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 26 nov - 6 dic 2014

  

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Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

Aldo Bodrato

QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


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 339 - febbraio

La politica italiana non ci dà molte occasioni di felicità. Sfrattato a gran fatica, quasi un anno fa, il governo degli affari propri, ora siamo alle prese con quello di centro-sinistra. Scontando il fatto che ogni governo regolarmente scontenta più che contentare, perché la realizzazione è sempre inferiore alle molte attese, giuste o ingiuste, questo governo è stato investito dalla ideologia populista dell’odio per le tasse. Ne abbiamo già parlato. Speriamo di vedere che, sui tempi lunghi, la sua politica economica sia giusta ed efficace, non succube del liberismo mondiale iniquo, ma a servizio dei diritti umani, in primo luogo del lavoro possibile per tutti, obiettivo primario e non aleatorio, e quindi di una degna assistenza della società a chi non può più lavorare, assicurata dalla solidarietà e non affidata solo alla preoccupazione privata, che sarebbe una regressione storica. L’altra difficoltà del governo è la sua natura composita, le differenze nella coalizione. Di questo vorremmo parlare un momento in questa nota, con riguardo soprattutto alla politica internazionale. È un fatto che ci troviamo a battagliare, nel dibattito politico culturale, su due fronti, verso sinistra e verso il centro, con impegno e non senza fatiche e incertezze. Siamo certi di esprimere qui anche tanti altri che non mettono su carta quello che pensano e dicono nello scambio quotidiano. Verso sinistra, sentiamo di dover condannare il radicalismo astratto, che arriva a voler abbattere questo governo “guerrafondaio”, senza pensare alle conseguenze, fantasticando una politica del «tutto o niente», che significa niente. Sosteniamo che una cosa sono gli obiettivi ideali, altro è il piano dei passi concreti, parziali, nella gradualità possibile e ben orientata, per avvicinarli. Condividiamo, sul tema pace, le proposte concrete di Lidia Menapace, senatrice e nostra amica, che camminano nella giusta direzione. Ma, della sinistra, comprendiamo il giudizio “antagonista” verso il sistema mondiale attuale, intriso di tanta micidiale violenza prima economica e quindi militare, deliberata e programmata, che fa capo, attraverso il governo Usa, ai poteri arbitrari incontrollati e predatori che decidono vita e morte su tutta l’umanità, e condizionano anche i governi democratici, con totale cinismo. Ogni volta che si leggono i dati dell’iniquità globale, come ora nel World Social Forum di Nairobi, la coscienza si rivolta, e occorrono tutte le risorse morali e storiche per non essere tentati dall’approvare la ribellione violenta, che pure sappiamo, alla scuola di Cristo e di Gandhi, essere imitazione e riproduzione dell’ingiustizia. Ci riconosciamo bene nella cultura politica “altermondialista”, l’unica che può fare sperare all’umanità una sopravvivenza fisica e civile. E vorremmo che la politica operativa comprendesse e decidesse più chiaramente in linea con questo giudizio e questa scelta morale, come un poco sta avvenendo in America Latina. Verso i moderati, i riformisti, gli “estremisti di centro” proviamo lo scandalo della loro insensibilità e pratica sudditanza ai suddetti poteri, sotto nome di civiltà e di democrazia. Quando sono ex-democristiani, ci ricordiamo che Bobbio una volta disse ad uno di noi: «Ho conosciuto tanti democristiani, ma quasi nessun cristiano». E ci dobbiamo chiedere con tristezza se la chiesa risponde al mandato di annunciare il vangelo agli oppressi del mondo o difende di più se stessa e la sua influenza sulla società, sempre più moralmente vana ma politicamente insistente. Quando sono ex-comunisti, vediamo quanto scarsa era l’istanza di vera giustizia in quella politica condizionata dal materialismo, che pure abbiamo allora criticamente appoggiato, alla quale i poveri avevano affidato una «speranza mal riposta» (Primo Mazzolari), speranza oggi franata nella volgare libertà del privatismo berlusconiano. Vediamo bene che l’unica politica possibile e passabile oggi in Italia è questo centro-sinistra, la coalizione tra queste due anime, nonostante la loro differenza non secondaria. Vediamo che chi fa politica operativa deve avere l’infinita pazienza di mediare e moderare, e accettare compromessi purché onesti e orientati, ma non deve perdere di vista le scelte umane di fondo, sulle quali ci si differenzia. E nessuna parte di questa coalizione deve porre ultimatum all’altra, perché spezzare questa composizione è fare un regalo ai più balordi e ribaldi, che usano la politica come terreno di preda. Almeno questa resistenza deve tenere uniti, come un dovere civile. Certo è poco, ma permette di galleggiare e magari nuotare.


indice

 

Finito e infinito: noi e Dio (Aldo Bodrato)

La libertà è regolata dalla giustizia (Enrico Peyretti)

Nelle file dei moderati (Claudio Belloni)

Italia

Le tasse odiose che nessuno odia (Dario Oitana)

Dire la verità su Vicenza (d. o.)

