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Dalla bandiera rossa all’aquila imperiale

 

Uno dei tre libri che, in gioventù, ricordo in casa mia si intitolava Dall’aquila imperiale alla bandiera rossa. L’autore, il generale russo “bianco” P. N. Krassnoff, vi narrava in forma romanzata la storia russa dalla fine dell’800 alla rivoluzione di ottobre e agli anni convulsi che precedettero la definitiva presa del potere da parte di Lenin.

Chiaramente antibolscevico, il testo fu pubblicato a Berlino nel 1922 e tradotto in molte lingue. Di certo era finito in casa mia immediatamente prima della seconda guerra mondiale. Direi che Putin ha fatto il percorso inverso. Dalla bandiera rossa, che sicuramente aveva sulla scrivania che condivideva a Dresda con i colleghi della Stasi (per un rapido ripasso rivedere il film Le vite degli altri) all’aquila imperiale dello zar (Caesar) di “tutte le Russie”. Non gli manca neppure la benedizione del patriarca Kyrill, che, disonorando il nome che porta, è riuscito sommare gli orrori della religione agli orrori della guerra. Non è una novità fin dai tempi di Ivan il Terribile, se non fin dal primo apparire della Ur-Rus in quel di Kiev, intorno all’anno mille. «Molte cose ha visto la Russia nei mille anni della sua storia, l’unica cosa che in mille anni non ha mai visto è la libertà», afferma amaramente Vassilij Grossman. E gli stessi 70 anni di “comunismo” appaiono una breve parentesi, quasi in continuità con una storia millenaria.

 

Contro la guerra. Eppure nel 1959 l’agenzia governativa Mosfilm produceva La ballata di un soldato di G. N. Ciuchrai, un film pacifista e antimilitarista come pochi nella storia del cinema. La destalinizzazione era appena iniziata e già si aprivano spazi di iniziativa culturale prima impensabili. Alioscia, per una brillante azione contro i tedeschi riceve una licenza premio, ma le difficoltà e gli imprevisti del viaggio fanno sì che, giunto a casa, abbia solo il tempo di abbracciare la madre e rimettersi in viaggio per il fronte, da cui non tornerà. Una storia delicata e struggente, in cui è possibile prendere in giro persino «la grande guerra patriottica»: scena finale, se ben ricordo, la pipì di un bimbetto su una catasta di fucili.

 

La lettera Z. Non esiste nell’alfabeto cirillico ma pare sia diventata un simbolo del consenso a Putin, a partire dalle grandi “kermesse”, che ricordano altri tempi, non proprio felici. Del resto anche Gasprom per il suo logo principale ha scelto la latina G e non la greco-cirillica Gamma, per problemi di marketing. Chissà se qualche consulente culturale ha ricordato all’autocrate che Z, l’orgia del potere (nomen, omen), regia di Costa Gavras (1969), film di produzione francese, girato in Algeria, rievoca l’assassinio del deputato della sinistra democratica greca Grigoris Lambrakis. In Zei (lui vive) Yves Montand interpreta Lambrakis, coinvolto in un finto incidente stradale. Muore qualche giorno dopo. Un giudice coraggioso (J. L.Trintignant) riesce a far luce sulla congiura, ma quando è a un passo dalla verità, i colonnelli attuano un colpo di stato e instaurano la dittatura. Prima dei titoli di coda, sullo schermo scorrono queste parole: «Contemporaneamente i militari hanno proibito Sofocle, Euripide, Eschilo, Tolstoj, Dostoevskij, Cechov, Gorkij e tutti i russi, la musica moderna, i movimenti per la pace, la lettera “z” che vuol dire è vivo in greco antico». Il cast è completato da Irene Papas, la moglie di Lambrakis. Indimenticabile la musica di Mikis Theodorakis. No, non credo che nel cerchio magico del Cremlino ci siano esperti di storia del cinema.

