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 478 - Tra arte e storia a 150 anni dalla Comune di Parigi

 

Il bene a Parigi, il male a Versailles

All’alba del 18 marzo, Parigi fu svegliata da un colpo di tuono: «Vive La Commune!». Era il 1871.

Iniziava la breve stagione della Comune che si sarebbe tragicamente conclusa il 28 maggio, quando le truppe del governo di Versailles piegarono l’ultima resistenza arroccata sulle alture di Belleville e di Ménilmontant, perpetrando l’eccidio del “muro dei federati” al cimitero Pére-Lachaise. «Il fucile a ripetizione non uccideva abbastanza rapidamente; a centinaia i vinti vennero trucidati in massa dalle mitragliatrici», commenta F. Engels, rievocando quei fatti venti anni dopo, in occasione della terza edizione tedesca della Guerra civile in Francia di K. Marx. Il bilancio delle vittime superò le 30.000, uomini, donne e bambini, trattative con puntuale tradimento della parola data, uccisione di ostaggi e prigionieri, con la ferocia che caratterizza tutte le guerre civili, se possibile ancor più atroci delle altre.

«I proletari di Parigi», diceva il Comitato Centrale, nel manifesto del 18 marzo, «in mezzo alle disfatte e ai tradimenti delle classi dominanti hanno compreso che è suonata l’ora in cui essi debbono salvare la situazione prendendo nelle loro mani la direzione dei pubblici affari…». La bandiera rossa sventolava sull’Hotel de Ville.

 

La colonna di Place Vendȏme

In pochi giorni furono decisi provvedimenti radicali: abolizione della leva obbligatoria e affidamento alla sola Guardia Nazionale della difesa armata della città, condono per un certo periodo di tutti gli affitti, sospensione della vendita degli oggetti impegnati ai Monti di Pietà, stipendio massimo a 6.000 franchi, netta separazione tra Chiesa e Stato, laicizzazione delle scuole e bando di ogni simbolo religioso dato che «tutto ciò rientra nel campo della coscienza individuale». Si censirono le fabbriche abbandonate dagli industriali tentando di affidarne la gestione a cooperative operaie. Si diede luogo anche ad alcune azioni “esemplari” come la demolizione della cappella “espiatoria” costruita in memoria del regicidio di Luigi XVI, il rogo pubblico della ghigliottina e, soprattutto, l’abbattimento della colonna di Place Vendȏme, decisa il 12 aprile, perché simbolo del nazionalismo e dell’istigazione all’odio tra i popoli. Era stata eretta nel 1809, fondendo i cannoni catturati al nemico nelle guerre napoleoniche.

In quest’ultima vicenda fu coinvolto anche Gustave Courbet, illustre pittore della scuola realista, nonché militante della Comune. Antiaccademico, attento alle condizioni di vita e di sfruttamento delle classi più povere, ne aveva fatto oggetto di alcune sue opere, a partire da Gli spaccapietre (1849), opera purtroppo perduta sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Il suo giovane amico Claude Monet, riconoscendolo maestro ispiratore, lo ritrae nel celeberrimo Déjeuner sur l’herbe (1865). Courbet nella “normalizzazione” seguita alla sconfitta della Comune fu imprigionato nel carcere di S. Pelagia (ce ne dà testimonianza in un suo quadro) e condannato a pagare una somma elevatissima come risarcimento per l’abbattimento della colonna. Rimesso in libertà, ma in completa miseria, non riuscì a pagare neppure la prima rata del rimborso. Riparò in Svizzera, dove morì esule nel 1877.

 

Cronaca (propagandistica) di 70 giorni

Karl Marx riesce a darci una cronaca, quasi in diretta, dei 70 giorni della Comune, ne La guerra civile in Francia, scritto tra l’aprile e il maggio del 1871, in uno stile chiaro ed avvincente, convinto che quella realtà fosse «un governo della classe operaia, il prodotto della lotta di classe… la forma politica finalmente scoperta». Insomma un inveramento dell’elaborazione teorica del suo pensiero. Non mancano peraltro aspetti assai discutibili, se non altro alla luce del senno di poi, come la elettività e revocabilità di qualsiasi carica, comprese quelle giudiziarie, che avrebbe assicurato un giusto dosaggio tra democrazia rappresentativa e diretta. Con delegati rigorosamente vincolati al mandato imperativo, impedendo così la formazione di posizioni di potere, ma lasciando aperto il problema del rapporto tra rappresentanza e competenza. Tema molto attuale ancora ai nostri giorni.

