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 26 nov - 6 dic 2014

  

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Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

Aldo Bodrato

QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


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 334 - settembre

Spesso il passato lascia ferite così profonde che impediscono di vivere il presente, trasformando ogni problema, contrasto, difficoltà in una lotta per la sopravvivenza. Ciò avviene sia per gli individui che per le società. È questo il caso di israeliani e palestinesi. Gli ebrei vivono due traumi profondi, acuitisi durante la persecuzione nazifascista: quello di essere trattati da stranieri in stati in cui vivono da molte generazioni o persino da più di 2000 anni, come gli ebrei romani; e quello di aver sfiorato l’estinzione totale in Europa, senza aver fatto assolutamente nulla per causarla e senza avere la possibilità di organizzare la minima difesa o resistenza. I palestinesi hanno vissuto per centinaia di anni prima sotto il colonialismo turco, particolarmente violento e negatorio delle culture dei popoli colonizzati (come ben sanno gli armeni e i curdi), poi sotto quello anglo-francese. La situazione è resa ancora più complicata dal fatto che entrambe le popolazioni si sentono innocenti delle tragedie toccate all’altra e non capiscono perché dovrebbero essere proprio loro a risarcirle. Questi traumi impediscono agli israeliani di vedere l’oltraggio arrecato ai palestinesi dalla costituzione del loro stato, e a questi di riconoscere il diritto degli ebrei di costituire una loro patria nella terra della Promessa, dei loro Padri, dei loro simboli religiosi, dove per migliaia di anni generazioni di ebrei hanno vissuto e dove, nonostante tutto, hanno continuato a vivere in piccole ma significative comunità, dove infine è nata la parte più giovane dei tre milioni di persone che lo abitano. In queste condizioni, senza l’aiuto della comunità internazionale è pressoché impossibile che israeliani e palestinesi riescano a trovare un minimo accordo per poter convivere. Finora però gli stati che sono intervenuti hanno usato la lotta mortale tra i due popoli per perseguire i loro disegni egemonici e, a giudicare da ciò che avviene in Italia, anche la maggioranza dei politici e dell’opinione pubblica occidentale si schiera da una parte o dall’altra a seconda che vogliano contrastare o favorire l’egemonia degli Stati Uniti, o seguendo stereotipi inaccettabili come «i nazisti avevano ragione», o «gli arabi capiscono solo le maniere forti», «la loro cultura inferiore minaccia la nostra». Anche il proporre piani e accordi di soluzione globale è velleitario: solo le parti con una serrata trattativa possono trovare un accordo che abbia probabilità di successo. I compiti che la comunità internazionale può svolgere sono più modesti ma fondamentali. Per quanto riguarda l’opinione pubblica, dovrebbe evitare accuratamente e testardamente di parteggiare per una parte o per l’altra. La guerra mediatica è altrettanto importante di quella guerreggiata, dimostrando l’importanza che le parti annettono al tirare dalla loro l’opinione pubblica. La scelta politica della neutralità contribuirebbe alla riduzione di questa lotta. Anche se non è facile, bisogna assolutamente resistere alla pietà che suscitano le condizioni di vita dei palestinesi e all’orrore per gli attentati terroristici e non trasformarle in armi ideologiche. Per quanto riguarda la diplomazia, sarebbe già un successo se ci fosse un accordo per cessare le strumentalizzazioni ormai chiaramente inefficaci e sempre più pericolose per gli stessi stati che le praticano. In questo senso l’intervento in Libano dell’Europa potrebbe essere un piccolo spiraglio. Al fine di lenire i traumi citati all’inizio, il passo successivo potrebbe portare l’Onu ad affermare in modo chiaro, assoluto e certo la volontà politica internazionale di evitare agli israeliani un secondo olocausto, e garantire ai palestinesi la creazione di un loro Stato pienamente autonomo, indipendente, sovrano, in grado di stare da pari a pari nei confronti di Israele. Ottenute queste rassicurazioni, le parti più moderate e lungimiranti, che pure ci sono su entrambi i fronti, e crediamo anzi siano più numerose di quanto sembri, possono tentare di conquistare la maggioranza delle loro opinioni pubbliche e arrivare a una trattativa che sarà lunga, dura, anche drammatica, ma con buone possibilità di successo. Anche in questa fase la comunità internazionale avrà un compito marginale ma importante: il supporto economico, in particolare per dare allo Stato palestinese i mezzi necessari per avviare la ricostruzione e a Israele i mezzi per risarcire generosamente i palestinesi per le proprietà perdute durante la costituzione dello stato.


