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La Crimea di Tolstoj e Tarchetti

Via Cernaia, corso Sebastopoli, largo (e corso) Crimea. Anche la toponomastica torinese ci ricorda come la storia ottocentesca dell’Italia – e del Piemonte in particolare – si intrecci con quella della penisola che si allunga sulla sponda settentrionale del mar Nero.

Alla guerra che vi si combattè tra il 1853 e il ’56 (e che vide contrapporsi da una parte l’esercito russo e dall’altra quelli della Turchia, dell’Inghilterra e della Francia, cui si affiancarono per volontà di Cavour le truppe del regno di Sardegna) partecipò il giovane Tolstoj, che ne trasse ispirazione per la prima notevole prova narrativa: i tre Racconti di Sebastopoli pubblicati su una rivista mentre era ancora impegnato – come ufficiale dell’artiglieria – nella difesa della città. Nel decennio successivo, le drammatiche vicende di quella guerra avrebbero fatto da sfondo al romanzo Una nobile follia, scritto da un altrettanto giovane ex ufficiale piemontese, Iginio Ugo Tarchetti. Con tutte le ovvie differenze– lo ‘scapigliato’ Tarchetti sarebbe morto trentenne di tisi – i due testi hanno in comune il rigetto della retorica militarista.

 

La cruda realtà e la domanda

Nel caso di Tolstoj si tratta – com’è noto – dell’avvio di una lunga riflessione sulla guerra, destinata a sfociare nel pacifismo dell’età più matura. I Racconti non propugnano tesi, ma osservano e rappresentano con realismo, sulla scorta dell’esperienza diretta del testimone, che solo nel finale del primo racconto sembra indulgere al patriottismo («questa epopea di Sebastopoli lascerà in Russia tracce profonde, ed eroe di questa epopea è stato il popolo russo»). Non si narrano assalti o gesta memorabili, ma la noia della vita in trincea, la paura che s’impadronisce dei soldati, la vanità e l’ambizione degli ufficiali ossessionati dalla carriera in un paesaggio di rovine e granate inesplose. E l’attenzione si concentra sugli ospedali – tra agonie disperate e amputazioni orrende – o su chi è rimasto sul campo di battaglia.

Le pozze di sangue, il respiro febbricitante di alcune centinaia di persone e il sudore degli operai con le barelle producevano un fetore particolarmente pesante, fitto e forte, nel quale, avvolte da nuvolette di fumo, ardevano quattro candele alle estremità della sala. Il suono di vari gemiti, respiri, rantoli, talvolta interrotti da un grido acuto, correva per tutta la stanza (…)

Centinaia di corpi di uomini insanguinati di fresco, due ore prima pieni di varie speranze e desideri, giacevano, con le membra irrigidite, sulla valle fiorita coperta di rugiada che separava il bastione dalla trincea, e sul pavimento liscio della cappella dei morti a Sebastopoli; centinaia di uomini con maledizioni e preghiere sulle labbra secche strisciavano, si contorcevano e gemevano, alcuni in mezzo ai cadaveri, altri sulle barelle.

L’interesse di Tolstoj è interamente rivolto alle vittime. Il che non gli impedisce di ironizzare su coloro che dicono di conoscere la guerra senza averla sperimentata («La guerra non si combatte affatto come tu credi», spiega il veterano alla recluta), o sui manuali forniti agli artiglieri – che illustrano armi diverse da quelle in dotazione - , o sulle fake news diffuse dai giornali e dalla propaganda, cui «non si può prestar credito»: «raccontavano ieri che Napoleone – ovviamente Napoleone III ‒ era stato catturato dai nostri cosacchi e spedito a Pietroburgo, ma tu capisci quanto ci creda».

Non manca, nel secondo racconto, un tentativo di rispondere alla domanda che comincia a tormentare lo scrittore: esiste un’alternativa all’assurdità della guerra? «Se necessariamente con la forza si devono risolvere, tra ragionevoli rappresentanti di esseri dotati d’intelletto, questioni politiche già di per sé complicate, si affrontino due soldati, uno cinga la città d’assedio, e l’altro la difenda». Piuttosto che mandare al macello ottantamila soldati per parte, si tratterebbe di una soluzione «molto più sensata, perché più umana. Delle due l’una: o la guerra è una pazzia, oppure, se gli uomini compiono questa pazzia, non sono affatto individui dotati di intelletto, come siamo soliti affermare».

 

Una critica radicale…

Un reduce dalla guerra in Crimea – Vincenzo D. ‒ è il protagonista di Una nobile follia, che il ventisettenne Tarchetti, nativo di San Salvatore Monferrato e residente a Milano, inizia a pubblicare in rivista nel 1866.

