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 26 nov - 6 dic 2014

  

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Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

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QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


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 347 - dicembre
La migrazione di popoli, che sempre più ci riguarda come paese di arrivo, pone problemi a cui non siamo preparati. Crescendo le dimensioni e complicandosi gli aspetti del fenomeno, risalta la nostra impreparazione di fondo. Nella ricerca di una politica e di una legislazione meno inadeguate, siamo consapevoli che chiunque (destra o sinistra) ne abbia la responsabilità si trova davanti a grandi inedite difficoltà, e tuttavia pensiamo che l'impostazione fondamentale debba essere di carattere morale, umano, universalistico, sebbene confrontato con i limiti realistici.

Nessuna politica, nessuna economia, né alcun altro nostro interesse o problema è importante e decisivo come riconoscere l’umanità in ogni essere umano. Il diverso, l'incomunicante, anche il colpevole, sono tutti esseri umani. Senza di ciò la nostra umanità sarebbe sconfitta, quale che possa essere la soluzione data al problema. Nulla di nuovo in questo, ovviamente. Nuovi sono i termini concreti delle improvvisate convivenze sullo stesso spazio, tra identità differenti e naturali tensioni.

Tutti coloro che vengono in Italia, vengono per vivere meglio, come vogliamo noi. Ma come? Qui è il problema. Ci sono tre possibilità. Quelli che vengono per lavorare (facendo spesso lavori che gli italiani rifiutano): bisogna accoglierli con decoro e inserirli nel mondo del lavoro degnamente senza lo sfruttamento per anni a cui molti sono costretti. Quelli che vengono per delinquere: bisogna contrastarli decisamente ed efficacemente senza indulgenze o scusanti controproducenti. E infine il caso più difficile: quelli che vengono clandestinamente per lavorare ma non riescono ad inserirsi e scivolano lentamente nel degrado cadendo preda della delinquenza organizzata o commettendo reati per disperazione: bisogna ridurre al minimo la clandestinità e approntare politiche efficaci contro il degrado. I due obiettivi, però, sono in parte contraddittori perchè un impegno serio e cospicui fondi per l'integrazione dei clandestini non fanno che attirare sempre più clandestini.

Il nostro popolo non è incapace di accoglienza umana, anzitutto, e poi anche di trovare un po' alla volta soluzioni pratiche. Lo ha dimostrato abbastanza di fronte alle precedenti minori ondate migratorie. Questo ci sembra vero, anche se il primo impatto è sempre stato di chiusura e diffidenza, se non di ostilità (lo sa chi ricorda l'arrivo dei meridionali a Torino, ma anche la successiva integrazione). Però oggi rozze ideologie localistiche come il padanismo, ma anche il diffuso asocialismo, aggravano le difficoltà di soluzione.

Quando poi un singolo o pochi atti delinquenziali compiuti da immigrati colpiscono l'emozione pubblica, e compaiono gravi segni di risposta razzistica come quelli che abbiamo visto, la preoccupazione per il futuro aumenta. L'informazione drogata dalla ossessione di vendere alza la febbre delle emozioni irrazionali. L'opinione eccitata esige provvedimenti rapidi, come se potessero essere risolutori. Il governo si precipita a offrire illusioni di immediate soluzioni, rischiando che i provvedimenti precipitosi siano incostituzionali, perciò non validi, ma produttori di danno civile profondo. L'opposizione sfrutta al massimo la difficoltà alzando il prezzo per collaborare, e si presta a tutelare le pretese più sommarie.

La responsabilità penale, tutta e soltanto personale, è quel principio giuridico universale (nella nostra Costituzione enunciato nel chiarissimo art. 27) che in simili situazioni rischia di essere perso di vista, con un danno profondo, incalcolabile, che minaccia tutti noi, gli indigeni come gli immigrati. Si sente parlare di espulsioni o «accompagnamenti coatti» alla frontiera (ma cosa sono ancora le frontiere?) calcolati a migliaia, invece che caso per caso sulla base di responsabilità personali, e sempre con diritto di ricorso, come esige lo stato di diritto e l’Unione Europea ci ha dovuto ricordare.