Lettera da sinistra

Le settantaseienni spudorate (d. o.)

Intervista a padre Coyne S.J. Dio sperava che la vita sarebbe nata (Mauro Pedrazzoli)

Polemos

Cinque brevi articoli sul credere/3. Perché ho fede (e. p.)

Turoldo a 15 anni dalla morte. Ma canterò sempre

Quando il popolo si ostina a volere un re (Claudio Belloni)

Perché Atahualpa non imprigionò Carlo V. Recensione al libro Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni di Jared Diamond (c. b.)

Democrazia, dove sei? Recensione al libro La democrazia che non c’è di Paul Ginsborg (e. p.)

Per domare la pantera. Recensione al libro L’identità di Amin Maalouf (e. p.)

Nazi-liberismo. Recensione al film Blood Diamond di Edward Zwick (e. p.)

Lettere. Vietato dubitare.

Dopo Catania. Le parole e i fatti (Piero Stefani)

Nonviolenza di fronte alla violenza

Memoria. Abbé Pierre

Memoria. Luciano Martini (e. p.) 

 338 - gennaio 2007

 Sul caso Welby, dato per acquisito tutto quel che di giusto e sacrosanto è già stato scritto, potremmo sottolineare la necessità di una maggior chiarezza sia nella legislazione italiana che nella teologia morale cattolica. Per quanto concerne il diritto, a nostro parere non c’è bisogno di una legge nuova, ma solo di un aggiornamento, o meglio di una chiarificazione esplicita di quanto già si trova, spesso a livello implicito, nelle leggi: da qui il timore di molti medici di incorrere in sanzioni; sarebbe quindi auspicabile un’interpretazione autorevole, chiarificatrice, esplicita e univoca da parte degli organi preposti (cassazione? corte costituzionale...?). Per quanto riguarda invece la teologia morale, essa, pur rifiutando l’eutanasia attiva, ha sempre sostenuto il principio del doppio effetto: è legittimo cioè perseguire un fine buono, voluto e intenzionale, anche se ci può essere un effetto collaterale secondario negativo, non voluto ma a volte molto pesante (è il principio per cui continuiamo ad andare in macchina, nonostante i numeri spaventosi di morti e di feriti). Si può quindi sedare per togliere il dolore, anche se le dosi possono causare o accelerare la morte; ora, pur considerando quest’ultima lecita, anche se si fa qualcosa, stranamente la teologia morale cattolica non ha mai preso una posizione chiara ed esplicita sull’eutanasia passiva in cui ci si astiene solo: si è espressa forse contro l’accanimento terapeutico, ma ha mostrato reticenza sull’astenersi dalle cure, soprattutto quelle moderne super-tecnologiche (forse perché vige il terrore della parola «eutanasia», anche se passiva). Il rifiuto delle cure infatti non è sinonimo del rifiuto dell’accanimento terapeutico (come invece tende a fare il ministro della sanità, tutta concentrata solo sull’accanimento terapeutico e la sua definizione): ricordiamo il caso della donna ligure che ha rifiutato l’amputazione della gamba (piede) in cancrena; l’eventuale amputazione non sarebbe stato accanimento, ma solo terapia (anche se nettamente invasiva), mentre nel caso di Welby, oltre al legittimo rifiuto di curarsi, è in gioco anche l’accanimento terapeutico. Senza tale ricorso alle tecniche moderne (ventilatorie ma non solo), come succedeva mezzo secolo fa, la persona sarebbe morta già da tempo, lasciando fare, come si suol dire, alla natura. Ma, in modo contraddittorio, da una parte si proclama il tramonto naturale (Benedetto XVI, secondo cui bisogna assecondare la natura evitando appunto di «anticipare» intenzionalmente la morte), poi dall’altra lo si rifiuta costringendo all’uso delle tecnologie moderne per salvaguardare o ripristinare un presunto ordine naturale… fra l’altro non voluto dal paziente. Questo si configura come paternalismo medico, in auge nelle epoche passate autoritarie, in cui la funzione medica era sacerdotalizzata; e non vale invocare il giuramento di Ippocrate, proprio perché tale giuramento è paternalistico, in netto contrasto col principio moderno di autonomia, auto-determinazione, e consenso informato. Si invoca una cosa, il tramonto naturale, che fra l’altro non esiste più, oltre a risultare di fatto un misconoscimento se non una «offesa» al sapere e alla prassi medica. Per quanto poi concerne il rifiuto del funerale religioso, non vogliamo ripetere quanto di bello e di giusto