Avendo la Russia fatto entrare due corpi di esercito nella Bessarabia [l’attuale Moldavia], i governi occidentali dell’Europa fecero conoscere ai loro popoli che l’equilibrio europeo era minacciato, ch’era d’uopo rintuzzare l’orgoglio della Russia, e fu decisa la guerra d’Oriente. Allora il piccolo Piemonte vi inviava il suo contingente di soldati: quindicimila uomini, coloni dei territori, delle valli e dei bacini del Po, terrieri dei vigneti del Monferrato e del Canavese, nessuno dei quali sapeva cosa fosse la Russia, né che cosa avessero fatto loro i popoli di quella nazione. Nondimeno i nostri soldati andavano a morire o ad ucciderli, ed io fui uno di essi.

Nelle pagine successive, resta memorabile la descrizione della battaglia combattuta sulle rive del fiume Cernaia: una prolungata carneficina, un orrore che culmina nell’edificazione di una trincea di cadaveri e moribondi – uomini e cavalli ‒ quale estremo baluardo di difesa. Ma quasi altrettanto impressionante è il quadro che Tarchetti presenta della vita ordinaria del soldato: se i fatti di Crimea gli erano stati probabilmente riferiti dai reduci, qui egli possiede conoscenze di prima mano, avendo servito per quasi tre anni, tra il ’61 e il ’63, nell’esercito sabaudo impegnato nel sud nella lotta al brigantaggio.

Fui soldato. Questa parola esprime tutto. Affetti, memorie, doveri, aspirazioni, diritti, indipendenza, dignità conculcata – assoldato, tenuto a soldo, venduto […] Così si uccide un uomo e si forma un soldato – la nazione lo tollera; vi ha di più, la nazione applaude, illusa come un fanciullo insensato dalla vista dei pennacchi azzurri, delle sciabole lucide, e dal suono delle trombette: i pochi onesti fremono e tacciono.

La personalità di Vincenzo D., già provata dall’esperienza di orfano e da un amore infelice, esce sconvolta dalla guerra, in cui sceglie di disertare dopo avere ucciso. Rientrato in patria sotto falso nome, vive in povertà – dedicandosi alla pittura ‒ appartato dalla società con i suoi cari animali, che stima assai più della specie umana. Persuaso, con Proudhon, che «la proprietà è un furto», non cessa di smascherare il “mostro” dell’avidità che si nasconde dietro i «fantasmi che si chiamano il valore, il dovere e l’onore militare». E nel suo testamento spirituale, redatto sul punto di sacrificarsi per un amico e di «gettarsi nella immensità dell’infinito», riecheggiano le grandi utopie politiche e religiose:

Non disperate; vedrete l’aurora di un giorno in cui la tirannia non si sorreggerà sulle baionette, in cui pochi uomini scellerati avranno cessato di dividersi l’umanità come tanti branchi di pecore, in cui cadrà la benda dagli occhi degli uomini, e l’amore detterà le norme di un nuovo ordinamento sociale. Amate. E’ la prima legge della vita, è l’estrema e la sola.

 

…e una militanza controcorrente

Il titolo stesso dell’opera di Tarchetti lascia intuire che l’autore era consapevole dei limiti del suo personaggio, ovvero dell’impronta romantica e velleitaria che alimenta il suo spirito anarchico e lo rende nobile e ‘folle’ al medesimo tempo. Tuttavia di quel libro – che doveva essere il primo di un ciclo dedicato ai Drammi della vita militare ‒ lo scrittore fece lo strumento di una battaglia solitaria che aveva per bersaglio gli ‘eserciti permanenti’, arrivando a distribuirne ai soldati le copie insieme a un ‘programma’ antimilitarista, con esiti poco incoraggianti: «parecchi [di quei programmi] mi furono lacerati nei caffè da ufficiali che vestivano una ricca uniforme».

A quest’iniziativa fa cenno la prefazione scritta per l’edizione in volume del romanzo a poche settimane dalla morte e datata 24 gennaio 1869, in cui Tarchetti dichiara che esso è nato dalla volontà di dare finalmente voce ai “vecchi commilitoni” ed esprime l’intenzione di «uscire dall’Italia e domiciliarsi in Svizzera per non trovarsi più a contatto di soldati».

È facile intuire quale accoglienza potesse incontrare quel messaggio a pochi anni dalle campagne risorgimentali; e quale scandalo potessero suscitare queste parole:

Le disfatte di Custoza e di Lissa hanno giovato al nostro paese assai più che una gran vittoria, lo hanno liberato dalla piaga terribile del militarismo. Una voce è già sorta nel Parlamento a chiedere l’abolizione dell’esercito. Non è lontano il giorno in cui la condanna morale che pesa su questa istituzione avrà trionfato degli ultimi pregiudizi che la sostengono.

Non era buon profeta, Tarchetti. Per il suo ideale si prospetta tuttora una lunga marcia. Eppure è indicativo che dalla tragica vicenda dei giovani che combattevano e morivano dinanzi alle acque del mar Nero (e del mare d’Azov) siano scaturite oltre un secolo e mezzo fa narrazioni di aspra denuncia – come la sua, o quella di Tolstoj – sorde ai richiami del nazionalismo e attente al futuro dell’umanità.

Fosse così anche oggi, dai tristi dintorni della Crimea.

Giovanni Pagliero

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