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 378 - Italia Centocinquanta / 2: gloriosi massacri

 

MILANO VAL BENE UNA FIGLIA

 

"(27/6/1859)"       Nota: milleottocento, non 1959, come hai scritto!   Quale rivista? Era specificato 7 righe prima: "Gazzetta del Popolo"

  Verso la fine, è scritto in corsivo:   "ah, l'struzion pubblica!"... Manca la "e".

 

Proseguendo nella veloce panoramica attraverso le vicende del cosiddetto Risorgimento, affrontiamo il decennio di preparazione (anni Cinquanta) culminante con la seconda guerra contro gli austriaci. È il periodo in cui (dal 1852) il governo è presieduto da Cavour. Come già nell’articolo precedente (n. 377), saranno esaminati alcuni quotidiani dell’epoca, allo scopo di cercare di immedesimarci nella mentalità dei borghesi piemontesi, cioè di chi, in quei tempi, rappresentava l’opinione pubblica, di chi poteva godere del diritto di voto.

 

Sardoturchi, francopiemontesi, austrolombardi

Nel 1855, diciottomila ragazzi piemontesi furono deportati nella lontana Crimea in una guerra che opponeva da una parte Francia, Inghilterra, Turchia e Piemonte, dall’altra l’Impero Russo che minacciava l’integrità dell’Impero Ottomano.

Secondo la «Gazzetta del Popolo» (11/8/1855) alla domanda «Soldato d’Italia, dove vai tu?», la risposta era sconsolante. Il soldato non era chiamato a combattere né per la patria, né per la religione, né per la civiltà, né per la libertà, né per la giustizia, né per le nazionalità. «Che il cielo ti perdoni settanta volte sette, o soldato d’Italia!». Pochi giorni dopo (20/8/1855), lo stesso quotidiano esprime «un vivissimo giubilo, un sentimento di giusto orgoglio nazionale e di riconoscenza ai prodi». Che cosa era sopravvenuto? I nostri avevano avuto la meglio sui russi nella battaglia della Cernaia. In realtà si trattò di una trascurabile scaramuccia con 14 morti (P. Pieri, Storia militare del Risorgimento, Einaudi 1962, p. 587). Quasi 2000 poveri ragazzi morirono invece di colera, dopo una spaventosa e degradante agonia. In compenso il conte di Cavour poté parlare della situazione italiana in una seduta suppletiva al congresso di Parigi, quando i trattati erano già firmati. Tuttavia «Cavour fu il solo a non ottener nulla di quel che aveva cercato. Si sentiva così umiliato, che parlò di nuovo di lasciare la vita politica» (Mack Smith, Cavour, Bompiani 1996, p. 105).

Ma venne alfine, nel 1859, una guerra vittoriosa e il 24 giugno una battaglia (San Martino) in cui i piemontesi vinsero gli austriaci perdendo 869 soldati, mentre i francesi a Solferino ebbero 1622 morti. Gli austriaci, 2292. Parecchie centinaia morirono nei giorni successivi, in seguito alle ferite (Pieri, op. cit, p. 619). Poco tempo prima, il 4 giugno, aveva avuto luogo la battaglia di Magenta, decisiva per la conquista di Milano: «Ma si trattò di una vittoria dovuta interamente ai francesi: il comando piemontese si trovava a 10 chilometri di distanza» (Mack Smith, Vittorio Emanuele II, Laterza 1972, p. 74). La «Gazzetta del Popolo» mostra infatti un certo imbarazzo nel descrivere la battaglia: dopo un ritardo «a cagione di bagagli e carriaggi francesi che ingombravano il cammino, avvertito dalla fucilata che un vivo combattimento era impegnato a Magenta, il generale Fanti si decideva a marciare nei campi… Sentendosi vieppiù viva la fucilata, il 9° battaglione Bersaglieri si avanzava a passo di corsa… Queste truppe giungevano così prima delle 7 pomeridiane al rialzo della ferrovia presso a Magenta in linea con le truppe francesi che le accoglievano con clamorosi evviva» (27/6/1859).