è già stato scritto da molti, soprattutto sul primato della carità nei confronti della verità. Detto ancor meglio, sono «fede» sia la carità che la verità, o come si diceva una volta la fides qua (sott. creditur), ossia la fede con cui si crede (l’atteggiamento/dimensione personale e affettivo del credere che si esplica attraverso la caritas, l’amore a Dio e al prossimo) e la fides quae (creditur), la fede che si crede, vale a dire le verità credute, ma quelle profonde, costitutive del cristianesimo, diciamo pure le verità dogmatiche in senso positivo. Nel caso di Welby però abbiamo sì da una parte la fede-religione umanitaria, ma dall’altra non si tratta di una verità centrale del «credo», bensì solo di una presunta verità dogmatica, perché la dottrina catechistica proclamata è quanto di più vecchio, obsoleto e superato vi possa essere. Non esiste un’ora del morire/morte decisa da Dio, un procedimento che verrebbe trasmesso e messo in pratica dalla natura tramite un presunto tramonto naturale. Si venera così la dea natura, come nel caso dell’enciclica Humanae vitae (proibizione della contraccezione artificiale perché altererebbe i processi naturali). Ma Dio non coincide con la natura (a volte maligna), e, pur rivelandosi in essa, neppure con la storia (il famigerato «Non si muove foglia che Dio non voglia», in cui praticamente tutto l’accaduto veniva retroattivamente interpretato come volontà di Dio, o come sua permissione: in particolare, per quel che qui ci riguarda, la disgrazia, la malattia e la morte). Ci sarebbe anche da discutere sul «diritto al suicidio» (nel senso di moralmente lecito), inteso come un lucido por fine alla propria vita perché priva di senso, senza necessariamente essere in uno stadio terminale; ma anche senza arrivare a questi estremi, esiste il sacrosanto diritto di non curarsi, accelerando così di fatto il processo del morire. Quello di Welby non è propriamente un suicidio classico, ma la giusta decisione autonoma di voler morire in pace dopo 40 anni di tribolazioni (in ogni caso è meno grave del suicidio). Opposta è invece la valutazione del vicariato di Roma, che ha sì distinto tale decisione dal suicidio, ma considerandola più grave in quanto sono riscontrabili in essa quella piena avvertenza e quel deliberato consenso che invece non è dato riconoscere pienamente nel suicidio che ti travolge (quello non «lucido»). In altre parole, si tratta dell’antipaternalistico diritto moderno di autonomia, che rifiuta giustamente un disegno divino autoritario sulla nostra vita e la nostra morte, come non c’è stata una decisione divina specifica per la nostra nascita (non è stato stabilito da Dio che Mario Rossi sia nato ad es. il 10 maggio del 1960). Ma tutte le creature che vengono al mondo sono accolte e amate da Dio; e ciò costituisce un ultimo baluardo contro l’eventuale «soppressione» dei gravemente handicappati, di esseri umani le cui caratteristiche umane sembrano ridotte al lumicino, pressoché irriconoscibili. Questa (l’essere amato da Dio) è una delle motivazioni portanti, se non l’unica, al prendersi cura di loro (nella scia del «siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste», che ama tutti, compresi i nemici, i cattivi e gli ingiusti, e in particolare gli ultimi e i più deboli).  Naturalmente il prendersi cura e l’aver cura può arrivare, in condizioni estreme e come gesto d’amore che imita il Padre celeste, a lasciar morire o ad accelerare il processo del morire per non prolungare una tremenda agonia.


 

indice

 

La prossimità di Dio. «O uomo, tu sei il mio uomo, ti cerco» (Piero Stefaniin teologia

Quale Gesù (citazione di Corrado Augias)

Ai lettori (avviso)

L’iniquità della dittatura e della pena di morte (Enrico Peyretti)

Saddam condannato a morte. Diario notturno (e. p.)

Esecuzioni

Il tiranno (Sandro Martis)

Il delitto di Erba. Come mostrificare il vicino di casa (s. b. e c. b.)

Giornalismo di apce (e. p.)

Per gli occhi fi una zingara (citazione di Christos Yannaras)

Un nuovo fattore di omologazione (Mino Rosso) in società

Bertinotti in clinica

Nega-sionismo (Claudio Belloni)

Ritratto (Luca Sassetti)

Welby. Del dpolore, di Dio, e della legge (Enrico Peyretti)

Ho praticato l’eutanasia (d. o.)

