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 26 nov - 6 dic 2014

  

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Enrico Peyretti

Il diritto di non uccidere

IL MARGINE


Conversazioni di

Giuseppe Barbaglio e

Aldo Bodrato

QUALE STORIA A  PARTIRE DA GESU'?

ESODO Sevitium


Aldo Bodrato

L'avventura della Parola

Affatà Editrice


Enrico Peyretti

Dialoghi con Nortberto Bobbio 

Claudiana


Enrico Peyretti

Il bene della pace. La via della nonviolenza

Cittadella


Enrico Peyretti

Elogio della gratitudine

Cittadella


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il foglio online riporta solo l’editoriale, l’indice del numero e alcuni articoli del giornale distribuito in abbonamento. Si può richiederne copie saggio via email


In solo online gli articoli pubblicati parzialmente o non pubblicati nell'edizione cartacea


 



 331 - aprile

   Abbiamo tutti assistito a una campagna elettorale i cui toni sono stati sempre molto aggressivi, giungendo spesso all’insulto. L’atteggiamento ufficiale della chiesa italiana è parso di cauta prudenza: attento a non sbilanciarsi troppo in favore di una parte politica, ma anche caratterizzato da un’insistenza quasi sclerotica sui consueti temi cari alla gerarchia. I vescovi hanno invitato gli Italiani ad effettuare la propria scelta puntando sullo schieramento politico che garantisca maggiormente la difesa della famiglia, della vita, delle radici cristiane dell’Europa e, non ultima, dell’autonomia dell’insegnamento cattolico nelle scuole pubbliche. Negli appelli dei vescovi, così come nel recente intervento di Benedetto XVI a difesa della vita e della famiglia, si è constatata ancora una volta la grande attenzione della chiesa verso la morale privata, l’esigenza e la pretesa di intervenire con vigore e senza compromessi nelle vicende personali di ogni cittadino, credente e non: ma non altrettanta fermezza di posizioni è stata espressa nei confronti della morale pubblica, in uno stato nel quale la corruzione e il furto sono stati elevati a sistema, come ha scritto recentemente Maurilio Guasco su un mensile di pastorale. I valori morali non negoziabili per la chiesa sono stati ben riassunti dal cardinale Caffarra, che ha inviato ai parroci una lettera in cui elenca come priorità assolute la lotta all’aborto e all’eutanasia, la tutela dell’embrione umano e del matrimonio monogamico fra persone di sesso diverso. La Casa delle libertà si è resa portavoce delle richieste della Cei, ergendosi a baluardo contro gli attacchi all’unità della famiglia e alla vita nel momento del concepimento e nell’appressarsi della morte. Il libretto, intitolato I frutti e l’albero, ricevuto nei giorni scorsi da tutti le associazioni ed enti cattolici, a cura dell’onorevole Bondi, parla chiaro: «Cinque anni di governo Berlusconi letti alla luce della dottrina sociale della Chiesa» è il sottotitolo dell’opuscolo, che snocciola leggi e statistiche per dimostrare l’impegno del governo in favore dei principi morali cristiani. La strumentalizzazione dei temi etici cari alla gerarchia ecclesiastica in funzione di interessi politici è in questo caso evidente, ma ciò che rende perplessi è soprattutto la condotta ambivalente della gerarchia ecclesiastica, che da un lato afferma di non voler dare indicazioni di voto precise e dall’altro sembra guardare favorevolmente al programma del centrodestra, tanto che a leggere la stampa nazionale si ha l’impressione che le associazioni cattoliche abbiano già chiaro a chi dare la propria preferenza. Alcuni vescovi sono addirittura scesi in campo con appelli politici neanche troppo velati, come il presidente della Conferenza episcopale pugliese, monsignor Ruppi, che ha invitato i cittadini a mobilitarsi «per difendere la famiglia dalle aggressioni politiche». In realtà l’elettorato cattolico ufficiale non è così omogeneo: l’ex presidente delle Acli Luigi Bobba e Paola Binetti, appartenente al movimento Scienza e Vita, sono scesi in campo con la Margherita, e molte sono state le lettere di dissenso all’opuscolo promosso da Bondi, a partire da Pax Christi – interventi a cui fra l’altro la stampa non ha dato nessun rilievo. Le suore comboniane di Palermo hanno indirizzato a Berlusconi e a Bondi una lettera di protesta particolarmente efficace e umana, con un appello accorato che possiamo senza dubbio fare nostro: «vi chiediamo di non sfruttare in modo indegno il Vangelo e la Sposa di Cristo, la Chiesa. E questa Sposa-Madre Chiesa non scenda più a compromessi con la politica».


