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L’apporto italiano alla shoah

Non è ben chiaro cosa intendesse Gianfranco Fini quando ha affermato che, per spiegare le leggi razziali, non basta l’ideologia fascista. Basta e avanza, invece.

In un recente saggio, M. A. Matard-Bonucci dell’Università di Grenoble («Repubblica» del 24 giugno 2008) indaga le ragioni del «momento antisemita» italiano collegandolo all’esigenza del regime di costruire l’«Uomo nuovo fascista», cioè l’italiano che, secondo Mussolini, fosse capace di «odiare il nemico», fornito di una coscienza razziale in grado di sentirsi superiore agli altri popoli per imporsi a essi con la forza. Opera di lungo impegno visto il disprezzo che il duce stesso mostra in varie occasioni: «questa neve e questo freddo vanno benissimo, così muoiono le mezze cartucce e si migliora questa mediocre razza italiana» (24 dicembre 1940), in riferimento all’esercito impegnato sul fronte greco.

 

L’atteggiamento della Chiesa

Beninteso ciò non attenua le responsabilità della Chiesa, ma qui il discorso si approfondisce e si sposta sull’atteggiamento della gerarchia nei confronti dei regimi autoritari di destra in paesi compattamente cattolici. Insomma, questi governi, «ordinati» e paternalistici, alla Chiesa piacevano: fino al Vaticano II la democrazia non fu completamente sdoganata come il preferibile dei sistemi politici. Ciò comportava naturalmente che si chiudessero molti occhi, ma ci furono, anche tra i più alti prelati, convinti sostenitori delle politiche più infami. Non si spiegherebbero altrimenti, ad esempio, le dichiarazioni del cardinale di Milano Ildefonso Schuster, inneggianti all’impresa etiopica destinata a portare la civiltà e la fede a quelle barbare popolazioni. E lasciano accoratamente perplessi alcune frasi del diario di Angelo Giuseppe Roncalli che il 26/7/43 annota: «accolgo con molta calma (la notizia della caduta di Mussolini). Il gesto del Duce lo credo atto di saggezza che gli fa onore… Non getterò pietre contro di lui… il gran bene da lui fatto all’Italia, resta». Sono trascorsi già quasi cinque anni dalle leggi razziali e più di tre dall’inizio di una guerra aggressiva che ci ha portati in conflitto con la Francia, l’Inghilterra, l’Albania, la Grecia, la Jugoslavia, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti.

In questi ultimi mesi, a settant'anni dalle leggi razziali, molte sono state le rievocazioni: ottima, tra le tante, quella di Piero Stefani in due pensieri della settimana dello scorso novembre. Egli ci ricorda i due tempi dell’operazione: la privazione dei diritti civili e professionali, con i provvedimenti del settembre-novembre 38, e la deportazione e lo sterminio che prese l’avvio con la Repubblica Sociale nell’ottobre 43. Gli ebrei italiani, a quella data, erano 32.200, un quarto fu deportato e ben 7.658 persone perirono nei campi di sterminio. Rivela anche altri dati interessanti: i professori universitari ebrei erano il 7% (settanta volte la quota sull’intera popolazione che era di circa l’1 per 1000). Ciò testimonia la piena integrazione e il grande apporto alla cultura italiana e anche la vergognosa corsa all’occupazione dei posti lasciati vuoti dai colleghi.

Le norme, però, erano state precedute da alcuni spot pubblicitari: dichiarazione del Gran Consiglio sull’urgenza dei problemi razziali dopo la conquista dell’Impero; stesura e firma del manifesto della razza da parte di studiosi, personalità e professori universitari, e lancio del primo numero della rivista «La difesa della razza».

 

339 firme per un manifesto

Non mi pare, almeno nei grandi giornali, di aver visto riportate le firme che apparvero in calce ad affermazioni come queste: «esistono razze umane grandi e razze piccole», «la popolazione dell’Italia è di origine ariana e tale è la sua civiltà», «esiste una pura razza italiana», «gli ebrei non appartengono alla razza italiana», e a conclusione di tutto (sic!!) «È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti».

La società civile, dice padre Giovanni Sale, intervenuto a difendere la Chiesa dopo le dichiarazioni di Fini, era oppressa da un regime autoritario molto forte… che la annichiliva. E argomenta che Pio XI incaricò padre Tacchi Venturi di dire al duce che gli italiani non erano antisemiti. Peccato che antisemita fosse proprio lui, Tacchi Venturi padre Pietro, tra i primi firmatari del manifesto della razza. Non stupiscono certo le firme di Julius Evola (teorico del fascismo), Pietro Badoglio (successore di Mussolini dal 26 luglio ’43), Giorgio Almirante (al quale il sindaco Alemanno vorrebbe intestare una via di Roma) e neppure quella di Giovannino Guareschi.

Colpiscono invece sottoscrizioni come quelle di Giovanni Papini (scrittore sedicente cattolico, di derivazione futurista), Piero Bargellini (storico dell’arte), Vittorio Beonio Brocchieri (geografo), Giuseppe Tucci (orientalista), Amintore Fanfani (economista, poi tra i padri costituenti), Ardengo Soffici (pittore), Luigi Gedda (animatore nel dopoguerra dei comitati civici cattolici, in funzione anticomunista) e, in cauda venenum, padre Agostino Gemelli (fondatore dell’Università cattolica del Sacro Cuore). Dopo il 25 luglio 1943, le leggi razziali restarono in vigore (Badoglio scriverà poi nelle sue memorie che «non era possibile, in quel momento, addivenire ad una palese abrogazione delle leggi razziali, senza porsi in violento urto coi tedeschi»), la loro abrogazione fu imposta da una clausola dell'armistizio con gli Alleati e sancita dal governo Badoglio solo a gennaio 1944. Poco prima dell’abrogazione padre Tacchi Venturi, cui certo non mancava la coerenza, raccomandò di agire con cautela dato che la legislazione razziale «ha bensì disposizioni cha vanno abrogate, ma ne contiene pure altre meritevoli di conferma».

Le firme furono 339 e si segnalano quelle che, per l’eccezionale notorietà, settant’anni dopo non sono del tutto cadute nell’oblio. Sia chiaro: nessuno vuol inchiodare le persone in eterno ai propri errori, operati in una temperie storica ben diversa dall’attuale, però è giusto concludere, citando ancora Stefani, che «ogni tentativo di attenuare l’esistenza di responsabilità italiane nei confronti della shoah è senza scampo pretestuoso. Solo tenendo fermissimo lo spartiacque tra chi era dalla parte giusta e chi dalla parte sbagliata si può sperare di fare davvero i conti con la propria storia nazionale. Certo, anche alcuni che erano dalla parte giusta hanno compiuto scelte sbagliate, né si può negare la buona fede personale di molti che si trovarono (più o meno a caso) dalla parte sbagliata, ma tutto ciò non sposta neppure di un millimetro i confini oggettivi che distinguono i due campi».

Pio XI, nel settembre 1938, affermò che «l’antisemitismo è inammissibile. Noi siamo spiritualmente semiti». Aveva ragione. La shoah sarebbe infatti stato il più orrendo parricidio culturale della storia, trovando in ciò un altro aspetto della sua innegabile unicità.

Pier Luigi Quaregna

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