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 26 nov - 6 dic 2014

  

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Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

Aldo Bodrato

QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


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 335 - ottobre

Vale la pena di andare oltre la polemica sulla presunta offesa all’Islam, e riflettere sulla sostanza più profonda del pensiero espresso dal Papa a Ratisbona (nella scia di quanto ha scritto Pietro Scoppola nell’articolo Cosa ha veramente detto Ratzinger a Ratisbona su «Repubblica» del 20 settembre). Non si tratta tanto del riconoscimento, scontato e marginale, che nel Corano vi è un principio di tolleranza e insieme di intolleranza; anche nella Bibbia vi è questa tensione evolutiva che va dal «Dio degli eserciti» degli strati più antichi dell’AT sino alla benevolenza divina nei confronti dei malvagi, cattivi e ingiusti affermata nel NT. Nei monoteismi la tolleranza tra credenti e il rispetto della religione altrui è sempre necessariamente una conquista; è stata una faticosa conquista anche per i cristiani, e sta avvenendo (ci auguriamo) lo stesso processo per i musulmani che, nel dialogo e nel confronto, vanno aiutati in questo cammino. Se c’è qualcuno che proprio dovesse rimanere offeso dalla lezione di Ratzinger non è l’islamico, ma semmai il teologo “cattolico”, perché, nel raffinato richiamo alla polemica fra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un dotto persiano, il Papa afferma il nesso indissolubile fra il cristianesimo e il pensiero greco, e quindi la necessaria e indelebile «ellenizzazione» del cristianesimo, peraltro cominciata già in epoca precristiana con la traduzione greca dell’AT realizzata ad Alessandria dai famosi Settanta. Tradurre la Bibbia ebraica in greco non è infatti una semplice trasposizione ma un incontro tra culture, come pure lo sarà il fatto che il NT sia scritto in greco tout court: in tal modo la cultura greca acquista un’indubbia preminenza nell’esprimere la rivelazione biblica, portando con sé la ricchezza ma anche il peso della sua tradizione, oltre al fatto di avere (secondo Ratzinger) l’obiettivo primato di essere la portatrice per eccellenza dell’istanza razionale. Il motivo fondamentale nell’argomentazione dell’imperatore bizantino contro la violenza è infatti nell’affermazione che «il non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio». Quel lontano e colto imperatore bizantino poteva fare quell’affermazione «partendo veramente dall’intima natura della fede cristiana e, al contempo, dalla natura del pensiero ellenistico fuso oramai con la fede». Se a tutto ciò aggiungiamo il patrimonio di Roma, il cerchio si chiude con la cosiddetta e presunta «Europa cristiana». Uno degli aspetti più importanti della lezione tenuta dal Papa all’università di Regensburg, nella parte finale, è che di conseguenza egli non è d’accordo sui tentativi di de-ellenizzazione del cristianesimo (o dis-ellenizzazione, come scrive Scoppola), cioè da quelle teologie che vorrebbero leggere il messaggio biblico con categorie di pensiero diverse da quelle greche: una simile operazione è stata più volte tentata nel corso della storia del pensiero cristiano, da Duns Scoto alla Riforma, da Pascal a Kant, da Harnack a Laberthonnière, Barth e Bonhöffer. Il Papa è contrario perché ciò porterebbe a un indebolimento o addirittura allo smarrimento dell’istanza razionale nella teologia e nella fede, la quale risulterebbe esposta alla critica scettica della modernità. L’uomo stesso subirebbe una riduzione, e di conseguenza i problemi fondamentali sarebbero pericolosamente spostati nell’ambito della soggettività non razionale – non razionale alla maniera greca, la cui ragione naturale, greca e poi latina, aristotelico e poi tomista, sembra a Ratzinger l’unica forma accettabile, talmente alta da risultare irrinunciabile. Ma dove dovrebbero porsi quei problemi se non nella soggettività? Non vi è qui ancora quel timore della soggettività che caratterizza il magistero della chiesa in epoca moderna e al quale il Vaticano II ha tentato una risposta fiduciosa? Se si esclude l’ellenismo e il pensiero greco, non c’è vera ragione, sembra dire papa Ratzinger, per cui l’abbinamento tra cristianesimo e cultura greca risulta inoppugnabile e incontrastabile. Si tratta di una risposta abbastanza diretta a coloro che rivendicano per le “altre” culture (extra-europee) una loro originale inculturazione del cristianesimo partendo da Gesù e liberandosi di quella greca. Se quella greca è stata una delle prime inculturazioni, perché non potrebbero fare altrettanto anche i popoli asiatici, africani ecc.? Essi dovrebbero avere il diritto di tornare indietro fino al punto che precedeva quella inculturazione, per scoprire il messaggio cristiano originario ed inculturarlo poi di nuovo nei loro rispettivi ambienti. Questo appare al Papa impossibile, perché le decisioni di fondo che riguardano il rapporto della fede con la ricerca della ragione umana (greco-latina, aristotelico-tomista), fanno parte della fede stessa e ne sono gli sviluppi conformi alla sua natura. Sono affermazioni che costituiscono una sfida profonda a tutta la cultura moderna anche d’ispirazione cristiana. E, dato che l’ellenizzazione è già all’interno del NT, non sarebbe possibile per Ratzinger un recupero del Gesù storico scorporato dal Cristo giovanneo, o più in generale una visione gesuana, palestinese e messianica scorporata dalla visione cultica paolino-ellenistica; in parole povere è vietato pensare Gesù di Nazareth all’infuori del Prologo del Quarto Vangelo, come qualcosa di diverso (non necessariamente alternativo) dal Verbo incarnato.