Eppure, gestire il fenomeno nuovo per dimensioni e pervasività richiede di saper immaginare soluzioni adeguate. Si parla giustamente di collaborazione internazionale (le immigrazioni problema europeo), di cooperazione con i paesi di origine dei movimenti migratori. Ci pare che questa sia la direzione più sensata per cercare soluzioni sul piano politico, legislativo, penale, e soprattutto di dialogo tra i popoli. Anche sul piano della spesa pubblica: le «grandi opere» del momento sono le case e le strutture d'incontro sociale. Senza la piazza dell'incontro, non c'è città, non c'è società umana, né tradizionale né nuova, né omogenea né composita. Periferie come Scampia a Napoli, con vari supermercati e nessun altro luogo di incontro se non opera di eroici volontari, strangolano la vita sociale, producono asocialità aggressiva. È fuori discussione che le situazioni di disagio, emarginazione, necessità, non giustificano alcun delitto, da chiunque commesso, ma impegnano la società a fare il massimo per liberare chiunque da quelle situazioni. Chi offende la vita e la dignità di altri ne deve rispondere alla legge, come tutti noi, non di meno, non di più, senza alcuna sottintesa attenuante né aggravante etnica. Il paese non deve scivolare nel lassismo demagogico, che non evita il razzismo: il rigore democratico dei diritti e dei doveri umani è la via corretta che tutela al meglio i vecchi come i nuovi italiani.

Ma sottostante alle decisioni, come dicevamo, è la qualità morale, civile, dell'animo pubblico davanti a questi fatti. Qui è decisiva la capacità delle "agenzie morali", ma altrettanto dei formatori di opinione pubblica, nel temperare i contraccolpi nella psicologia di massa, aprendo il senso identitario più serrato su di sé alla pluralità umana, che è in ciascuno, come ricchezza da scoprire, pur con impegno e fatica. Le chiese, la scuola, le religioni insieme, il discorso e le immagini pubbliche nei media sono messi alla prova storica: nonostante tutte le difficoltà, bisogna superare l'attuale strozzatura razzistica, alto rischio di infarto civile e umano.

I fascismi del XXI secolo sono annidati nel tumore dello scontro di civiltà, subito come destino mortale nella capitale dell'impero come nelle periferie e baraccopoli più disgraziate. L’accusa collettiva e la violenza razzista sono barbarie intollerabile. Quando la politica le utilizza, è barbarie. Ogni violenza suscita violenza e odio nelle persone di scarsa e debole umanità, ma impegna lo stato democratico e i cittadini più civili a provvedimenti e comportamenti legali, civili, umanitari. Di fronte ai germi di razzismo, l'emergenza ancor più che politica, è umanitaria, proprio come quando una popolazione muore di fame, di carestia, di terremoto. Il soccorso, l'unico che può trovare soluzioni reali, è il riconoscimento umano universale.


 

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Liturgia: intimismo o partecipazione? (Simona Borello) in chiesa

Recintare l'abisso (Massimiliano Fortuna)

Due invocazioni (Mauro Sambi)

1907-2007, 90 anni dalla rivoluzione d'ottobre. Il primato delle cose comuni (Enrico Peyretti); Una giornata di lutto (Dario Oitana); Gandhi: «Caro Lenin, non durerai»; Lettera da Bratislava (Stefano Casadio); Bobbio: «Fini mai dati una volta per sempre»

Sesso umano. Come ne parliamo, come lo facciamo (e. p.) in società

Belli belle, brutti brutte (d. o.)

Autocritica (A. C. Jemolo)

I tre mali / 3 Siamo figli della caccia (Mauro Pedrazzoli) in teologia

Libri. Il Gesù di Saramago contro Dio, recensione di Il vangelo secondo Gesù Cristo di J. Saramago a cura di Aldo Bodrato

Per la cura del bello, recensione di Piccola guida della grande musica vol. IX di Rodolfo Venditti a cura di e. p.

In uno scompartimento (H. M. Enzembergen)

A 20 anni dalla morte di Primo Levi. Storie della nuova Bibbia intervista su Se questo è un uomo ad Alberto Cavaglion a cura di Antonello Ronca

Donare senza contraccambio (e. p.)

Memoria. Don Oreste Benzi (e. p.)

 346 - novembre
Il mese di ottobre ha visto la partecipazione di milioni di cittadini a consultazioni e manifestazioni, dimostrando che molti italiani non hanno ancora perso il gusto e la voglia di far sentire la propria voce, impegnarsi, discutere e partecipare alle decisioni collettive.

A questo dato positivo, se ne affianca un altro molto preoccupante: la crisi sempre più grave delle tre istituzioni fondamentali della nostra Costituzione: il parlamento, il governo e la magistratura. Le prime due non riescono più a svolgere il loro compito istituzionale: dibattere con chiarezza e trasparenza le diverse scelte politiche che vengono presentate sui problemi della nostra società, decidere a maggioranza, eseguire con rapidità ed efficienza le decisioni prese.

Nel Parlamento sono presenti una quarantina di partiti, molti rappresentati da un solo parlamentare! Per avere visibilità, ciascun partito deve diversificarsi in qualche modo dagli altri, amplificando le differenze e moltiplicando gli scontri in aula, generando l’impressione di inefficienza, confusione, inconcludenza del parlamento stesso, che ne fa apparire il costo ingiustificato ed eccessivo.