indice

 

La fine della caduta (Mauro Pedrazzoli) - in bibbia

Settimana Santa (Aldo Bodrato)

Velare il desiderio (Elisa Lurgo)

Il Corano a scuola

Appunti su uomo e natura 1. Tra ecologismo e menfreghismo (Massimiliano Fortuna)

Gadamer. La trascendenza negli altri

L’altra storia 2. Fratelli d’Italia (Dario Oitana) - in storia

I Vangeli apocrifi dell’infanzia, tra mito leggenda e fiaba. Maria e Maya (Tullia Chiarioni)

Hebel grida. Nulla e relazione (Enrico Peyretti)

Compleanni (e.p.)

Violenza

Democrazia senza legge. Recensione di “Il Caimano” di Nanni Moretti (e.p.)

Uccisi e uccisori (Luca Sassetti)

Innocenti (Luca Sassetti)

Prodigio promesso (Luca Sassetti)

Nuovo pensiero: Rosenzweig. Ancora attuale o non ancora attuato? (Claudio Belloni) - in filosofia

Quantità e qualità in democrazia. Recensione di “Principî e voti. La Corte costituzionale e la politica” di G. Zagrebelsky, Einaudi 2005 (Enrico Peyretti)

Sciopero a Parigi (Stefano Casadio)

I due “no” mancanti (Carlo Chiampo)

Sciacallaggio (Paola Merlo)

Alabarde vaticane

Il problema mio, il problema degli altri

Stature (e.p.)

 330 - marzo

   Torino olimpiaca è stata sotto i riflettori per due settimane. La nostra città ha sentito più l’imbarazzo o la vanità? Torino aveva la religione del lavoro. Anche troppo: come ogni religione monologica, era un po’ opprimente, mortificante. Però produceva una città seria e sobria: questi erano i suoi principali caratteri, e forse lo sono ancora, in parte. I contadini venuti in città dalle campagne al tempo dei re, poi, nel Novecento i veneti e i meridionali, predisposti da tradizione o necessità, assimilavano quella religione e quei caratteri. Torino ha inventato l’automobile, con tutta la meccanica dell’indotto: un mestiere della precisione. Pochi sanno che esisteva un vocabolario popolare operaio delle micromisure di precisione: na frisa = mm 0,001, na bërlicà = mm 0,01, un cicinin = mm 0,015, un pluch = mm 0,045, n’idéja = mm 0,1, na flapà = mm 3 ecc.  La struttura sociale era signorile-servile: gli Agnelli e gli operai, sovrani e sudditi. Ma proprio qui maturò l’emancipazione operaia, il movimento e la politica operaia. Restavano nelle vie i nomi di re e principi, ma Torino diventava repubblicana. A questa scuola sono venuti gli immigrati italiani e stavano arrivando gli immigrati mediterranei, quando li ha preceduti la trasformazione post-fordista della produzione: i cittadini operai ritornavano sudditi superflui, clientes del signore. Poi la crisi dell’auto, per pigrizia inventiva davanti alla saturazione quantitativa e al danno ecologico. Torino era disorientata. Nuova invenzione: l’immateriale, il turismo, fino a queste olimpiadi, il gioco, la festa. Anche di notte, alla romana, dopo tanto tenere le distanze, anche se qui il leghismo becero e razzista non ha mai davvero attecchito: siamo signori noi, anche i poveri. Torino può produrre immateriale, più che auto e materiale. Ha bellezza naturale, arte a sufficienza, cultura depositata e cultura viva nel dibattito, creatività non di sola schiuma. Ha storia (un bel po’ principesca e militaresca, ma sa ben bene criticarla). Può essere centro di turismo intelligente e colto. Può essere di nuovo capitale – possiamo dirlo, con sobrio orgoglio e speranza – di un contributo civile e politico per la nuova convivenza con gli immigrati, che vuol dire la nuova cittadinanza, nonostante tutti i problemi dell’accoglienza e dell’integrazione. Può essere nuovamente laboratorio, nel rispetto dei caratteri propri delle culture, nella produzione feconda di meticciato culturale e civile. Potrà anche produrre nel campo delle tecnologie immateriali, della comunicazione. Potrà? Vediamo alcune condizioni: che la classe dirigente eletta, ma ancor più il sottobosco dei decisori perché forniti di potenza sociale, smaltiscono la sbornia che oggi li confonde, cioè la cultura dell’apparenza, dell’immediato effimero, dello spreco brillante; che la classe intellettuale pensi a pensare, non ad apparire sulla scena, e che guardi il mondo intero, responsabilmente, da questo angolo di buona osservazione; che le chiese e le religioni presenti si parlino seriamente per ascoltarsi, per immettere nella vita sociale i più autentici valori comuni umani delle loro tradizioni. I torinesi vecchi e nuovi sapranno capire, passata la festa. Perché, se non capiremo, diventeremo un altro supermercato del niente, venduto e comprato.