indice

Torino dimenticata  (Dario Oitana) - in storia

Finanziaria, il gioco delle parti. Cosa c’è, cosa ci manca  (Pier Luigi Quaregna) -in politica

Il «manifesto» di Berlusconi (d. o.)

L’arduo scalino tra i principi e i fatti. Pace, nonviolenza, difesa (Enrico Peyretti)

Costituzionalismo

Eutanasia. Quando la morte è più buona della vita (e. p.)

Teologia. Il soffrire è incolpevole (Aldo Bodrato)

I pesci, Gesù, Sant’Antonio, e Rimini (Luca Sassetti)

Risposta ai lettori. Dio non tira i rigori (Mauro Pedrazzoli)

A Yunus il Nobel sbagliato

Aleteia (a. b.) - in teologia

È l’ora delle religioni. Recensione al libro Educare al pluralismo religioso di Brunetto Salvarani (e. p.)

Invecchiare con Schopenhauer. Recensione al libro L’arte di invecchiare di Arthur Schopenhaer.

È risorto il concilio? Recensione al libro Le tre Marie e altri racconti di Gianfranco Monaca (e. p.)

Documenti. Conferenza stampa di Michele Pellegrino sulla Camminare insieme (a cura di e. p.)

A 20 anni dalla morte. Un concerto per Pellegrino

Dante, Ugolino e Borges

Il papa a Regensburg: le reazioni islamiche (e. p.)

Memoria. Luigi Pitet (Paola Merlo)

