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 330 - L’ALTRA STORIA/1

E lo chiamano Risorgimento

 

Le fonti da cui traggo le notizie che seguono sono essenzialmente i giornali dell’epoca. Come per ogni altro documento storico, si presenta la questione dell’attendibilità. Sappiamo che, allora come oggi, il giornalista vende notizie per il pubblico, non vende Verità. Ma occorrono alcune precisazioni.

Se i fatti che si leggono sui giornali possono essere falsi o distorti, una cosa è oggettivamente vera: questo era il modo con cui i fatti erano riportati dai giornali. E questi giornali erano letti dalla parte più colta e sensibile della popolazione, dalla parte avente diritto di voto e che quindi si suppone meno sprovveduta, talvolta in grado di verificare quanto letto. E se una notizia non viene smentita, anzi viene confermata da altri quotidiani, se la notizia è in qualche modo controcorrente e imbarazzante rispetto alla linea del quotidiano (criterio dell’imbarazzo), aumentano le probabilità che ci sia almeno qualcosa di vero. Si può inoltre osservare che un tale metodo risulta in qualche modo più “democratico” in quanto rompe il monopolio degli storici di professione che soli possono accedere a documenti riservati e che poi ci forniscono su di un piatto d’argento i risultati delle loro ricerche. Con tutto il rispetto per gli storici, chiunque può consultare in breve tempo i microfilm nelle emeroteche pubbliche, divertirsi nella ricerca e forse scoprire qualcosa di nuovo.

 

L’armata dei disertori

Marzo 1849. Dopo la prima fase della cosiddetta «prima guerra d’indipendenza» (marzo-agosto 1848), conclusasi con la sconfitta di Custoza e l’armistizio, il Regno di Sardegna riprende la guerra contro l’Austria.

«Lo Esercito nostro fiorente – valoroso – disciplinato – impaziente di combattere il Croato … Un Esercito d’uomini valorosi, che si gloriano d’essere appellati Sabaudi, s’avventa furibondo contro il Teutono feroce, col grido di Vittoria – di Indipendenza – di Libertà» (Gazzetta del Popolo, 20/3/1849). «Questa sera qualche lurido croato avrà già ridonata al fango la sua anima d’assassino. Questa sera qualche generoso campione della nostra indipendenza avrà data anch’egli la sua vita e la sua anima a quel Dio, che suscita le nazioni dall’abbiettezza del servaggio alla grandezza della libertà … Voglia Iddio ch’egli [Radetzki, ndr] ardisca porre il piede oltre quelle linee ch’egli chiamò i nostri confini! Venga, se l’osa, in mezzo a noi il devastatore della nostra terra; egli troverà intero un popolo, uso a trattare le armi, d’ogni lato pronto a combatterlo e a preparargli il sepolcro. La via di Torino è facile, ma il ritorno sarebbe impossibile al vantatore austriaco» (Gazzetta del Popolo, 17/3 /1849).

Pochi giorni dopo, un amarissimo risveglio: la disfatta di Novara. Alla Camera, il deputato Lanza «sorge a domandare una formale, e subita inchiesta sulle cause dei nostri disastri. Come mai (onta eterna!) un esercito di 120 mila soldati fu egli sconfitto da 35 mila tedeschi? … Tutta la Camera appoggia tosto l’inchiesta!» (Gazzetta del Popolo, 28/3/1849). Il giornale così prosegue attaccando i codini: «Voi sapete maneggiare così bene il tradimento, sapete demoralizzare così bene la disciplina del soldato da far sì ch’ei fugga, nonostante che un Carlo Alberto a piedi colle mani giunte, colle lacrime agli occhi, lo preghi a rimanersi» (Gazzetta del Popolo, 30/3/1849). «Cioè siamo vinti! Dal nemico? No, mille volte no. Noi dunque siamo vinti, ma dalla diserzione di quelli tra i nostri soldati, che il partito retrogrado comprò, avvilì, fece disertare» (Gazzetta del Popolo, 3/4/1849).

Per fortuna c’erano anche delle diserzioni “buone”, da parte dei numerosi soldati italiani (nove divisioni, secondo Mack Smith) inquadrati nell’esercito austriaco: «Dal campo austriaco di Verona continuano le diserzioni dei soldati italiani. Essi raccontano che grande è l’avvilimento dell’armata austriaca» (Gazzetta piemontese, 2/5/1848).

Durante la spedizione dei Mille, «vi furono, noi non lo neghiamo, alcune diserzioni, ma in massima parte dipendettero esse da un irriflessivo zelo, che persuadeva ai giovani essere dalla patria reclamata la presenza e l’opera loro in Sicilia, anziché nelle file dell’esercito». Altre diserzioni sono da attribuire alla “metamorfosi morale” subita dai giovani durante il servizio militare sotto l’Austria: «Essi ritornavano al loro modesto focolare pervertiti, dediti all’ozio e alla crapula, non avevano altra idea dominante tranne quella della forza austriaca entrata nel loro ottuso cervello a furia di bastone e di carcere» (Gazzetta del Popolo, 15/6/1860).