indice

 

Chiedere a Dio ragione di Auschwitz non è titanismo (Aldo Bodrato) - teologia

Donne (Simona Borello)

Piccola replica ai culturi dell’identità (a.b.)

Il canto che nessuno sente (Floriselda López de la Cruz)

Martiri 2006

Torino 2006. A tutte olimpiadi

Una preoccupazione e un rammarico (Lidia Maggi)

La vodka non fa niente (a.r.)

Aviaria. Aiuto, un’auto! (d.o.)

Agiografia femminile 3. La scelta di Caterina (Elisa Lurgo)

Per il futuro dell’umanità 3. San Matusalemme (Alberto Bosi)

L’altra storia 1. E lo chiamano Risorgimento (Dario Oitana) - in storia

Bestemmia nazionale (d.o.)

Forum “Tutte le valli di Susa”. Torino, come va? (Enrico Peyretti)

Alta capacità: perché no (Enrico Guastini)

Ma perché tanta sfiducia nella tecnologia (Luciano Battocchio)

Infrastruttura e trazione (Stefano Casadio)

Memoria. Sued Benkhadim (e.p.)

 329 - febbraio

 35 anni del foglio

Bonhoffer ci scrive

Il 9 aprile del ’45 Dietrich Bonhoffer moriva impiccato a Flossenbürg le sue lettere dal carcere, pubblicate a Monaco nel ’51, venivano tradotte in italiano (Resistenza e resa, Firenze 1969).  Quando nel febbraio del ’71 è nato il nostro mensile, alcuni di noi, che allora avevamo dai trenta ai quarant’anni, le lette da poco e ne eravamo stati profondamente segnati. Se non ci fosse stato il Concilio (1962-65) non ci sarebbe stato il foglio, ma, se non fossero mai stati pubblicati gli scritti di Bonhoffer, di Primo Mazzolari, di don Milani (Lettere ad una professoressa è del 1967), questo abbozzo di rivista, nel bene e nel male, non sarebbe quello che è. Ecco perché apriamo questo numero  de il foglio, giunto alla conclusione del suo 35° anno di vita, con uno dei testi più vivi, profetici e problematici del celebre teologo, resistente e martire. In questa ricorrenza, che non può certo essere celebrativa, pensiamo, infatti, doveroso interrogarci sul nostro futuro a partire da chi ci è stato guida dai primi passi del nostro cammino editoriale. Si tratta di pensieri scritti da Bonhoffer nel maggio del ’44 e dedicati al nipote D.W.R. per il giorno del suo battesimo. Tolti i riferimenti strettamente personali e familiari, chi è nato in quegli anni e chi è, a sua volta,  figlio o  nipote le ha sentite e le sente come a lui rivolte. Sappiamo che i tempi sono cambiati, che molte delle considerazioni e delle previsioni adombrate in questa sorta di testamento spirituale, attualissime per gli anni ’40-80 del secolo scorso, oggi sembrano superate o almeno bisognose di molte correzioni e di rigoroso aggiornamento. Ma sappiamo anche che la loro verità profonda non esaurisce la sua attualità nell’arco di un ventennio e che la loro forza spirituale, come ogni grande parola di universale sapienza profetica, mantiene la sua vitalità ben oltre le contingenze dei flussi e riflussi della storia. Lo mostrano adeguatamente gli articoli raccolti nel numero speciale di Testimonianze, al nostro dedicato (n. 443-444, dicembre 2005), e lo mostreranno, speriamo, quelli che daranno vita ai prossimi 35 anni de il foglio, a cominciare da questo numero, che nelle pagine seguenti inizia il dialogo sui nostri tempi e sui nostri impegni per il futuro con significativi interventi di due dei redattori presenti fin dalla prima riunione organizzativa.

 

(Il testo che pubblichiamo, stralciato e con titoletti redazionali, è preso dalla 1ª  edizione italiana sopra ricordata).

 



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