 334 - settembre

Spesso il passato lascia ferite così profonde che impediscono di vivere il presente, trasformando ogni problema, contrasto, difficoltà in una lotta per la sopravvivenza. Ciò avviene sia per gli individui che per le società. È questo il caso di israeliani e palestinesi. Gli ebrei vivono due traumi profondi, acuitisi durante la persecuzione nazifascista: quello di essere trattati da stranieri in stati in cui vivono da molte generazioni o persino da più di 2000 anni, come gli ebrei romani; e quello di aver sfiorato l’estinzione totale in Europa, senza aver fatto assolutamente nulla per causarla e senza avere la possibilità di organizzare la minima difesa o resistenza. I palestinesi hanno vissuto per centinaia di anni prima sotto il colonialismo turco, particolarmente violento e negatorio delle culture dei popoli colonizzati (come ben sanno gli armeni e i curdi), poi sotto quello anglo-francese. La situazione è resa ancora più complicata dal fatto che entrambe le popolazioni si sentono innocenti delle tragedie toccate all’altra e non capiscono perché dovrebbero essere proprio loro a risarcirle. Questi traumi impediscono agli israeliani di vedere l’oltraggio arrecato ai palestinesi dalla costituzione del loro stato, e a questi di riconoscere il diritto degli ebrei di costituire una loro patria nella terra della Promessa, dei loro Padri, dei loro simboli religiosi, dove per migliaia di anni generazioni di ebrei hanno vissuto e dove, nonostante tutto, hanno continuato a vivere in piccole ma significative comunità, dove infine è nata la parte più giovane dei tre milioni di persone che lo abitano. In queste condizioni, senza l’aiuto della comunità internazionale è pressoché impossibile che israeliani e palestinesi riescano a trovare un minimo accordo per poter convivere. Finora però gli stati che sono intervenuti hanno usato la lotta mortale tra i due popoli per perseguire i loro disegni egemonici e, a giudicare da ciò che avviene in Italia, anche la maggioranza dei politici e dell’opinione pubblica occidentale si schiera da una parte o dall’altra a seconda che vogliano contrastare o favorire l’egemonia degli Stati Uniti, o seguendo stereotipi inaccettabili come «i nazisti avevano ragione», o «gli arabi capiscono solo le maniere forti», «la loro cultura inferiore minaccia la nostra». Anche il proporre piani e accordi di soluzione globale è velleitario: solo le parti con una serrata trattativa possono trovare un accordo che abbia probabilità di successo. I compiti che la comunità internazionale può svolgere sono più modesti ma fondamentali. Per quanto riguarda l’opinione pubblica, dovrebbe evitare accuratamente e testardamente di parteggiare per una parte o per l’altra. La guerra mediatica è altrettanto importante di quella guerreggiata, dimostrando l’importanza che le parti annettono al tirare dalla loro l’opinione pubblica. La scelta politica della neutralità contribuirebbe alla riduzione di questa lotta. Anche se non è facile, bisogna assolutamente resistere alla pietà che suscitano le condizioni di vita dei palestinesi e all’orrore per gli attentati terroristici e non trasformarle in armi ideologiche. Per quanto riguarda la diplomazia, sarebbe già un successo se ci fosse un accordo per cessare le strumentalizzazioni ormai chiaramente inefficaci e sempre più pericolose per gli stessi stati che le praticano. In questo senso l’intervento in Libano dell’Europa potrebbe essere un piccolo spiraglio. Al fine di lenire i traumi citati all’inizio, il passo successivo potrebbe portare l’Onu ad affermare in modo chiaro, assoluto e certo la volontà politica internazionale di evitare agli israeliani un secondo olocausto, e garantire ai palestinesi la creazione di un loro Stato pienamente autonomo, indipendente, sovrano, in grado di stare da pari a pari nei confronti di Israele. Ottenute queste rassicurazioni, le parti più moderate e lungimiranti, che pure ci sono su entrambi i fronti, e crediamo anzi siano più numerose di quanto sembri, possono tentare di conquistare la maggioranza delle loro opinioni pubbliche e arrivare a una trattativa che sarà lunga, dura, anche drammatica, ma con buone possibilità di successo. Anche in questa fase la comunità internazionale avrà un compito marginale ma importante: il supporto economico, in particolare per dare allo Stato palestinese i mezzi necessari per avviare la ricostruzione e a Israele i mezzi per risarcire generosamente i palestinesi per le proprietà perdute durante la costituzione dello stato.


indice

 

Pace con mezzi pacifici. Estate politica – Afghanistan e Libano  (Enrico Peyretti)in politica

Quale attenzione nelle nostre comunità. Carcere e indulto (Pierluigi Dovis, Daniele Bortolussi, Fredo Olivero)

I costi della politica

Come risolvere i problemi dell’infanzia. Psicofarmaci ai bambini (Elisa Lurgo)

Una stanza di quiete. Hammarskjöld a 45 dalla morte

Il neonato sul petto della mamma

Figli (Luca Sassetti)

Non bastava la croce? Auschwitz, mille  (Lettera firmata) - in lettere

Fare eco al grido (Aldo Bodrato)

La pericolosa bellezza di Giovanni. Chiesa profetica o chiesa del culto   (Ernesto Ferretti) - in religione

La regola aurea nei vangeli, e oltre. Un’altra umanità possibile (Enrico Peyretti)

Una religione come le altre? (Dario Oitana)

Si muore perché si uccide

I cristiani sono differenti? Recensione al libro “La differenza cristiana” di Enzo Bianchi (e.p.)

