il foglio 
Mappa | 27 utenti on line


 Login
   
    
 Ricordati di me

  menu
 ::  editoriali
 ::  bibbia
 ::  chiesa
 ::  documenti
 ::  etica
 ::  filosofia
 ::  lettere
 ::  mondo
 ::  pace-nonviolenza
 ::  poesia
 ::  politica
 ::  recensioni
 ::  scienza
 ::  società
 ::  storia
 ::  teologia
 ::  zibaldone
 :: home
 :: indici analitici
 :: solo online

 Ricerca
  

 26 nov - 6 dic 2014

  

al sito

 


 in libreria

Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

Aldo Bodrato

QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


  home

 

il foglio online riporta solo l’editoriale, l’indice del numero e alcuni articoli del giornale distribuito in abbonamento. Si può richiederne copie saggio via email


In solo online gli articoli pubblicati parzialmente o non pubblicati nell'edizione cartacea


 



 330 - marzo

   Torino olimpiaca è stata sotto i riflettori per due settimane. La nostra città ha sentito più l’imbarazzo o la vanità? Torino aveva la religione del lavoro. Anche troppo: come ogni religione monologica, era un po’ opprimente, mortificante. Però produceva una città seria e sobria: questi erano i suoi principali caratteri, e forse lo sono ancora, in parte. I contadini venuti in città dalle campagne al tempo dei re, poi, nel Novecento i veneti e i meridionali, predisposti da tradizione o necessità, assimilavano quella religione e quei caratteri. Torino ha inventato l’automobile, con tutta la meccanica dell’indotto: un mestiere della precisione. Pochi sanno che esisteva un vocabolario popolare operaio delle micromisure di precisione: na frisa = mm 0,001, na bërlicà = mm 0,01, un cicinin = mm 0,015, un pluch = mm 0,045, n’idéja = mm 0,1, na flapà = mm 3 ecc.  La struttura sociale era signorile-servile: gli Agnelli e gli operai, sovrani e sudditi. Ma proprio qui maturò l’emancipazione operaia, il movimento e la politica operaia. Restavano nelle vie i nomi di re e principi, ma Torino diventava repubblicana. A questa scuola sono venuti gli immigrati italiani e stavano arrivando gli immigrati mediterranei, quando li ha preceduti la trasformazione post-fordista della produzione: i cittadini operai ritornavano sudditi superflui, clientes del signore. Poi la crisi dell’auto, per pigrizia inventiva davanti alla saturazione quantitativa e al danno ecologico. Torino era disorientata. Nuova invenzione: l’immateriale, il turismo, fino a queste olimpiadi, il gioco, la festa. Anche di notte, alla romana, dopo tanto tenere le distanze, anche se qui il leghismo becero e razzista non ha mai davvero attecchito: siamo signori noi, anche i poveri. Torino può produrre immateriale, più che auto e materiale. Ha bellezza naturale, arte a sufficienza, cultura depositata e cultura viva nel dibattito, creatività non di sola schiuma. Ha storia (un bel po’ principesca e militaresca, ma sa ben bene criticarla). Può essere centro di turismo intelligente e colto. Può essere di nuovo capitale – possiamo dirlo, con sobrio orgoglio e speranza – di un contributo civile e politico per la nuova convivenza con gli immigrati, che vuol dire la nuova cittadinanza, nonostante tutti i problemi dell’accoglienza e dell’integrazione. Può essere nuovamente laboratorio, nel rispetto dei caratteri propri delle culture, nella produzione feconda di meticciato culturale e civile. Potrà anche produrre nel campo delle tecnologie immateriali, della comunicazione. Potrà? Vediamo alcune condizioni: che la classe dirigente eletta, ma ancor più il sottobosco dei decisori perché forniti di potenza sociale, smaltiscono la sbornia che oggi li confonde, cioè la cultura dell’apparenza, dell’immediato effimero, dello spreco brillante; che la classe intellettuale pensi a pensare, non ad apparire sulla scena, e che guardi il mondo intero, responsabilmente, da questo angolo di buona osservazione; che le chiese e le religioni presenti si parlino seriamente per ascoltarsi, per immettere nella vita sociale i più autentici valori comuni umani delle loro tradizioni. I torinesi vecchi e nuovi sapranno capire, passata la festa. Perché, se non capiremo, diventeremo un altro supermercato del niente, venduto e comprato.


indice

 

Chiedere a Dio ragione di Auschwitz non è titanismo (Aldo Bodrato) - teologia

Donne (Simona Borello)

Piccola replica ai culturi dell’identità (a.b.)