Qualche illusione: «Non più assassini, rapine e scassi notturni, quasi spariti i furti… le vie di Parigi furono sicure e senza nessun servizio di polizia. Si direbbe – diceva un membro della Comune – che la polizia abbia trascinato con sé a Versailles tutti i suoi amici conservatori». Qualche moralismo “rivoluzionario”: anche le cocottes erano emigrate a Versailles al seguito della Parigi ricca, capitalista, dorata, infingarda. Un certo manicheismo: tutto il bene in Parigi, libera e autogovernata; tutto il male (morale, oltreché politico) a Versailles e dintorni, con il governo reazionario di Louis Adolphe Thiers, erede della sconfitta di Napoleone III a Sedan e dell’umiliazione della Francia di fronte a Otto von Bismarck, che schierava ancora le proprie truppe in una vasta zona a Nord-est di Parigi. Del resto il sottotitolo dell’opera ne svela l’intento propagandistico: «indirizzo del Consiglio Generale dell’Associazione Internazionale degli Operai».

 

Senza esclusione di colpi

Per tutto il periodo Parigi fu sistematicamente cannoneggiata e il 21 maggio le truppe di Thiers, da Ovest, sfondarono le difese alla Porte St. Cloud e in brevissimo tempo occuparono un terzo della città. I cannoni e le mitragliatrici sparavano sulla folla utilizzando i vasti boulevard recentemente aperti dal prefetto Barone Haussman. I comunardi reagivano con tecniche da guerriglia, in particolare le donne utilizzarono per la prima volta le bottiglie incendiarie. Ne abbiamo una testimonianza in una scultura, in marmo, del valsesiano Giacomo Ginotti, conservata alla GAM di Torino e intitolata La pétroleuse - maggio 1871. Opera presentata in occasione del decennale della Comune e di cui esiste anche una versione in bronzo, posteriore, di rara bellezza e intensità artistica. Nella loro disperata difesa i comunardi incendiarono e distrussero parecchi palazzi, con scandalo dei benpensanti: «La borghesia di tutto il mondo che assiste con compiacimento al massacro dopo la battaglia, rabbrividisce d’orrore al veder profanati la calce e i mattoni!», commenta amaramente Marx. Qualche anno più tardi il pittore neo impressionista e divisionista Maximilien Luce renderà testimonianza con un quadro significativo: Una via di Parigi nel maggio 1871: la strada è piena di cadaveri. È lo stesso artista che ritrae la fatica degli operai nelle fucine, i panorami delle periferie fumose e che ci propone una “toilette” particolare. Non le dame eleganti di Pierre Auguste Renoir, ma un operaio stanco che si sciacqua il volto in una stanza disadorna. Altri aspetti della realtà, negli stessi anni in cui C. Monet dipingeva le spensierate regate sulla Senna, curava le rose ad Argenteuil e poi le ninfee a Giverny, nello stagno del ponte giapponese.

Fu violenza, da ambo le parti, senza esclusione di colpi. L’arcivescovo di Parigi, Darboy, preso in ostaggio dai comunardi, fu fucilato insieme a molti preti, dopo un inutile tentativo di scambio con il rivoluzionario Auguste Blanqui, detenuto a Versailles. Il governo di Thiers procedeva a fucilazioni casuali e spesso anche i feriti venivano frettolosamente sepolti. La sua condotta suscitò l’indignazione anche dei giornali inglesi più moderati, i cui corrispondenti da Parigi segnalavano fatti come questi: «Non era consigliabile quel giorno farsi notare per essere più alto, più sporco, più pulito, più vecchio o più brutto dei propri vicini… (furono) scelti così più che un centinaio di prigionieri… pochi minuti dopo alle nostre spalle incominciò un fuoco intermittente, che durò per più di un quarto d’ora» («Daily News», 8 giugno 1871).

L’auspicio di Marx, in chiusura del suo reportage, è che la Comune di Parigi, sarà ricordata e celebrata come «l’araldo glorioso di una nuova società». La storia è andata in una diversa direzione. Da un lato abbiamo avuto l’evoluzione moderata e socialdemocratica, dall’altro il tentativo di attuare una società comunista, rivelatosi una delle più grandi tragedie del ventesimo secolo. Eppure, nel grande fiume della storia, la breve e martoriata esperienza della Comune di Parigi del 1871 resta una testimonianza della volontà di sfuggire a una condizione di sfruttamento e di schiavitù, nella speranza di una società più giusta e dignitosa. È un’esperienza che non va dimenticata e che ancora oggi va ripensata con rispetto e ammirazione.

Pier Luigi Quaregna

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