Mack Smith informa che «più di un reggimento italiano invece combatté dalla parte del nemico… L’esercito austriaco in Italia comprendeva quattro reggimenti veneziani e cinque reggimenti lombardi» (ibidem e nota). La «Gazzetta del Popolo» (9/6/1959) riferisce che tra i 1600 prigionieri austriaci trasportati in Francia su vapori francesi «molti sono gli italiani e quasi tutti giovanissimi». Secondo Asproni (Diario politico, Milano 1974, vol. 2, p. 208) «i soldati italiani che non disertano sono quelli che più ostinatamente si battono per l’Austria».

 

Vite vendute

 

Dopo: " ..figlia quindicenne del re col principe Gerolamo Napoleone". propongo: 

 "Nei giorni in cui le nozze venivano celebrate, ci si indignava se qualcuno osava suggerire una relazione ecc"...

 

Tragica fu la sorte dei giovanissimi ragazzi mandati a morire per l’interesse dei loro capi, senza distinzione tra le parti in lotta. Morirono in pochi secondi o, quel che è peggio, lentamente in seguito a dissanguamento, infezioni e malattie. Toccanti e profetiche suonano le parole di Henri Dunant, fondatore della Croce Rossa, sconvolto alla vista delle stragi di Magenta, Solferino e San Martino: «Perché cantare i Te Deum ogni volta che gli eserciti delle nazioni ritornano da un campo di carneficina con le uniformi imbrattate di sangue umano? Come possono gli uomini d’oggi, gli uomini della Cristianità, non capire che sono più colpevoli di quel Caino che essi nominano con orrore, perché hanno organizzato l’omicidio freddamente, scientificamente, coscienziosamente, quasi religiosamente: chiamano eroi i grandi distruttori che popolano il sepolcro di centomila morti in un solo giorno, marciando con coraggio meraviglioso, per non dire satanico, su mucchi di cadaveri, senza arrestarsi né esitare… La guerra, questa scienza del disordine, che viene dall’anarchia delle alte sfere, non ammazza soltanto il corpo, ma troppo spesso uccide anche l’anima» (L. Firpo, Dunant e le origini della Croce Rossa, Utet 1979, p. 100).

Tragico fu anche il matrimonio della figlia quindicenne del re col principe Gerolamo Napoleone. Nei giorni in cui le nozze venivano celebrate, ci si indignava se qualcuno osava suggerire una relazione tra quel matrimonio e l’alleanza franco piemontese: infame complotto! vili calunnie! sporche insinuazioni! Dàgli al partito austro clericale! «Il partito austro clericale fu il primo ad affermare che il matrimonio era stato combinato a Plombières, quasi per farlo supporre un effetto forzato delle insorte complicazioni politiche… L’onore stesso del Piemonte era impegnato a che tale smentita fosse data… Non avremmo potuto né dovuto tollerare pur noi che la Principessa Clotilde apparisse alla Francia come il prezzo di un trattato… Gli austro clericali lavorano troppo di mani e di piedi per seminare reciproche diffidenze» («Gazzetta del Popolo», 25/1/1859).

Cinquantadue anni dopo, piangendo la morte della principessa, sotto il titolo significativo Il suo sacrificio per la Patria, viene pubblicata («La Stampa», 26/6/1911) una lettera di Cavour a Vittorio Emanuele: «Non esito ad affermare con la più profonda convinzione che accettare l’alleanza e rifiutare il matrimonio sarebbe uno sbaglio politico immenso, che potrebbe attirare su V.M. e sul nostro paese grandi mali». In quello stesso giorno Cavour scrisse a Lamarmora ripetendo con maggiore libertà gli stessi argomenti. «Ho scritto con calore al Re, pregandolo di non porre a cimento la più bella impresa dei tempi moderni, per alcuni scrupoli di rancida democrazia… Se il Re consente al matrimonio, ho la fiducia, dirò quasi la certezza, che fra due anni entrerai in Vienna a capo delle nostre file vittoriose». Secondo una cinica sentenza usata da Cavour nella lettera al re, «la storia ci insegna che le Principesse sono votate ad una ben triste esistenza».