L’uomo che pensa (citazione di Guido Ceronetti)

Cinque brevi articoli sul credere/2. La bibbia di tutti è il cuore umano (Enrico Peyretti)

La segreta identità di chi crede di credere (Dario Oitana) in religione

Tutto il dolore di Isenheim. Recensione al libro I misteri di Grünenwald e dell’Altare di Isenheim di Giovanni Reale (Massimiliano Fortuna) in recensioni

Mostra di presepi a Tunisi. La tradizione continua (m. r.)

Borse di studio

Pil (citazione di Robert Kennedy)

Indice analitico 2006

Presepe o albero? (m. p.)

 337 - dicembre

Se con la conferenza di Ratisbona e le sue infelici citazioni il Papa sembrava interpretare l’incontro tra cristianesimo e islam come un duello teologico, nel viaggio in Turchia diremo che ha fatto qualche passo verso il dialogo.

Ci riferiamo alla breve preghiera-meditazione fatta col gran Muftì, rivolto alla Mecca, nella Moschea blu e al pensiero fissato sul Libro d’oro di Santa Sofia, già tempio cristiano e islamico, oggi museo pubblico di arte e storia della capitale turca. Piccoli ma significativi gesti di apertura, subito raccolti e rilanciati dall’interlocutore islamico.

Ha scritto il Papa: «Nelle nostre diversità ci troviamo dinnanzi alla fede nel Dio unico. Che Dio ci illumini e ci faccia trovare la strada dell’amore e della pace»; e Mustafà Cagrici ha detto: «Noi crediamo nel libro che è stato mandato a voi e in quello inviato a noi. Il nostro Dio è lo stesso». Come non pensare al versetto 12 del salmo 62: «Una parola ha detto Dio, / due ne ho udite»? E alla confessione che subito segue («il potere appartiene a Dio, / Tua, Signore, è la grazia»), che evoca le due caratteristiche principali del Dio di Abramo, di Cristo e di Maometto: giustizia e misericordia? Tutti possono cogliere che la duplicità d’ascolto dell’unica Parola e il reciproco riconoscimento della rivelazione islamica e di quella biblica, cristiana e necessariamente ebraica, aprono a una molteplicità religiosa che va oltre le tre religioni del libro e può abbracciare tutte quelle che tendono a una visione monoteista di Dio.

Non ci nascondiamo che quanto i capi religiosi dicono nei loro incontri non sempre corrispondono poi alla loro quotidiana predicazione e azione di pastori. Possiamo sospettare, come sospettano alcuni portavoce del pensiero laico, che questa apertura al dialogo interreligioso e interecclesiale, sottolineato anche dal cordiale incontro col Primate ortodosso, corrisponda a una chiusura e a un irrigidimento verso tutto ciò che sa di secolarizzazione, di relativismo e di nichilismo, che l’islam si possa trasformare per la chiesa da nemico ad alleato nella lotta con il vero avversario: la modernità occidentale (G. E. Rusconi, L’Occidente preoccupa Benedetto, in «La Stampa» del 2 dicembre). Ma ciò non diminuisce il valore positivo che hanno in sé quelle poche parole e quei semplici gesti. In Turchia papa Benedetto non aveva di fronte come interlocutori filosofi, giuristi, letterati e storici europei, ma credenti islamici e ortodossi, e con questi doveva confrontarsi sui temi cruciali della convivenza tra le fedi.

 


indice

 

Il salvadanaio. Racconto di Natale (Fausto Caffarelli)

Quando a Natale c’era il sole, e pure la befana

Se… (sul caso Scaramella e Welby)

I ricchi soffrono: colpa loro (Enrico Peyretti)

Il consumo non è un male (Angelo Papuzza) in società

La povertà è un lusso (d. o.)

Paradossi

Dalla terra al cielo, dal cielo alla terra. Demitizzare l’Apocalisse  (Mauro Pedrazzoli) in teologia

Religione è relazione (e. p.) in religione

Nazismo (citazione da H. Ofstad)

Amore, vita e morte (Aldo Bodrato)

I fantasmi di pietra. Recensione al libro omonimo di Mauro Corona (Cristina Falchero)

L’alternativa alla catastrofe esiste. Recensione al libro Difesa popolare nonviolenta di Antonino Drago (e. p.)

In nome della madre. Recensione al libro omonimo di Erri de Luca (e. p.)

Il «bullismo» del buon tempo antico (Dario Oitana) in società

Il peso delle armi. Recensione al film Il vento che accarezza l’erba di Ken Loach

Dove continuano le guerre finite? Recensione al film La vita segreta delle parole di Isabel Coixer.

Migranti. Poesie

Scuse al lettore

Posizioni a confronto sull’evoluzione. Lettera di Armando Zecchin con risposta di M. P.

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