Il canto che nessuno sente (Floriselda López de la Cruz)

Martiri 2006

Torino 2006. A tutte olimpiadi

Una preoccupazione e un rammarico (Lidia Maggi)

La vodka non fa niente (a.r.)

Aviaria. Aiuto, un’auto! (d.o.)

Agiografia femminile 3. La scelta di Caterina (Elisa Lurgo)

Per il futuro dell’umanità 3. San Matusalemme (Alberto Bosi)

L’altra storia 1. E lo chiamano Risorgimento (Dario Oitana) - in storia

Bestemmia nazionale (d.o.)

Forum “Tutte le valli di Susa”. Torino, come va? (Enrico Peyretti)

Alta capacità: perché no (Enrico Guastini)

Ma perché tanta sfiducia nella tecnologia (Luciano Battocchio)

Infrastruttura e trazione (Stefano Casadio)

Memoria. Sued Benkhadim (e.p.)

 329 - febbraio

 35 anni del foglio

Bonhoffer ci scrive

Il 9 aprile del ’45 Dietrich Bonhoffer moriva impiccato a Flossenbürg le sue lettere dal carcere, pubblicate a Monaco nel ’51, venivano tradotte in italiano (Resistenza e resa, Firenze 1969).  Quando nel febbraio del ’71 è nato il nostro mensile, alcuni di noi, che allora avevamo dai trenta ai quarant’anni, le lette da poco e ne eravamo stati profondamente segnati. Se non ci fosse stato il Concilio (1962-65) non ci sarebbe stato il foglio, ma, se non fossero mai stati pubblicati gli scritti di Bonhoffer, di Primo Mazzolari, di don Milani (Lettere ad una professoressa è del 1967), questo abbozzo di rivista, nel bene e nel male, non sarebbe quello che è. Ecco perché apriamo questo numero  de il foglio, giunto alla conclusione del suo 35° anno di vita, con uno dei testi più vivi, profetici e problematici del celebre teologo, resistente e martire. In questa ricorrenza, che non può certo essere celebrativa, pensiamo, infatti, doveroso interrogarci sul nostro futuro a partire da chi ci è stato guida dai primi passi del nostro cammino editoriale. Si tratta di pensieri scritti da Bonhoffer nel maggio del ’44 e dedicati al nipote D.W.R. per il giorno del suo battesimo. Tolti i riferimenti strettamente personali e familiari, chi è nato in quegli anni e chi è, a sua volta,  figlio o  nipote le ha sentite e le sente come a lui rivolte. Sappiamo che i tempi sono cambiati, che molte delle considerazioni e delle previsioni adombrate in questa sorta di testamento spirituale, attualissime per gli anni ’40-80 del secolo scorso, oggi sembrano superate o almeno bisognose di molte correzioni e di rigoroso aggiornamento. Ma sappiamo anche che la loro verità profonda non esaurisce la sua attualità nell’arco di un ventennio e che la loro forza spirituale, come ogni grande parola di universale sapienza profetica, mantiene la sua vitalità ben oltre le contingenze dei flussi e riflussi della storia. Lo mostrano adeguatamente gli articoli raccolti nel numero speciale di Testimonianze, al nostro dedicato (n. 443-444, dicembre 2005), e lo mostreranno, speriamo, quelli che daranno vita ai prossimi 35 anni de il foglio, a cominciare da questo numero, che nelle pagine seguenti inizia il dialogo sui nostri tempi e sui nostri impegni per il futuro con significativi interventi di due dei redattori presenti fin dalla prima riunione organizzativa.

