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 455 - Due benemeriti dimenticati: Torri e Gentili

 

Vivaldi e gli 80 anni delle leggi razziali

 

Il professor Alberto Gentili ha appena ricevuto una lettera firmata dal Rettore dell’Università, prof. Azzo Azzi (un nome vero, non di fantasia…) Ha per oggetto la decadenza dei liberi docenti di razza ebraica, «con effetto immediato, a partire dall’anno accademico 38.39«. Come lui la riceveranno, in quegli stessi giorni, 207 liberi docenti nelle altre università italiane.

E molti altri dato che, in base all’art.1 del Regio Decreto legge 15.11.1938 –XVII, n. 1779, «A qualsiasi ufficio od impiego nelle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche e private, frequentate da alunni italiani, non possono essere ammesse persone di razza ebraica…». Con una circolare, quattro giorni dopo, le nuove norme vengono applicate e comunicate agli interessati. Un record per la burocrazia italiana!

Gentili non farà la lezione in programma quel mattino, raccoglie qualche documento e qualche volume nel suo ufficio e se ne va. Forse nella sua mente risuonano le dolci note del Salmo 111 Beatus vir: In memoria aeterna erit justus, ab auditione mala non timebit (A. Vivaldi, RV 597.6). I colleghi sono per lo più indifferenti, qualcuno pensa forse al posto che si libera e che favorirà la sua carriera. Non ci sarà nemmeno la bicchierata d’addio, un po’ ipocrita, che ebbe luogo in altri casi.

Musicologo, direttore d’orchestra, compositore e professore di storia della musica, Gentili è uno studioso insigne ma il suo maggior merito è quello, insieme al direttore della Biblioteca Nazionale Luigi Torri, di aver rintracciato e portato a Torino lo smisurato corpus dei manoscritti originali di Antonio Vivaldi.

Spesso accade che testimonianze di grande valore siano finite nei luoghi dove attualmente si trovano, per una serie di circostanze fortuite, seguendo percorsi rocamboleschi o addirittura truffaldini. I tesori che Torino custodisce, in parte, non sfuggono a questa regola. La raccolta d’arte fiamminga del Principe Eugenio, che poteva restare a Vienna, l’autoritratto a sanguigna di Leonardo e altre sue opere, acquistate quasi casualmente da un sovrano e ora custodite nel caveau blindato della Biblioteca Reale. I bellissimi e poco conosciuti cartoni preparatori dei dipinti di Gaudenzio Ferrari, acquistati da Carlo Alberto, su consiglio di esperti, ora alla Accademia di Belle Arti. Per tacere della Sindone, a cui, al di là di tutto, non si può negare la qualifica di opera d’arte, giunta a Torino nel 1578, con un sotterfugio di Emanuele Filiberto che la sottrasse a Chambéry, con la medesima disinvoltura con cui, una ventina di anni prima, aveva cambiato la capitale del Ducato. Lo stesso nucleo originale del Museo Egizio fu frutto dell’intraprendenza senza scrupoli di Bernardino Drovetti e di una certa lungimiranza di Carlo Felice, sovrano non certo di ampie vedute, che però impegnò nell’acquisto una cifra imponente per il bilancio del Regno: un’ulteriore esitazione e la raccolta sarebbe finita al Louvre.

 

Scartafacci in cortile

Analogamente accadde per i manoscritti originali di Vivaldi, in gran parte scomparsi subito dopo la sua morte a Vienna nel 1741. Finiti nel patrimonio del nobile genovese Giacomo Durazzo, allora ambasciatore degli Asburgo a Venezia, passarono, per eredità in ambito famigliare e nella più assoluta riservatezza, per quasi due secoli. Ricompaiono, solo in parte, nel 1922 quando Marcello Durazzo, in punto di morte, decide di donare la raccolta, insieme all’intera sua biblioteca, al collegio salesiano di Borgo S. Martino, nei pressi di Casale. Quei preti, a suo parere, sarebbero stati custodi ideali. Invece il loro interesse per le carte del patrizio genovese si rivela vicino allo zero. “E adesso dove mettiamo tutta questa roba?”. Accettano di mala grazia e mandano un loro incaricato con un tombarello (carretto a due ruote, usato anche per il trasporto del letame). Occorrono tre giorni e dodici viaggi per il trasporto da Occimiano, residenza dei Durazzo, a Borgo S. Martino che dista circa 4 chilometri. E ogni volta il contenuto viene rovesciato in cortile, alle intemperie, in attesa di sistemarlo in un polveroso solaio, come se si trattasse di un carico di legna per l’inverno. Tutto è presto dimenticato, ma circa quattro anni dopo, il nuovo rettore è alla disperata ricerca di fondi per ampliare il collegio e l’economo si ricorda degli “scartafacci” ereditati da Durazzo. Occorre una stima. A chi chiederla se non alla Biblioteca Nazionale di Torino nella persona del suo direttore? Gentili, collega e amico di Torri, ne è subito informato e coglie al volo l’eccezionalità del fondo e l’opportunità di acquistarlo per la Biblioteca. Ora occorre muoversi, al tempo stesso, con rapidità e prudenza. Una volta valutato l’esborso, occorre rapidamente trovare un finanziatore (lo Stato fa subito sapere che non interverrà) e va anche evitato, oltre l’eventuale vendita a privati, il dirottamento dei beni verso Roma. Il fascismo centralizza sempre di più ed è nota l’antipatia del duce per Torino, che in un fuori-onda in piazza S. Carlo, negli anni ’30, riferito da Furio Colombo, la definirà “bastarda città francese” (per chi ama questa città, una vera medaglia al valore).