indice

 

Pace con mezzi pacifici. Estate politica – Afghanistan e Libano  (Enrico Peyretti)in politica

Quale attenzione nelle nostre comunità. Carcere e indulto (Pierluigi Dovis, Daniele Bortolussi, Fredo Olivero)

I costi della politica

Come risolvere i problemi dell’infanzia. Psicofarmaci ai bambini (Elisa Lurgo)

Una stanza di quiete. Hammarskjöld a 45 dalla morte

Il neonato sul petto della mamma

Figli (Luca Sassetti)

Non bastava la croce? Auschwitz, mille  (Lettera firmata) - in lettere

Fare eco al grido (Aldo Bodrato)

La pericolosa bellezza di Giovanni. Chiesa profetica o chiesa del culto   (Ernesto Ferretti) - in religione

La regola aurea nei vangeli, e oltre. Un’altra umanità possibile (Enrico Peyretti)

Una religione come le altre? (Dario Oitana)

Si muore perché si uccide

I cristiani sono differenti? Recensione al libro “La differenza cristiana” di Enzo Bianchi (e.p.)

Otto passi nella grande musica. Recensione al libro “Piccola guida alla grande musica” di Rodolfo Venditti (e.p.)

Piccolo alfabeto spirituale. Recensione al libro “Parole. Tracce di Dio sulle nostre strade” di Piero Gallo (a.b.)

Sul volto di Tommy. Recensione al film “Anche libero va bene” di Kim Rossi Stuart  (e.p.)

Il canto del merlo e della merla

Lettere. Quale mondo Dio avrebbe creato?

Lettere. Ho “mollato” il dossier

Non so cantare (e.p.)

L’ossigeno dell’anima 

 333 - giugno/luglio

 Siamo soddisfatti per il risultato del referendum. La vittoria del NO era abbastanza prevedibile, ma sia la percentuale dei votanti, sia quella dei voti contrari alla legge di riforma della Costituzione, sono largamente superiori alle attese. Ed è stato un bene.

Il fatto che più della metà degli aventi diritto il 25-26 giugno, dopo tre o quattro precedenti votazioni si sia recata alle urne dà forza e credibilità al risultato; che anche al nord, Milano e provincia comprese, abbia vinto il NO, toglie alla Lega l’ultimo strumento polemico per contestare il risultato.

La Costituzione è salva ed è stato affermato con forza il principio che una parte politica non può, a maggioranza, alterare per i propri equilibri interni, la Legge Fondamentale del nostro Stato (aveva sbagliato anche il governo Amato a farlo nel 2001).

Ora che la pessima riforma della Costituzione del centrodestra è stata bocciata si apre la strada per il necessario ammodernamento della seconda parte che in più punti potrebbe essere migliorata. Si potrebbe prevedere: la riduzione dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto con funzioni e composizioni diverse per le due Camere, la correzione della pessima riforma del 2001 già accennata, ridistribuendo in modo più funzionale le materie su cui legiferare tra gli enti locali (non solo regioni), l’inserimento nella Costituzione della legge elettorale (che il governo Prodi dovrebbe riscrivere) per evitare che le varie maggioranze la modifichino secondo il loro piacimento. Si potrebbe eliminare o ridurre decisamente il quorum necessario per la validità del referendum abrogativo ed elevare il numero di firme necessarie per richiederlo, azzerando l’enorme vantaggio con cui parte il NO che rende ormai inutilizzabile questo strumento di democrazia diretta, e infine stabilire che per modificare la Costituzione occorra una maggioranza dei 2/3 in modo che le future modifiche siano espressione di una larga maggioranza. Ma ci sarà tempo e modo di discuterne, sperando che non diventi materia di baratto tra le forze politiche per raggiungere nuovi equilibri tra di loro.