 

(Il testo che pubblichiamo, stralciato e con titoletti redazionali, è preso dalla 1ª  edizione italiana sopra ricordata).

 



>> Leggi.....

 328 - gennaio 2006

   Se volessimo (la più assurda delle ipotesi) fondare un partito, potremmo lecitamente, per finanziarlo, aprire un negozio, una impresa, o una cooperativa, alla luce del sole. I simpatizzanti favorirebbero i nostri onesti affari per finanziare il partito. Alla luce del sole. Con affari puliti. Non ci sarebbe nulla contro l’etica e la correttezza. Se poi affidassimo la nostra impresa o cooperativa ad amministratori che si rivelano disonesti, o avventurieri, o avidi, o scorretti, o truffaldini, dovremmo, per salvare l’onestà politica del nostro partito, dissociarci al più presto da quella gestione, e il nostro sarebbe stato solo un errore umano, non politico, né un reato. Tanto più se il nostro partito volesse avere un programma per l'onestà economica e la giustizia sociale. Se manchiamo di avvedutezza, o cerchiamo di trarre ancora qualche vantaggio da un'amministrazione scorretta, facciamo anche un male politico alla nostra causa. Se poi Berlusconi, che da vent’anni fa affari grazie alla politica (Craxi) e fa politica per fare affari (forte aumento del patrimonio personale durante il proprio governo) e per evitare le sanzioni della legge (leggi su misura dell’utile personale), denuncia la nostra commistione tra politica e affari non chiari, allora è come se Dongiovanni o Casanova facessero l'elogio della castità. E questo potremmo dirlo, persino da imputati e da colpevoli. Ma, soprattutto, se volessimo che il nostro partito tenesse alta la bandiera e l’onore di un programma e un’azione di giustizia, dovremmo anteporre alla nostra difesa personale la limpidezza della sua immagine. La politica ha bisogno anche di denaro, ma separare per tempo la propria politica dalla ricerca accanita e senza scrupoli di denaro è necessario per evitare errori gravi e per poter ancora dire «una parola di sinistra».

***

La grave malattia del premier israeliano Sharon ripresenta il dramma umano dell’uomo pubblico. Quando i limiti della vita e dell’attività lo restituiscono alla precaria condizione comune, il sistema di potere che egli gestiva e che anche lo usava, continua a trattenerlo e trattarlo come cosa propria, prima di espellerlo come inutile. L’abbiamo visto in una quantità di casi, da dittatori a papi, che non possono cedere e morire, quando è naturale. Essi che, quasi tutti, hanno rischiato la morte violenta durante l’attività pubblica, meno di tutti noi (già tutti minacciati di accanimento terapeutico) possono morire in pace.  Questa riflessione sull’uomo ci pare che debba precedere il giudizio storico sul politico Sharon. Giudizio, al solito, piegato all’uso politico. Elogiativo quello delle voci ufficiali: militare convertito alla pace, coraggioso nel ritiro unilaterale da Gaza, rende possibile lo stato palestinese. Severo quello della sinistra israeliana: non uomo di pace, credeva nella forza in modo eccessivo; ha deciso tatticamente il ritiro da Gaza senza trattare coi palestinesi, ignorati. Sabra e Chatila non si possono dimenticare, come la provocazione della seconda intifada (violenta, perciò assai più debole della prima) con la passeggiata sulla spianata nel 2000, e l’aumento dei coloni nella Cisgiordania (12.500 in più nel solo 2005), e il muro di annessione e divisione più che di protezione, e gli omicidi mirati, tanto più condannabili perché extra-giudiziali ed extra-territoriali. Davanti al limite di una vita personale, si devono perdonare le azioni, ma i nodi storici restano. La lunga sistematica politica (precedente a Sharon) di insediamenti in terra palestinese e di dura occupazione manu militari, è stata condotta forse pensando di stabilizzare quella disuguaglianza, ma ben sapendo che erano e sono l'ostacolo più grosso e radicato alla pace tra i due popoli di quella terra, ostacolo superabile solo con sacrifici di Israele più difficili che se gli insediamenti non ci fossero stati. Chi ha fatto questo, non ha fatto il bene del popolo d’Israele. Quei due popoli che si tormentano e ugualmente soffrono, hanno bisogno di guide che credano alla pace concordata e giusta, più che alla pacificazione imposta o alla cacciata dell’altro; alla parola umana in dialogo più che alla forza inumana delle armi e degli attentati; alla parità dei rispettivi diritti, senza miti di destini superiori né di distruzione dell’altro. Mentre soffre e declina un uomo in vista, dobbiamo saper vedere e sentire con la stessa pietà gli invisibili dolori, artificialmente prodotti da guerra, dominio, violenze, di una quantità di oscuri bambini, donne, uomini. Davide non poté costruire il tempio perché guerriero feroce, e solo poté Salomone. Così costruiranno la pace per Israele, insieme alla Palestina, guide sapienti, cioè pacifiche, che speriamo Dio e l’intera famiglia umana aiutino a sorgere tanto nel popolo odierno di Israele, quanto nel suo vicino.