I governi sono formati da coalizioni eterogenee con programmi opposti, pensiamo alla distanza di posizioni nell’attuale maggioranza tra Udeur e Rifondazione Comunista, o nel centrodestra tra la Lega secessionista e An nazionalista. Così, basta un piccolo gruppo di dissenzienti, oggi addirittura un solo senatore, per ricattare tutta la maggioranza, paralizzarne l’attività, addirittura minacciarne la caduta. Da qui mediazioni infinite e paralisi.

La magistratura è sempre più incapace di fare giustizia, stretta tra divisioni interne, contrapposizioni con gli altri due poteri, regole che sembrano fatte apposta per vanificarne il lavoro. Mentre qualche anno fa il problema era l’eccessiva durata dei processi (giustizia ritardata), oggi siamo oltre, sempre più processi si concludono con una prescrizione, in particolare quelli a persone in grado di pagarsi per tutto il tempo necessario buoni avvocati (nessuna giustizia).

Tutti i tentativi di riforma della seconda parte della Costituzione, parziali e spesso estemporanei, o sono abortiti o non hanno fatto che peggiorare la situazione.

Questo miscuglio di voglia di partecipare e di mancanza di sbocchi istituzionali è molto pericoloso per la democrazia e in particolare per la sinistra. La formazione di un grande partito di centrosinistra con la partecipazione e l’impegno di così tante persone è forse l’ultima possibilità per la classe dirigente democratica del nostro paese. Può innescare una ricomposizione salutare di partiti e partitini partendo dai programmi e non dalle ideologie o dai personalismi e fa cessare l’anomalia italiana per cui il capo del governo non appartiene al partito più grande della coalizione. Devono realizzarsi però due condizioni essenziali: in primo luogo, il Partito Democratico deve restare generosamente aperto ad altri apporti e confluenze, in particolare verso la sua sinistra; in secondo luogo, le due anime della sinistra, quella socialdemocratica e quella comunista, dopo 90 anni di scontri e divisioni che hanno causato disastri e sconfitte a loro e gravi danni all’Italia, devono riuscire a collaborare lealmente senza tentare di prevaricarsi e conquistare l’egemonia a danno dell’altra, cercando punti di mediazione, senza dover per questo essere costrette ad abbandonare le proprie convinzioni profonde. Ciò oggi non dovrebbe essere impossibile dopo la fine del comunismo sovietico e sarebbe tragico perdere anche questa ultima occasione.

La prima cosa che l’alleanza di centrosinistra deve assolutamente e urgentemente fare è riformare a fondo la seconda parte della Costituzione. Senza istituzioni rinnovate, più rispondenti alla realtà e alle necessità dell’Italia di oggi, temiamo che ogni altro sforzo sarà vanificato. Il compito richiede uno sforzo particolare di apertura, lungimiranza e coraggio perché una riforma profonda e seria non si può fare contro il centrodestra, che però recalcitra perché teme con un accordo di rafforzare il governo Prodi.

 


 

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Quello che ho imparato dall’amore (Enrico Peyretti) in etica

Rinnova l’abbonamento

Partigiani, patrioti e ignoranti (d. o.)

Il Nobel ad Al Gore: pace o ambiente?

Rivoluzione culturale cinese, il più grande tentativo di realizzare l’utopia (Dario Oitana) in storia

Non credano i potenti… (Doris Lessing)

Bozza d’intesa tra atei e teisti (Massimiliano Fortuna)

La poesia o la torta (Grace Paley)

I tre mali / 2 Tutta colpa dell’uomo (Mauro Pedrazzoli) in teologia

Pensioni e pensionati. Un patrimonio non monetario (e. p.)

Senza distogliere lo sguardo (Arundhati Roy)

Botta e risposta. Il lavoro è un diritto (Enrico Peyretti); Ma la legge non basta (Angelo Papuzza)

Ama il prossimo tuo (recensione E. M. Remarque, Ama il prossimo tuo, Oscar Mondadori)

Bibbia. Lettura critica e lettura spirituale (Paolo De Benedetti)

in ricordo di chica (mino rosso) in zibaldone

Suicidio. Grideranno le pietre (Daniele Garota)

Felicità (I. S. Turgenev)

Per i 25 anni del Centro Studi Sereno Regis

Volevo la luna (Pietro Ingrao)

 345 - ottobre
Ci ha commosso l'ondata di sentimento popolare che Luciano Pavarotti si è guadagnato. Ha lasciato una moglie (ma durante il funerale si parlava solo di «famigliari») per prenderne una più giovane: senza giudicare la vita altrui, il gesto in sé non fa simpatia. Era un esibizionista, anche se bravo. Ma sentire oggi la voce chiara di Pavarotti, capire che ha saputo rendere popolare un genere ormai elitario e chic come l'opera, che metteva l'anima nella sua arte, che ha vissuto con coraggio e spirito la sua malattia micidiale, ce lo avvicina. Davvero «Non fare paragoni. Chi vive è incomparabile» (Mandel'stam). In tutto e tutti c'è qualcosa di bello.