Con sagacia tutti gli ostacoli vengono superati ed è anche trovata la ragguardevole somma di 300.000 lire (circa 600.000 euro attuali), con una donazione del dott. Roberto Foà che desiderava così ricordare il figlio Mauro, morto in tenerissima età. Ma un’amara sorpresa è in agguato: al momento di riporre i volumi nella sezione “manoscritti e rari” Torri e Gentili si accorsero che mancavano i tomi coi numeri pari. In sostanza avevano acquisito soltanto la metà del fondo Vivaldi.

E l’altra metà dove era finita? Ad un altro ramo dei nobili Durazzo, trovati dopo anni e non poca fatica. Donare alla biblioteca ? Ma neanche per sogno. Centomila lire (è un prezzo di favor!). I nostri due dioscuri piombano nel più nero pessimismo. Provare a chiedere nuovamente a Foà? Il Ministero (che peraltro anche in questo caso non scuce un quattrino), cautamente informato, li blocca: non è cosa conveniente. Tradotto: non si accettano doni da chi è in fama di antifascista. Interviene infine nel 1930 l’industriale tessile Filippo Giordano, che scrive a Torri accludendo un assegno di centomila lire e prega di voler intitolare questo secondo fondo Vivaldi alla memoria del figlio Renzo. La raccolta, nei fondi Mauro Foà e Renzo Giordano, è finalmente completa e a disposizione degli studiosi di tutto il mondo.

 

Caccia all’ebreo

Dobbiamo la ricostruzione di questa avventurosa storia a Federico Maria Sardelli, musicista e scrittore, nonché massimo esperto di Antonio Vivaldi. Tratta i fatti narrati con la suspense di un autore di “gialli”, ma al contempo con grande rigore documentario per cui, nella post-fazione conclude: «Diversamente da quanto scrivono di solito i romanzieri alla fine del loro lavoro (i personaggi e i fatti narrati sono frutto della mia fantasia o formule simili), io devo invece assicurare il lettore che i fatti narrati sono, per la grandissima parte realmente accaduti» (L’affare Vivaldi, Sellerio 2015).

Tra i fatti realmente accaduti, rivelatore di un certo clima politico, uno, a margine della storia principale, merita un cenno. È la mattina del 18 novembre 1938 e la milizia fascista irrompe nell’alloggio del dr. Elia Cassuto, medico ebreo, colpevole secondo una denuncia anonima, di nascondere un suo correligionario. Quest’ultimo viene picchiato a sangue e poi arrestato (o meglio sequestrato), le stanze sistematicamente devastate e così anche l’auto parcheggiata sotto casa. L’autore immagina che Roberto Foà, vicino di casa dei Cassuto, rientrando nel pomeriggio trovi il dottore e sua moglie distesi e muti sul letto. “Ma avete chiamato la polizia?” chiede. “Non vi facevo così ingenuo…”, risponde Cassuto. “È stata la milizia a fare tutto questo, è stata l’autorità dello Stato. È iniziata la caccia all’ebreo. Tutto è finito… Noi siamo già morti”. L’annientamento morale prima di quello fisico. Come non ricordare la scena del suicidio col gas dei genitori del ragazzo ebreo ne L’amico ritrovato di Fred Uhlman, anche lui medico? O il drammatico suicidio di Stefan Zweig e di sua moglie Charlotte Altmann nel 1942, nel lontano Brasile, ma in un mondo ancora atterrito dalla possibile vittoria del nazismo? Per Zweig, autore del Mondo di ieri sottotitolato “Memorie di un europeo” era la fine di ogni speranza. Un libro che anche oggi è consigliabile rileggere attentamente.

Pochi giorni dopo il 22 novembre lo stato italiano, rappresentato dal governo fascista, licenziava dunque, in tronco, Alberto Gentili, perché ebreo. Aveva fatto riemergere dalle nebbie del passato un grande patrimonio dell’umanità. Ma ciò non aveva alcuna importanza. Quello stesso stato che, dopo l’8 settembre, ci mise ben quattro mesi per abrogare le leggi razziali (Regi Decreti Legge n. 25 e 26 del 20.01 1944, emanati dal governo Badoglio, su pressione degli angloamericani; anche la Chiesa Cattolica pare non avesse una gran fretta in merito). Abrogazione estesa poi gradualmente, con l’avanzata degli Alleati, al resto d’Italia. Quello stesso stato che, a Liberazione avvenuta, con estrema lentezza, provvide alla restituzione delle cattedre universitarie, col sistema del soprannumero per cui i docenti reintegrati si trovavano, fianco a fianco, con coloro che senza troppi scrupoli nel 1938 li avevano prontamente sostituiti. La burocrazia, in quell’anno così efficiente, ritornò ai suoi tempi abituali.

Si dice che le vie di una città ne testimonino la storia e la cultura. Non esistono in Torino né una via Luigi Torri, né una via Alberto Gentili. Forse ci starebbero bene, magari con due parole di spiegazione.

Pier Luigi Quaregna

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