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 450 - Il negazionismo divenuto legge a Varsavia

 

Le radici antiche dell’antisemitismo in Polonia

 

Febbraio 2008. Sono stato trasferito da poco a Varsavia. Il mio appartamento è in plac Grzybowsky (citata da Isaac Bashevis Singer ne Il Mago di Lublino) e l’ufficio nella Torre Blu di plac Bankowy.

I due distano solo quattrocento metri, ma una volta, ai tempi del ghetto – perché siamo in pieno Ghetto di Varsavia – bisognava fare un largo giro per andare dalla plac Grzybowsky alla Grande Sinagoga, sulle cui rovine è stata costruita nel 1991 la Torre Blu, in vetro e cemento, il primo grattacielo nella Varsavia post-comunista. In mezzo, tra il Piccolo Ghetto e il Grande Ghetto, si incuneava una spina a forma di triangolo, con base nel Parco dei Sassoni / Ogrod Saski, che permetteva agli ariani di accedere alla Hala Mirowska, il mercato coperto, la cui architettura ricorda vagamente il Mercato Centrale / Központi Vásárcsarnok di Budapest. Quattrocento metri che percorro mattina e sera, ben imbacuccato per resistere ai -20° del mio primo inverno polacco. Poco lontano da casa una lapide ricorda che “Il 18 aprile 1943 i nazisti uccisero in questo luogo 12 polacchi”. Di lapidi come questa ne trovo un bel numero nel quartiere, andando anch’io a fare la spesa alla Hala Mirowska. Cambiano di poco le date e il numero delle vittime. Ma qualcosa non quadra: polacchi? quali polacchi? Nell’aprile del ’43 qui c’era il ghetto e la rivolta era appena scoppiata; non c’erano polacchi nel ghetto; c’erano gli ebrei! Amministrativamente polacchi, se proprio vogliamo fare i pignoli, ma per loro tragica sorte “ebrei”.

Non è certo una svista, aver dimenticato di precisare che le vittime erano ebrei. Come non è una svista raccontare che nel 1941 furono gli ucraini a uccidere centinaia di migliaia di ebrei a colpi di pistola, nelle foreste e nei borghi della Galizia, sorvolando sul fatto che fino al 1945 la Galizia apparteneva alla Polonia, e che da cinque secoli i suoi abitanti erano polacchi (lo sterminio di un milione e mezzo di ebrei per fucilazione dal 1941 al 1944, nota come “Shoah par balles”, tra Lvüv / Leopolis e la Crimea, è stata rivelata dal padre Patrick Desbois, cofondatore con il cardinale Lustiger e il rabbino Israël Singer di Yahad – In Unum).

 

Antisemitismo e Samizdat

Allora incomincio a fare delle domande. Interrogato sulla questione ebraica il collega Andreji, mio coetaneo, risponde con una storiella in voga all’epoca del Samizdat: «In una fredda sera di febbraio si sparge la voce che ci sarebbe stata una distribuzione di carne (in polacco si diceva Uruchomić, che vuol dire “lancio”, come di qualcosa che viene buttato da un camion). Immediatamente si forma la coda davanti alla macelleria, e si ingrossa per tutta la notte nonostante il freddo tremendo. Al mattino il compagno macellaio risale indolente la lunga fila che si snoda sul marciapiede e apre con calma il negozio. Ne riappare qualche minuto dopo e, rivolto alla folla, dice: “Vi avverto che non ce n’è per tutti, quindi gli ebrei possono anche tornare a casa”. La fila si sfoltisce, e quando l’ultimo ebreo è partito, il macellaio si riaffaccia e annuncia solennemente: “Avete sentito che non basta per tutti, quindi chi non ha la tessera del partito può andarsene”. Rimane un manipolo di irriducibili, intirizziti ma determinati. Appare di nuovo il macellaio, che, con aria di cospirazione, informa: “Compagni, ora che siamo tra di noi ve lo posso dire: non ce n’è per nessuno; era una bufala!”. Nel gruppetto che si disperde scontento e sfinito, una compagna si rivolge alla comare “Questi sporchi ebrei trovano sempre il modo di cavarsela meglio degli altri!”».