Ma qualcosa, nella chiesa e nell'istituzione, ha ecceduto rispetto alla spontanea simpatia umana. Per una volta che il popolo sente insieme un valore umano, riconciliandovi le tante divisioni, il sistema deve impadronirsene, catturare il personaggio e farsene bello. E ci va bene che la chiesa accolga a braccia aperte un uomo divorziato e risposato, senza giudicarlo, e preghi per lui da vivo e da morto, come deve pregare per tutti. Ma allora lo faccia per tutti quelli che lo chiedono, divorziati o Welby. Capiamo che non accetti chi la rifiuta esplicitamente. Ma senza fare preferenze. Infatti, se entra nella vostra assemblea uno ricco e famoso e un povero malvestito, e voi dite al primo: «Prego, siediti qui comodamente», e al povero: «Tu stai là in piedi», siete giudici con pensieri perversi (cfr. lettera di Giacomo 2,2-4). Non vogliamo la solita chiesa dei potenti. Quindi, d’ora in avanti: misericordiosa con Pavarotti, misericordiosa con tutti.

 

***

Quello di Pavarotti non è stato un semplice funerale religioso: un «grande», uno famoso, dalle doti eccelse nel campo della lirica, ha avuto per tre giorni al suo servizio (camera ardente e funerali) il duomo, la cattedrale, ossia la sede vescovile, il cuore della diocesi, il luogo assembleare di unione e di preghiera della chiesa di Dio che è in Modena. Ora, prescindendo dalla sua vita privata, non ci pare che dal punto di vista cristiano avesse così tanti meriti da sequestrare per tre giorni la casa-madre del popolo di Dio. È una delle solite e numerose manifestazione della polis religiosa (religione civile), che non solo non è in calo, ma ci sembra in crescita.

Riaffiora prepotentemente a più riprese la tendenza a identificare la comunità cristiana con l'entità territoriale in cui essa risiede. Storicamente ecclesia e polis, cioè una comunità locale che vive di fatto la logica della comunione e la più vasta comunità territoriale, non risultano mai omogenee; una autentica comunità cristiana è sempre, in qualche modo, estranea all'altra in quanto qualitativamente diversa. Quando si dà «adeguazione» vuol dire che la proposta di fede non è avvenuta in termini decisivi, ma che è stata strozzata, sino a risultare una semplice sanzione sacra di un ordine politico vigente. La polis non può che emarginare ed espellere l'autentico «fatto cristiano» come elemento di disturbo che, se vissuto, metterebbe a soqquadro le sue categorie efficientistiche, i suoi sistemi di relazione e di valori (ad es. i discorsi di don Mazzolari e don Milani, espulsi e a volte «criminalizzati»). La polis però può incamerare molto bene e persino privilegiare una religione funzionale alle proprie strutture portanti: perciò può ospitare solo un cristianesimo che accetti di ridursi a religione civile (il cappellano e l'ordinario militare vanno benissimo).

Naturalmente, affinché questa riduzione non faccia apparire la chiesa troppo svuotata, «mancata» e serva della polis, le si concede un suo spazio pubblico di rivendicazioni che non hanno quasi nessuna incidenza sul privato-personale (moltissimi, compresi i "grandi", non tengono infatti assolutamente conto di tali proibizioni): divorzio, aborto, contraccezione, fecondazione artificiale, guerra.

Ma non bisogna mollare: ogni generazione assapora la tentazione e la reale vischiosità della polis religiosa, come ogni generazione di credenti si ritrova daccapo a vivere l'avventura dell'Esodo e a dover riedificare la ecclesia, la quale non è mai una realtà conquistata una volta per sempre e completamente.

 


 

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La sapienza della fede nel villaggio globale  (Oreste Aime) in religione

Famiglia cristiana, oggi (Dario Oitana)

Sputnik, il satellite che ha cambiato la nostra vita (m. p.)

Voglio la luna (d. o.)

Dimenticare, ricordare e Rispetto (citazioni di A. Schwarz)

Il sapore della guerra. Del mangiare e della violenza (autori vari)

Un Dio colpevole? (Mauro Pedrazzoli) in teologia

Gesù sotto inchiesta (recensione a C. Augias e M. Pesce, Inchiesta su Gesù, Mondadori 2006) in bibbia

Un briciolo di follia (citazione di F. Schelling)

Se i parlamentari si ribellassero ai loro elettori (Dario Oitana)

Il V-Day di Grillo e l’antipolitica (Claudio Belloni)

Quale futuro per il cristianesimo? Quale cristianesimo per il futuro? (incontri)

Cristiani adulti (avviso) in documenti

Ai lettori (avviso)

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