 

Inverno e primavera. E pensare che Mosfilm, nel 1966, produce Andreij Rublev per la regia di A. Tarkovsky. Le peregrinazioni del grande pittore e monaco russo, vissuto tra XIV e XV secolo, in un paese squassato da scorrerie, massacri e lotte di potere. Nella versione originale può accadere che lo spettatore un po’ distratto e cullato dalla dolcezza della lingua abbia un soprassalto sentendo improvvisamente, fuori campo, una voce italiana. È un omaggio del regista alla bravura dei fonditori italiani, che mescolando bronzo e argento, ottenevano campane dal suono eccezionale. Il racconto scava a fondo nella cultura russa a partire da quella precristiana. Le misteriose feste pagane della primavera, l’eterna rinascita, un momento breve e fuggente, tra «dieci mesi d’inverno e due mesi d’inferno». Tema ripreso, in musica, anche da Igor’ Stravinskij nel balletto Le Sacre du printemps. 1911-1913. Il film, in bianco e nero, si conclude con alcune riprese a colori che mostrano le vere icone di Rublev…: che senso ha l’arte?

 

Neve. Charkiv, in russo Karkhov, città ucraina a pochi chilometri dal confine russo. Ora in prima linea, sotto i bombardamenti. Nel gennaio 1943, meta agognata dei soldati italiani superstiti dalla spaventosa marcia per uscire dalla sacca del Don. Più di tre settimane a piedi, a trenta gradi sottozero: «Sergentmagiù, ghè rivarem a baita?» (torneremo a casa?), riporta Mario Rigoni Stern ne Il sergente nella neve. L’opera forse più significativa che rievoca uno degli episodi più vergognosi della guerra fascista. 229.000 soldati mandati allo sbaraglio. Quasi 80.000 morti e dispersi.

 

Entnazifizierung. Denazificazione, termine divenuto di moda con la guerra. Pone problemi ad entrambi contendenti. L’Ucraina alle prese con il Battaglione Azov, e la Russia con i mercenari del gruppo Wagner. Finiti gli scontri ideologici, riemerge la melma nazionalista e patriottarda, se possibile ancora peggiore. Blut und Boden. Victor Klemperer (LTI, la lingua del terzo Reich. Taccuino di un filologo) cita in esergo F. Rosenzweig: «La lingua è più del sangue». E ancora: «A causa del nazismo la Germania ha rischiato di morire, il tentativo di guarirla da quella malattia mortale, si chiama oggi denazificazione, non mi auguro, e nemmeno credo, che l’orrenda parola abbia lunga vita» (ibidem, p.15). Klemperer, che scriveva nel 1946, si sbagliava. In realtà fu un’impresa rimasta a metà, in entrambe le Germanie sorte dalla guerra. In particolare nei servizi segreti. Nella Repubblica Federale c’era urgenza di attrezzarsi contro il nuovo nemico al di là della “cortina di ferro”, nella Repubblica Democratica, dopo un repulisti iniziale, si ricorse alla professionalità acquisita nella Gestapo, senza tante sottigliezze. In fin dei conti, cambiato il principale, si trattava di fare un lavoro non troppo diverso. Un recente libro sul tradimento della famiglia di Anna Frank in Olanda conferma certi disinvolti riciclaggi personali.

 

Mediatori. «Trattare, trattare, trattare»… Certamente. Ma perché non rimanga un flatus vocis giusto utile per tacitare le coscienze occorre dire che ci vogliono almeno due condizioni: un minimo di fiducia e un comitato di mediatori, riconosciuti da ambo le parti. In difetto la trattativa è finta. Angela Merkel, cresciuta nella Ddr parla bene il russo, Vladimir Putin ufficiale del Kgb a Dresda si esprime perfettamente in tedesco. Nelle trattative non aver bisogno di interpreti può essere molto utile. Perché non nutrire qualche speranza?

Pier Luigi Quaregna

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