolata, quel giorno di Erode. È l'unico modo, per noi, di essere vicini alle vittime, di cominciare a riscattarle. Solo l'estinzione totale e universale della guerra riscatta le vittime, e noi partecipi.

Prima di ciò, non vogliamo consolazione. Amici, persone vicine, cercano di distrarci: c'è anche altro, c'è da vivere. Sicuro. Ma non vogliamo sottrarci alla partecipazione. E la nostra partecipazione, dopo che la guerra è cresciuta fino a diventare totale, è nulla di meno della estinzione totale e universale della guerra.

Non c'è bisogno di ricordarci che la guerra nasce nei cuori e nelle menti: chi non lo sa? chi ne è tutto puro? Ma le menti e i cuori hanno modi loro per combattere nel loro interno, per purificarsi dalla morte. Occorre che le mani umane, le politiche, le tecniche, le economie, le mitologie delle fazioni umane, siano private dello strumento armato, e che il pensiero di odio, gli opposti pensieri di odio, si trovino disarmati, debbano solo confessare l'uno all'altro la vergogna di sezionare la vita.

Vincere l'odio, rinnegarlo, ma per prima cosa disarmarlo. Il disarmo universale non è un punto di arrivo, ma il punto di partenza della politica intelligente, onesta, coraggiosa. Forse perfino il disarmo unilaterale, per primi, osando il vero coraggio. Solo il disarmo è razionale, vitale, sicuro. La pace armata è già guerra (anche se la guerra guerreggiata è molto peggio).

È umiliante, per chi da sempre pensa le vie concrete della pace, vedere l'ignoranza colossale della politica corrente, che non sa nulla della vita, e sa tutto di come prendere un potere mortale sulla vita. La grande storia è il fallimento della storia vera, umana.

E ti chiedono, e lo scrivono sui giornaloni e sugli schermi che invadono le case, come fossero il piatto della cena sulla tavola: «ma allora come fareste? cos'è la difesa nonviolenta?». Abbiamo biblioteche di storia, abbiamo memorie di esperienze vissute da persone semplicemente umane, che hanno difeso la vita ripudiando le armi: le armi che la vita la distruggono e non la difendono. Ma nessuno dei sapientoni della politica piatta, quella del potere, ha mai letto una pagina, ascoltato un maestro, imparata una storia, ascoltato un operatore, della forza della vita, cioè della nonviolenza. Sono rimasti analfabeti ottusi, credono che sia debolezza e resa, e credono che gli eserciti salvino. Vorrei non passare agli insulti verso l'ignoranza volontaria, ma devo affermare che è ignoranza volontaria. Non si impara quel che non si cerca. La politica corrente non cerca la pace. Al massimo la contratta: quanto ci guadagno?

Vergogna e dolore di tanti, ma non tutti si vergognano. Come l'antica Rachele, noi non vogliamo consolazione. Il dolore è fecondo, come nel parto. L'umanità nascerà alla vita, che finora i potenti armati impediscono. Purché non arrivino prima loro a imporre la distruzione nucleare, che hanno preparato in enorme abbondanza. Tutti i potenti, senza differenze. Ma nel diluvio ci sarà un'arca, se la costruiamo.

La pace, la vita, o è disarmata, di ogni tipo di armi, o non c'è.

Enrico Peyretti


 
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