Il mondo occidentale celebra nel 2018 i cinquant’anni del maggio ’68; a Praga si ricorderà la primavera di Alexander Dubček; in Polonia il 1968 è stato l’anno dell’esodo forzato verso Israele dei pochi ebrei sopravvissuti (campagna anti-sionista di Władisław Gomulka e Mieczysław Moczar: 15.000 ebrei polacchi furono privati del lavoro, espulsi dalle loro case, cacciati dall’amministrazione e invitati a partire per Israele).

 

Casimiro III il Grande

Ho bisogno di capire meglio, indagare, leggere, studiare un poco, approfittare dei mie trasferte per cercare le tracce di un passato cancellato. L’illuminazione arriva a Cracovia. Il mio alberghetto sta in Szeroka, ai piedi del Castello /Wawel di Cracovia,nel quartiere detto Kazimierz; il quartiere degli ebrei fin dal 1335. Era da poco diventato re della Polonia Casimiro III il Grande / król Kazimierz III Wielki, il quale con non poche battaglie e astute alleanza, era finalmente riuscito a riunire in un regno i litigiosi duchi polacchi. Per mettere insieme un regno basta un buon esercito e qualche matrimonio ben combinato; per mantenerlo e farlo prosperare ci vuole altro. In primo luogo ci vuole un apparato amministrativo, che permetta di affrancarsi dal sistema insidioso del vassallaggio feudale. Ma Casimiro III non aveva alla sua corte il personale per la bisogna: guerrieri buoni a maneggiare la spada e la mazza, in sovrannumero, ma gente che sapesse leggere e scrivere no. I suoi cugini dell’Europa occidentale e meridionale potevano contare sugli intellettuali formati nei monasteri o nelle facoltà teologiche; in Polonia i monasteri erano rarissimi e per trovare degli ecclesiastici coltivati bisognava andare dai Cavalieri Teutonici, come dire i suoi peggiori nemici, a nord, nella Prussia (o Prutenia, come si chiamava) dominatori dei commerci sul mar Baltico. Per formare una classe di intellettuali Casimiro III fondò a Cracovia la seconda più antica università d’Europa, ma prima che ne uscissero futuri amministratori tempo ne sarebbe ancora passato. Allora il re si rivolse agli ebrei sefarditi che, incoraggiati già dal suo antenato Bolesław III per favorire i commerci con i mercati dell’Ovest, stavano migrando sempre più a est. Gente istruita, colta, intelligente, che sapeva far di conto, anche perché guadagnare sugli scambi e sul commercio era la loro unica risorsa, non potendo diventare proprietari terrieri. Casimiro III li incoraggiò a venire, e nel 1335 concesse loro il privilegium di insediarsi in terreni contigui ai centri di potere: il Kazimierz, appunto, a Krakow; a Lublinl’area tra la Porta Grodzka / Brama Grodzka e le mura del castello / Zamek. Erano privilegi non da poco: il terreno gratis; la libertà di praticare la loro religione; le leggi e le autorità della tradizione ebraica applicate nello shtetl, il quartiere ebreo. A Lublin addirittura venne loro concesso il privilegium de non tolerandis christianis, cioè il diritto di impedire ai non ebrei di penetrare nello shtetl. In cambio gli ebrei dovevano finanziare le attività del Regno, anticipando sulla riscossione di imposte e tasse, secondo l’antico sistema di avanzare la somma e poi sbrogliarsela per incassare dalla gente (cfr. Lc 19,1-10.). Ce n’era abbastanza per suscitare odii e gelosie nel resto della popolazione. Non a caso, ogni volta che le condizioni di vita diventavano particolarmente dure in quelle zone (a causa della guerra o della carestia, o di tutte e due insieme), per allenarsi a menare le mani si cominciava con un bel pogrom, sterminando gli ebrei e bruciando i loro villaggi (cfr. Primo Levi, Se non ora,quando?). Il primo pogrom si ricorda a Poznan già nel 1367.

