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 335 - ottobre

Vale la pena di andare oltre la polemica sulla presunta offesa all’Islam, e riflettere sulla sostanza più profonda del pensiero espresso dal Papa a Ratisbona (nella scia di quanto ha scritto Pietro Scoppola nell’articolo Cosa ha veramente detto Ratzinger a Ratisbona su «Repubblica» del 20 settembre). Non si tratta tanto del riconoscimento, scontato e marginale, che nel Corano vi è un principio di tolleranza e insieme di intolleranza; anche nella Bibbia vi è questa tensione evolutiva che va dal «Dio degli eserciti» degli strati più antichi dell’AT sino alla benevolenza divina nei confronti dei malvagi, cattivi e ingiusti affermata nel NT. Nei monoteismi la tolleranza tra credenti e il rispetto della religione altrui è sempre necessariamente una conquista; è stata una faticosa conquista anche per i cristiani, e sta avvenendo (ci auguriamo) lo stesso processo per i musulmani che, nel dialogo e nel confronto, vanno aiutati in questo cammino. Se c’è qualcuno che proprio dovesse rimanere offeso dalla lezione di Ratzinger non è l’islamico, ma semmai il teologo “cattolico”, perché, nel raffinato richiamo alla polemica fra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un dotto persiano, il Papa afferma il nesso indissolubile fra il cristianesimo e il pensiero greco, e quindi la necessaria e indelebile «ellenizzazione» del cristianesimo, peraltro cominciata già in epoca precristiana con la traduzione greca dell’AT realizzata ad Alessandria dai famosi Settanta. Tradurre la Bibbia ebraica in greco non è infatti una semplice trasposizione ma un incontro tra culture, come pure lo sarà il fatto che il NT sia scritto in greco tout court: in tal modo la cultura greca acquista un’indubbia preminenza nell’esprimere la rivelazione biblica, portando con sé la ricchezza ma anche il peso della sua tradizione, oltre al fatto di avere (secondo Ratzinger) l’obiettivo primato di essere la portatrice per eccellenza dell’istanza razionale. Il motivo fondamentale nell’argomentazione dell’imperatore bizantino contro la violenza è infatti nell’affermazione che «il non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio». Quel lontano e colto imperatore bizantino poteva fare quell’affermazione «partendo veramente dall’intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero ellenistico fuso oramai con la fede». Se a tutto ciò aggiungiamo il patrimonio di Roma, il cerchio si chiude con la cosiddetta e presunta «Europa cristiana». Uno degli aspetti più importanti della lezione tenuta dal Papa all’università di Regensburg, nella parte finale, è che di conseguenza egli non è d’accordo sui tentativi di de-ellenizzazione del cristianesimo (o dis-ellenizzazione, come scrive Scoppola), cioè da quelle teologie che vorrebbero leggere il messaggio biblico con categorie di pensiero diverse da quelle greche: una simile operazione è stata più volte tentata nel corso della storia del pensiero cristiano, da Duns Scoto alla Riforma, da Pascal a Kant, da Harnack a Laberthonnière, Barth e Bonhöffer. Il Papa è contrario perché ciò porterebbe a un indebolimento o addirittura allo smarrimento dell’istanza razionale nella teologia e nella fede, la quale risulterebbe esposta alla critica scettica della modernità. L’uomo stesso subirebbe una riduzione, e di conseguenza i problemi fondamentali sarebbero pericolosamente spostati nell’ambito della soggettività non razionale – non razionale alla maniera greca, la cui ragione naturale, greca e poi latina, aristotelico e poi tomista, sembra a Ratzinger l’unica forma accettabile, talmente alta da risultare irrinunciabile. Ma dove dovrebbero porsi quei problemi se non nella soggettività? Non vi è qui ancora quel timore della soggettività che caratterizza il magistero della chiesa in epoca moderna e al quale il Vaticano II ha tentato una risposta fiduciosa? Se si esclude l’ellenismo e il pensiero greco, non c’è vera ragione, sembra dire papa Ratzinger, per cui l’abbinamento tra cristianesimo e cultura greca risulta inoppugnabile e incontrastabile. Si tratta di una risposta abbastanza diretta a coloro che rivendicano per le “altre” culture (extra-europee) una loro originale inculturazione del cristianesimo partendo da Gesù e liberandosi di quella greca. Se quella greca è stata una delle prime inculturazioni, perché non potrebbero fare altrettanto anche i popoli asiatici, africani ecc.? Essi dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione, per scoprire il messaggio cristiano originario ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questo appare al Papa impossibile, perché le decisioni di fondo che riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana (greco-latina, aristotelico-tomista), fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi conformi alla sua natura. Sono affermazioni che costituiscono una sfida profonda a tutta la cultura moderna anche d’ispirazione cristiana. E, dato che l’ellenizzazione è già all’interno del NT, non sarebbe possibile per Ratzinger un recupero del Gesù storico scorporato dal Cristo giovanneo, o più in generale una visione gesuana, palestinese e messianica scorporata dalla visione cultica paolino-ellenistica; in parole povere è vietato pensare Gesù di Nazareth all’infuori del Prologo del Quarto Vangelo, come qualcosa di diverso (non necessariamente alternativo) dal Verbo incarnato.


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