Otto passi nella grande musica. Recensione al libro “Piccola guida alla grande musica” di Rodolfo Venditti (e.p.)

Piccolo alfabeto spirituale. Recensione al libro “Parole. Tracce di Dio sulle nostre strade” di Piero Gallo (a.b.)

Sul volto di Tommy. Recensione al film “Anche libero va bene” di Kim Rossi Stuart  (e.p.)

Il canto del merlo e della merla

Lettere. Quale mondo Dio avrebbe creato?

Lettere. Ho “mollato” il dossier

Non so cantare (e.p.)

L’ossigeno dell’anima 

 333 - giugno/luglio

 Siamo soddisfatti per il risultato del referendum. La vittoria del NO era abbastanza prevedibile, ma sia la percentuale dei votanti, sia quella dei voti contrari alla legge di riforma della Costituzione, sono largamente superiori alle attese. Ed è stato un bene.

Il fatto che più della metà degli aventi diritto il 25-26 giugno, dopo tre o quattro precedenti votazioni si sia recata alle urne dà forza e credibilità al risultato; che anche al nord, Milano e provincia comprese, abbia vinto il NO, toglie alla Lega l’ultimo strumento polemico per contestare il risultato.

La Costituzione è salva ed è stato affermato con forza il principio che una parte politica non può, a maggioranza, alterare per i propri equilibri interni, la Legge Fondamentale del nostro Stato (aveva sbagliato anche il governo Amato a farlo nel 2001).

Ora che la pessima riforma della Costituzione del centrodestra è stata bocciata si apre la strada per il necessario ammodernamento della seconda parte che in più punti potrebbe essere migliorata. Si potrebbe prevedere: la riduzione dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto con funzioni e composizioni diverse per le due Camere, la correzione della pessima riforma del 2001 già accennata, ridistribuendo in modo più funzionale le materie su cui legiferare tra gli enti locali (non solo regioni), l’inserimento nella Costituzione della legge elettorale (che il governo Prodi dovrebbe riscrivere) per evitare che le varie maggioranze la modifichino secondo il loro piacimento. Si potrebbe eliminare o ridurre decisamente il quorum necessario per la validità del referendum abrogativo ed elevare il numero di firme necessarie per richiederlo, azzerando l’enorme vantaggio con cui parte il NO che rende ormai inutilizzabile questo strumento di democrazia diretta, e infine stabilire che per modificare la Costituzione occorra una maggioranza dei 2/3 in modo che le future modifiche siano espressione di una larga maggioranza. Ma ci sarà tempo e modo di discuterne, sperando che non diventi materia di baratto tra le forze politiche per raggiungere nuovi equilibri tra di loro.

L’ultimo risultato positivo ottenuto dalla forte vittoria del NO è aver dato stabilità al governo Prodi che riceve la definitiva e non discutibile conferma elettorale e così può finalmente mettersi a lavorare seriamente per dare adeguate risposte ai gravi problemi sul tappeto, mentre si apre un periodo di rimescolamento e riposizionamento a destra cominciando dalla Lega; con la speranza che Berlusconi torni a fare l’imprenditore e la destra riesca a darsi una classe dirigente più presentabile e un programma più ispirato agli interessi generali del paese e meno a quelli del suo capo e dei suoi amici.


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Scriba del regno. Omaggio a Paolo Benedetti  (Aldo Bodrato) – in teologia

Onori ai caduti (Dario Oitana)

Afghanistan. Italia tra guerra e pace (e.p.)

TAV, un primo passo

Centri di permanenza temporanea. Una soluzione peggiore del problema

La rivoluzione dei ricchi (Enrico Peyretti)

Augurio (Delfino Maria Rosso)

Il futuro è della bicicletta (Dario Oitana)

Lettere. Tasse sul consumo (Stefano Casadio)

Lettere. Per una Rai imparziale (Giampiero Fasoli)

Lottare contro la vita (d.o.)

Ricoeur: male e bontà

Dossier. Dio e Darwin. Il mondo non è stato creato direttamente (Mauro Pedrazzoli) – in teologia

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