L’ultimo risultato positivo ottenuto dalla forte vittoria del NO è aver dato stabilità al governo Prodi che riceve la definitiva e non discutibile conferma elettorale e così può finalmente mettersi a lavorare seriamente per dare adeguate risposte ai gravi problemi sul tappeto, mentre si apre un periodo di rimescolamento e riposizionamento a destra cominciando dalla Lega; con la speranza che Berlusconi torni a fare l’imprenditore e la destra riesca a darsi una classe dirigente più presentabile e un programma più ispirato agli interessi generali del paese e meno a quelli del suo capo e dei suoi amici.


indice

 

Scriba del regno. Omaggio a Paolo Benedetti  (Aldo Bodrato) – in teologia

Onori ai caduti (Dario Oitana)

Afghanistan. Italia tra guerra e pace (e.p.)

TAV, un primo passo

Centri di permanenza temporanea. Una soluzione peggiore del problema

La rivoluzione dei ricchi (Enrico Peyretti)

Augurio (Delfino Maria Rosso)

Il futuro è della bicicletta (Dario Oitana)

Lettere. Tasse sul consumo (Stefano Casadio)

Lettere. Per una Rai imparziale (Giampiero Fasoli)

Lottare contro la vita (d.o.)

Ricoeur: male e bontà

Dossier. Dio e Darwin. Il mondo non è stato creato direttamente (Mauro Pedrazzoli) – in teologia