E infine abbiamo la grande diserzione. Italia unita nella diserzione. Non è solo all’origine del “brigantaggio” nel Meridione. I disertori girano armati e ingaggiano nelle Marche combattimenti sanguinosi con soldati e Carabinieri (L’opinione, 13/1/1862). Ottanta reclute fuggono da Savigliano (L’opinione, 29/1/1862). Davanti alla diserzione di massa la Gazzetta del Popolo propone dapprima un’amnistia militare (9/3/1861). Più di un anno dopo (23/4/1862) lo stesso quotidiano così lamenta: «Le diserzioni si moltiplicano in modo assai grave… Il presente Codice militare pare immaginato da una Commissione di pietosi avvocati. Le autorità militari vorrebbero fare, ma si sentono le braccia tagliate, e nella loro impotenza sono costrette a esclamare che senza una nuova legge repressiva sarà impossibile di ottenere non solo la cessazione ma la diminuzione delle diserzioni».

C’era infine un altro tipo di diserzione, perfettamente legale: la surrogazione, cioè far andare sotto le armi un altro al proprio posto. «Offresi surrogante»: tale avviso compariva sui quotidiani quasi tutti i giorni.

 

Robespierre alle porte

Uno spettro si aggirava tra i benpensanti italiani: lo spettro della repubblica. A Milano, nel 1848, a due mesi dalle famose Cinque Giornate, ecco un complotto in cui gli odiati repubblicani sono in combutta con Radetzki e i gesuiti: «I perturbatori sono tutti barabba [infima plebe, ndr]. Vi è pure la falange del Mazzini … I barabba fuggono, ma sono inseguiti e dispersi. L’Urbino è arrestato, e gli si trovano indosso scritti relativi ad un governo repubblicano che si doveva istituire, e del quale ei doveva essere il presidente. È opinione generale che questo furfante sia un agente provocatore dell’Austria. Vedi in che uomini pone Mazzini la sua confidenza … Corre voce che sia arrestato anche un gesuita travestito, e ben fornito di contanti. La folla si dissipa, ma fremente contro i repubblicani, che minacciano per questa sera una nuova dimostrazione» (L’opinione, 31/5/1848). «È da notarsi, e con vergogna lo diciamo, che a Innsbruck si sapeva il movimento che doveva scoppiare il 29 in Milano e che l’istesso giorno da Verona usciva Radetzki per attaccare il nostro esercito» (Gazzetta piemontese, 31/5/1848). A proposito di Mazzini, ecco come, alcuni anni dopo (4/1/1861), veniva descritto dalla Gazzetta del Popolo il suo stile di vita: «A Londra, nelle sue comode e ben riscaldate camere, circondato da quelle quattro o cinque donne che lo adorano, che lo accarezzano, che lo lisciano come le odalische il sultano».

Dopo Novara, gli attacchi ai repubblicani si fanno più violenti: «Come mai nelle tasche dei nostri soldati trovaronsi bollettini stampati che dicevano così – soldati! Per chi combattete voi? Voi siete traditi! A Torino è già stata proclamata la repubblica!» (Gazzetta del Popolo, 28/3/1849). «Al più presto, o Piemontesi. Altrimenti questa guerra d’indipendenza la faranno i Francesi od i repubblicani e allora buonanotte pel Piemonte: Torino in fatto d’importanza potrà rivaleggiare con Cavoretto, o colla illustrissima contea di Grugliasco» (Gazzetta del Popolo, 3/4/1849). Poi scoppiò l’insurrezione di Genova: «Saremmo capaci di vedere indifferentemente mitragliare centinaia di Tedeschi, ma la penna ci cade di mano quando sentiamo che il sangue si è versato in guerra civile tra soldati e popolo, tra fratelli contro fratelli» (Gazzetta del Popolo, 3/4/1849). «Le grida di Viva la repubblica, morte ai ladri, fuori i traditori echeggiarono tutta notte. Il fuoco cominciò vivissimo da ambo i lati, i cannoni di porta Lanterna furono trasportati sul luogo e vomitarono la morte sino alle undici circa … Il bravo colonnello delle guardie … si batté da valoroso ufficiale passando colla sua propria spada varii de’ suoi soldati, ai quali si era già comunicato il contagio della ribellione. Gli arsenali di terra e di mare sono ora in possessione degli insorti» (Gazzetta del Popolo, 5/4/1849).

Non dimentichiamo che erano passati solo 56 anni dal 1794, meno del tempo che separa noi dalla Resistenza. Il ricordo era ancora vivo. «I repubblicani vorrebbero comandare su noi per poi farci ciò che Danton, S. Just e compagnia fecero in Francia al tempo di Robespierre … prenderci le nostre mogli, le nostre figlie, i nostri denari e imporci collo spavento della ghigliottina tutti i loro capricci» (Gazzetta del Popolo, 17/3/1849).

Ma questo «spettro della repubblica» sarebbe durato ancora almeno un secolo. Mi si permetta di ricordare l’espressione di mia nonna, alla vista di una stanza disordinata: «Che repüblica t’las fait!» (noi diremmo: «che casino!»). Mia nonna era nata nel 1867 e questa equiparazione tra «repubblica» e «caos, sovversione, ghigliottina» rifletteva probabilmente i suoi ricordi infantili: le prediche infuocate del suo parroco, le storie raccontate nelle veglie in stalla dai suoi nonni.

 

(continua)

Dario Oitana

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