 


indice

 

Libertà mia, libertà tua, libertà loro (Enrico Peyretti) - in filosofia

2005, un anno meraviglioso. A parte... (Fausto Caffarelli)

Che mondo insicuro. Ma ne siamo sicuri? (Massimiliano Fortuna)

Errata corrige

Il Concilio ci attrezzava alla grande crisi (Raniero La Valle)

Pasolini, teologia e fede

Alta capacità, perché no? (Luciano Battocchio)

La passione censurata 1. Discepoli buoni, giudei cattivi? (Dario Oitana)

Vecchi (Luca Sassetti)

Agiografia femminile 1. Caterina e le altre (Elisa Lurgo) - in religione

Nonno Ciampi... (f.c.)

La lingua che apre a Dio. Recensione di “La passione dell’infinito nella letteratura” di J-P. Jossua, Argo 2005 (Aldo Bodrato)

Se la parola abbraccia l’oscurità. Recensione di “Scritte sulla pelle” di A. Bodrato, Portalupi 2005 (Enrico Peyretti)

(Onni)potenza dei media (d.o.)

Indice analitico 2005 anno XXXV

Un “gigante della carità” (Clelia Ginetti)

Memoria. Pietro Maria Toesca (e.p.)

Memoria. Giorgio Spini

Presunzione (c.b.)

Violenza

Pagina: Indietro 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 
 
 il foglio
 ::  presentazione
 ::  redazione
 ::  abbonamento
 ::  contatti
 ::  link
 :: archivio storico [parziale]

 rinnovo abbonamento

L’abbonamento è in scadenza. Ricordati di rinnovarlo per tempo. L’importo è di 33,00 euro.

A chi non ha rinnovato l’abbonamento nel 2015, chiediamo, se desidera continuare a ricevere il nostro mensile, di riabbonarsi al più presto, e a chi può di sottoscrivere per il 2016 un abbonamento da sostenitore.

Grazie!


 avviso agli abbonati

Ci risulta che alcuni abbonati non ricevono a tempo debito, o non del tutto, la copia del nostro periodico. Ce ne scusiamo precisando che tale situazione non dipende da un nostro difetto bensì dal disservizio delle Poste.


 web partner

gli anni di carta

 Il Corriere di Tunisi

Aldo Bodrato

Enrico Peyretti

Delfino M. Rosso

 


 Numeri recenti
 :: 437 - dicembre 
 :: 438 - gennaio 2017 
 :: 434 - agosto-settembre 
 :: 435 - ottobre 
 :: 436 - novembre 
 :: 433 - giugno - luglio 
 :: 432 - maggio 
 :: 431 - aprile 
 :: 429 - febbraio 
 :: 430 - marzo 
 :: 428 - gennaio 2016 
 :: 427 - dicembre 
 :: 426 - novembre 
 :: 425 - ottobre 
 :: 424 - settembre 
 :: 421 - aprile 
 :: 422 - maggio 
 :: 423 - giugno-luglio 
 :: 419 - febbraio 
 :: 420 - marzo 

copyright © 2005 il foglio - ideazione e realizzazione delfino maria rosso - powered by fullxml