 332 - maggio

  Il fondo del problema politico è un problema antropologico, cioè morale: quale tipo di essere umano decidiamo di essere? Di conseguenza: come vogliamo vivere con gli altri? Come ci consideriamo a vicenda? Anche nelle recenti elezioni politiche, la demarcazione è stata questa: tra privatismo e politica, tra il prendere per sé e il cercare per tutti. Naturalmente, la linea di demarcazione non è netta, non è tracciata su una scheda, non si calcola in numeri. In ognuno dei due campi può esserci qualcosa dell’altro. Temiamo che complessivamente il privatismo prevalga sulla politica. Chi ha vinto queste elezioni può essere soddisfatto, dopo lo spavento, ma non ha molto da festeggiare, se non lo sfratto dal governo dei peggiori e più pericolosi governanti nella storia della Repubblica. L’ideologia della libertà antisolidale, della libertà dagli altri e dalla legge, ha privatizzato non questo o quel settore economico: ha privatizzato largamente il popolo. Un popolo smembrato in individui senza gli altri è disintegrato, cerca solo un conduttore (conducator, Führer, duce) che gli dia la sensazione di fare qualcosa insieme. Ma insieme ci sarà solo la gara alla reciproca sopraffazione. Vivere senza e contro gli altri piace, illude stoltamente, ma fa anche vergognare: così chi vota per il conduttore, lo nega, facendo fallire i sondaggi. Si fanno cose inconfessabili, sull’esempio del personaggio ammirato. L’affermazione, sebbene limitata, del centro-sinistra è sicuramente un bene per l’Italia. Una metà del popolo italiano resiste a quella deriva morale, ma resiste confusamente. Ha ribrezzo del personaggio che rappresenta quell’andazzo, ma ha poca costruttività culturale e morale da contrapporre all’indecenza. La virtù della socialità costa dentro di noi, più che fuori. Non basta proclamarla, occorre viverla nel quotidiano, nei consumi, negli stili di vita, nella indipendenza dagli idoli brillanti, nel distacco dal possesso e dal successo cretino: tutte virtù morali personali – non private, ma personali, interiori – che richiedono capacità di sacrificio e dedizione costruttiva, disinteresse personale, stima e desiderio dei valori spirituali e umani, amore del prossimo e di chi ha bisogno, dovunque. Ognuno di noi sa che tra credere in questo tipo di socialità e viverlo coerentemente c’è un passaggio quotidiano impegnativo e personalmente costoso. Ma il centro-sinistra, la cultura e la politica di centro-sinistra, almeno propongono al paese questa necessaria qualità civile? Dicono che, più di qualche euro in tasse, ogni cittadino ha da pagare agli altri questo impegno personale per potere procedere insieme in dignità e giustizia, libertà e pace? Oppure il centro-sinistra è soltanto la versione più decente, meno volgare, più “moderata” del diffuso liberismo etico e politico, che riduce la libertà a egoismo di individui e di settori privilegiati dell’umanità? Dobbiamo disperatamente pensare che l’Italia sia tagliata moralmente in due, schizofrenica, nemica di se stessa, apparentemente inguaribile? Oppure, peggio, omogenea sotto bandiere di interessi diversi? Dobbiamo pensare che la vittoria ai punti (scarsi) di una parte conti meno, dal punto di vista della salute del popolo, della diffusione di una bassa morale politica? Dentro ciascuno di noi c’è l’umano e il meno umano, o disumano. Ma vivere è decidere, nelle cose personali e in quelle politiche, tra ciò che umanizza e ciò che disumanizza. Certo, Berlusconi è l’effetto, non la causa della mezza Italia che si riconosce nella sua arroganza plutocratica che irride la legge e chiama “azienda” una comunità civile e politica. Anche la campagna elettorale del centrosinistra si è fatta trascinare nei piccoli calcoli, senza il coraggio di distinguersi più nettamente sul piano civile, costituzionale, sociale, della politica di pace; ha deciso di competere, presso gli elettori, col miserabile spirito adescatore dalla destra, restando sul solo piano economico, dei soldi. Qualche voto di più è un risultato prezioso – confrontiamolo mentalmente con la sciagura di una nuova vittoria della destra! – ma non è una dimostrazione solida della qualità politica nazionale. Il lavoro di ricostruzione dopo gli anni di devastazione delle leggi e del costume, ora è enorme, difficile, ma possibile, perciò doveroso. Cultura, informazione, associazionismo, scuola, chiese, movimenti, ora dobbiamo tutti diventare più umili, più civili e generosi, più collaborativi, per aiutare la società a guarire, a disinfettare lo spirito dal «virus della ricchezza», lungo gli anni, per molti anni, e arrivare più vicini alla salute della solidarietà, della amicizia politica universale, nella «convivialità delle differenze», nel rifiuto di vincere sugli altri per vincere insieme su ciò che ci disumanizza, che molto ha diseducato il nostro popolo, in questo tempo violento e neo-barbaro. Una piccola affermazione in quantità ci impegni nel cercare un’affermazione di qualità, a vantaggio degli stessi adescati dall’egoismo anti-politico. Il primo impegno è, in giugno, la difesa della Costituzione.

 Enrico Peyretti


 

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Il lato buono dell’identità (Enrico Peyretti) - in filosofia

Contro la rivendicazione dell’«identità» (Aldo Bodrato) - in filosofia

Testa d’oro, piedi d’argilla

Auguri, Presidente!

E adesso il referendum (Elvio Fassone)

Perché metà degli italiani ha votato Berlusconi (Dario Oitana)

Appunti su uomo e natura 2. Diffidare del vitalismo (Massimiliano Fortuna)

In tutti c’è umanità

Considerazioni su Viano. Libertà e verità (Giuseppe Bailone)

La Costituzione non consente né morte né guerra

Giobbe, o del domandare. Recensione di “Domande a Giobbe. Modernità e dolore” di M. Ciampa, Bruno Mondadori 2005 (Massimiliano Fortuna)

Leggendo il Tagebuch. Recensione di “Tagebuch. Il diario del ritorno dal Lager” di L. Milliu, prefazione di P. De Benedetti, Giuntina 2006 (Piero Stefani)

Saper dire: ho paura. Recensione di “«Aprirò una strada anche nel deserto». Come affrontare il cancro a viso aperto” di L. Travers Zanotto, Claudiana 2004 (Enrico Peyretti)

Gesù dell’oriente (e.p.)

Boicottare il Codice da Vinci. Prove di disastro

Italiani all’estero. I brogli e il voto (m.r.)

Sposereste un casalingo? (Dario Oitana)

Messe tricolore

Monsignore e il Gay Pride

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