 

Negazionismo istituzionalizzato

L’antisemitismo polacco, e slavo in generale, ha radici antiche, dunque, e diffuse nella cultura popolare. Ciò accresce l’eroismo di quei polacchi (i 7600 polacchi “Giusti fra le Nazioni” di Yad Vashem, e certamente molti di più), i quali sfidarono la condanna a morte nazista per chi osasse proteggere, nascondere o sostenere l’ebreo. Essi testimoniano che il valore della fratellanza universale supera i disumani pregiudizi, e che nessun “dato” culturale è ineluttabile quando offende l’uomo e si fa crimine.

Non è cosa recente nemmeno il negazionismo, ora divenuto legge dello stato in Polonia, con la proibizione di chiamare campi di sterminio polacchi quelli che lo furono, e l’obbligo della delazione per i polacchi residenti all’estero nei confronti di chi, non polacco, osasse affermare il contrario. Rientrato a Parigi, ho avuto la soddisfazione di ricevere un giovane e brillante collega di Varsavia per il quale avevo caldamente sollecitato un percorso di carriera internazionale. Ci siamo trovati a cena nei giorni di uscita del film Ida, di Paweł Pawlikowski. Piotr e sua moglie Kasia ci confessarono candidamente che per la prima volta nella loro vita scoprivano l’implicazione dei polacchi nello sterminio degli ebrei: dei kapò nei campi, dei plotoni d’esecuzione, dei denunciatori delle famiglie ebree nascoste nessuno aveva mai detto loro.

 

Nazionalismo, razzismo, antisemitismo

Se il negazionismo è univocamente legato all’antisemitismo, quest’ultimo invece va compreso in un contesto più ampio di razzismo. Ne vediamo una manifestazione recente nel rifiuto dei Paesi detti “gruppo di Visegrad” (Polonia, Ungheria, Rep. Ceca, Slovakia) ad accettare la ripartizione dei migranti, nonostante le pressioni e le minacce dell’Unione Europea, da cui quei Paesi arraffano i benefici rifiutandosi agli obblighi. La constatazione di un razzismo diffuso e unanimemente condiviso, salvo rarissime e circostanziate eccezioni, è stato il primo, direi quasi immediato, chock culturale nei paesi slavi in cui ho lavorato. Esso ha di particolare che spontaneamente si manifesta non come odio verso lo straniero, ma come rifiuto viscerale e naturale di accoglierlo: “Non voglio uno straniero in mezzo a noi”.

Anche il nazionalismo degli slavi ha radici profonde e antiche. Per i polacchi esso origina nella impossibilità di definirsi sulla base di elementi geografici; basta sfogliare un qualunque atlante storico per constatare che i confini della Polonia sono stati perennemente ridefiniti ora più a est ora più a ovest, ora più a nord ora più a sud. L’identità nazionale polacca si è costruita intorno all’appartenenza religiosa cristiano-cattolica, essendo che solo i territori della Masovia e della Małopolska possono vantare una continuità storica di rappresentanza del nucleo originario della nazione. Per gli altri (slovacchi, sloveni, ungheresi, serbi, croati) occorre considerare la secolare sottomissione a dominazioni di imperi stranieri, più o meno ferocemente impegnati a cancellarne l’identità. Il nostro cursus studiorum di europei occidentali non ci permette di valutare correttamente l’impatto su quei popoli di cinque secoli di dominazione turca, di un secolo di impero austriaco e di cinquant’anni di regime comunista. Ancora oggi la mia vicina di casa, giunta in Francia agli inizi degli anni ’50 dalla nativa Serbia, mi parla con odio delle famiglie musulmane di Niš, i cui antenati si convertirono all’islam per conservare i loro beni e impedire che i giannizzeri turchi (Yeniçeri, come dice lei) si portassero via i primogeniti.

Comprendere le origini della catena nazionalismo - razzismo - antisemitismo non può tuttavia significare che se ne accetti la sussistenza. Come cittadini europei dobbiamo non solo riflettere criticamente sulla frettolosa accettazione di quei Paesi in una Unione i cui valori non sono manifestamente condivisi, ma anche sollecitare ogni forma di pressione (e non mancano: dalla concessione dei fondi europei, di cui quei paesi sono avidi, alla restrizione della libertà di circolazione) per impedire le aberrazioni politiche cui assistiamo.

 

Luigi Giusti

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