 

Lontano dai campi di battaglia

Come si viveva a Torino, intanto? Qualcosa si può dedurre dalle proteste dei cittadini di cui i quotidiani si facevano portavoce.

Ah, questi immigrati! «Le subalpine pianure divennero, da qualche tempo, una specie di locanda aperta a tutti gli spiantati del mondo, i quali vengono a banchettarvi e ad adagiarvisi con tanto maggiore scioltezza, in quanto che, chi vi entra, a vece di pagare, è pagato. Noi preghiamo perciò il nostro Governo a ricordarsi che, prima di essere protettore degli emigrati, egli era padre de’ Piemontesi, e tutore dei loro materiali interessi; qualità che non escludono certo il più tenero interessamento in favore di quelli, ma che gli vietano di accordar loro una troppo ingiustificabile preferenza» («L’istruttore del popolo», 20/10/1849). «La condizione d’emigrato è un titolo per essere favoriti, come viceversa la qualità di Piemontese è una ragione per essere posposti. Gli emigrati sono tra noi non come ospiti ma come veri padroni. Alla generosità del governo corrisponde la carità del privato. Collette, lotterie, oblazioni: in tutti i modi, in tutti i tempi, in tutti i luoghi radunasi denaro per gli emigrati» («L’armonia», 14/6/1853).

I capitalisti non hanno patria. «Il gioco di questi signori è stato il seguente: guadagnare L. 30 per cedola nel mese di maggio nella speranza che Giulay (comandante dell’esercito austriaco nella prima fase della guerra del 1859, ndr) venisse a Torino; il disonore del Piemonte era per essi un fortunato avvenimento che fruttava loro il 3% al mese. Essi avrebbero dato cordialmente l’indipendenza d’Italia per L. 30 di guadagno sopra ogni cedola» («Gazzetta del Popolo», 8/6/1859).

Ah, l’istruzione pubblica! «Tra noi i buoni studi terribilmente decadono, e cedono il luogo alle superficialità presuntuose; vi si aggiunge ancora l’immoralità e l’insubordinazione, che sono ormai le due parti del moderno insegnamento. Percorrete tutta la gerarchia dell’istruzione moderna, dalla scuola elementare all’università, e troverete da per tutto ragioni di lamento… Noi siamo liberi, dicono gli allievi, e in conseguenza non vogliamo essere soggetti, non sappiamo riconoscere superiori. Che cosa abbiamo trovato nell’università di Genova? La scuola convertita in un circolo politico, le Camere parodiate, il governo giudicato da giovani imberbi, il tempo perduto, scialacquato il denaro, gli studenti divisi in parti, e tutto con la connivenza dei capi» («L’armonia», 21/6/1853: ricordiamo che si trattava di un quotidiano cattolico!).

Il cittadino non è difeso! «Polizia di Torino! Avete dato il largo a tutti i borsaioli, birbanti, truffatori, manigoldi che tenevate in caponaia. Non passa giorno che non c’arrivino richiami di gente svaligiata in casa, fuori di casa, dell’orologio, del fazzoletto, della borsa, che ci pregano di sollecitar voi, Polizia di Torino, a fare il vostro dovere» («Gazzetta del Popolo», 29/6/1848).

La polizia risulta anche impotente nei confronti dei venditori abusivi: «Le rivenditrici d’erbaggi di Torino sono come la gramigna, invadono tutti i siti che loro si parano dinanzi. Intanto, che fanno le guardie municipali? Passeggiano trionfanti in mezzo a loro» («Gazzetta di Torino», 16/4/1860). «Carri di legna da ardere vanno girovagando per la città importunando i passanti con quell’eterno chi comperi, quantunque siavi un mercato della legna, da cui non devono allontanarsi per il loro commercio. Vi vogliono guardie fisse, e non bastano quelle girovaganti, poiché, volte le spalle, è come non fossero passate» («Gazzetta di Torino», 20/6/1860).

 

Dario Oitana

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