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La grande regressione

 

Nell’autunno del 2015 Heinrich Geiselberger, dopo gli attentati di Parigi e il dibattito in Germania sull’arrivo di centinaia di migliaia di rifugiati, pensa sia utile fare il punto sulla transizione che il mondo sta vivendo e chiede a 15 intellettuali, per la maggior parte di sinistra, di scrivere un breve saggio.

Nasce così un libro intitolato La grande regressione (Universale economica Feltrinelli 2017), poiché la maggior parte degli autori è molto critica sull’indirizzo politico che sembra oggi prevalere in Occidente. Dei 15 saggi, che osservano la regressione da punti di vista diversi, mi soffermo ad analizzare quelli che giudico più significativi: di Zygmunt Bauman Sintomi alla ricerca di un oggetto e un nome, di César Rendueles Dalla regressione globale ai contromovimenti anticapitalisti, di Paul Mason Superare la paura della libertà e infine di Slovoj Zizec La tentazione populista.

 

Panico da migrazioni

Bauman affronta direttamente il problema delle migrazioni che giudica qualitativamente e quantitativamente differenti dalle immigrazioni. La globalizzazione sta mettendo in crisi la divisione del mondo in Stati nazionali; intere popolazioni si spostano in cerca di condizioni di vita migliori e di un futuro che non vedono nel loro paese. Queste migrazioni sono la conclusione di un processo iniziato fin dai primordi della storia, l’unificazione dell’umanità, e scardinano uno dei principi su cui si fondano gli Stati e la loro sovranità: la distinzione tra “noi” e “loro”. Qui si genera la contraddizione tra il dramma cosmopolitico che viviamo e l’assenza di una mentalità, attitudine, consapevolezza cosmopolitica. Così nasce il panico da migrazione in cui l’occidente è invischiato. Non siamo in grado di compiere l’ultimo passo della storia dell’integrazione portando la convivenza, la cooperazione e la solidarietà a livello dell’umanità come un tutto, come sarebbe necessario. Abbiamo bisogno di una nuova rivoluzione culturale, ma per questo occorre tempo, pazienza, lungimiranza e leader illuminati, tutte cose che per ora ci mancano.

Per Rondueles la crisi è il risultato della strategia scelta dal capitalismo globale per superare la caduta del saggio di profitto degli anni 70: un ritorno al capitalismo manchesteriano dell’800. Il capitalismo globalizzandosi si è liberato da tutte le limitazioni e i controlli che le sinistre gli avevano imposto in Occidente, ma questo lo destabilizza perché l’economia non è in grado di autoregolarsi: ha bisogno della politica. Quindi la politica sicuramente riprenderà il controllo, resta da vedere se sarà reazionaria o consoliderà la democrazia.

 

Due sinistre

Molto istruttivo è il confronto tra i saggi di Mason e Zizec, poiché prospettano per la sinistra percorsi politici per molti versi opposti. Mason pensa che il razzismo e la crescente adesione di parte del popolo a movimenti xenofobi di destra sia dovuta al tradimento della sinistra socialdemocratica che ha accettato pienamente la narrazione neoliberista e perciò non ha contrastato la globalizzazione, permettendo così al capitale di attaccare le conquiste dei lavoratori. Ritiene quindi che sia necessaria l’inversione della globalizzazione. Molto chiaro il primo punto programmatico che suggerisce a una sinistra radicale: «Adottare politiche industriali che riportino i lavori produttivi nel Nord del mondo, senza curarsi degli effetti sulla crescita del Pil pro capite nel Sud». Propone quindi di riprendere lo sviluppo in Occidente anche se ciò significherebbe rallentarlo o fermarlo nei paesi emergenti.

Zizec chiamerebbe questa politica combattere il populismo di destra col populismo di sinistra. Così però la sinistra accetta la premessa del suo nemico: la rinuncia all’universalismo. Oggi lo scontro non è più solo tra destra e sinistra, ma anche tra una destra e una sinistra internazionaliste e una destra e una sinistra sovraniste. È necessaria perciò una nuova internazionale politica di sinistra che deve avere come obiettivo la creazione di un’entità transnazionale e un diritto cosmopolitico. Poiché però questo programma sembra per ora troppo ambizioso, si potrebbe puntare a un obiettivo intermedio: attraverso accordi tra Stati si può realizzare un controllo dei flussi finanziari, degli standard ecologici, dei diritti dei lavoratori, della sanità pubblica ecc. Così la sinistra potrebbe prendere la direzione della globalizzazione, strappandola dalle mani del capitale finanziario.

Dunque i due autori parlano di due sinistre diverse; entrambe però si trovano oggi di fronte a gravi difficoltà. Quella populista non è in grado di dare risposte accettabili alle attese del Sud del mondo, mentre quella internazionalista deve convincere i popoli del Nord ad accettare un ridimensionamento delle loro aspettative di sviluppo per far posto a quelle del Sud, essendo impensabile che ciascuno dei futuri 10 miliardi di cittadini del mondo consumi quanto oggi quelli del Nord.

 

Un futuro in bilico

I quattro saggi analizzati ci hanno fornito spunti interessanti per renderci un po’ più chiari gli scenari verso cui ci muoviamo. L’umanità è a un passo dal realizzare compiutamente quello che da almeno 10.000 anni persegue: la sua unificazione. Dopo la rivoluzione industriale, grazie alla scienza, alla tecnica, alla grande disponibilità di energia e al progresso economico sarebbe possibile ora costruire una società globale libera dal bisogno, in grado di ridurre la fatica del lavoro e, spostando la maggioranza dei lavoratori nel settore dei servizi, migliorare l’ambiente in cui viviamo e dedicare più tempo all’arricchimento culturale e spirituale. Ma a sbarrare la strada verso questa splendente utopia si stagliano due spaventosi ostacoli: una grave deficienza politica e un pericoloso ritardo culturale. Per imbrigliare l’enorme potenza del capitalismo globalizzato e indirizzarlo almeno in parte verso scopi sociali, sarebbe necessario un potere politico democratico anch’esso globalizzato. Ma come dice con lucidità Bauman, manca per superare l’attuale assetto politico mondiale la coscienza cosmopolitica. Per le elite economiche le cose vanno bene così come sono e dalla maggioranza del popolo, specialmente da quello più svantaggiato che teme i nuovi venuti (migranti o lavoratori dei paesi di nuova industrializzazione) visti come pericolosi concorrenti, si alza sempre più forte la richiesta di barriere, difese, discriminazioni. Insomma siamo ancora fermi a “noi contro loro” o “noi prima di loro”. Così i popoli sono risucchiati indietro verso scenari già visti, ritenuti più concreti e sicuri, ma in realtà senza sbocco. È dunque questo il dilemma politico che il mondo ha davanti: costruire una società globale cosmopolitica e aperta riducendo gradualmente la grande disuguaglianza che si è aperta con la rivoluzione industriale tra paesi sviluppati e paesi arretrati o alzare barriere per difendere ciascuno contro gli altri le posizioni faticosamente raggiunte. Nei prossimi decenni vedremo quale delle due visioni prevarrà. Con una precisazione però: l’unificazione del mondo è inevitabile, resta da vedere se sarà raggiunta pacificamente tramite accordi o dopo violenti sconvolgimenti.

Angelo Papuzza

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