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 379 - Italia Centocinquanta / 3

 

CAMBIARE TUTTO PERCHÉ NULLA CAMBI!

 

Come già negli articoli precedenti (nn. 377 e 378), l’indagine verterà soprattutto sull’esame di alcuni quotidiani dell’epoca e riguarderà il periodo 1860-1864.

Lo scopo della ricerca non consiste nello scoprire nuove notizie, ma nell’aiutarci a rivivere il modo con cui i lettori dei giornali venivano informati e formati. I giornali erano a disposizione non solo di coloro che li acquistavano, ma alcune copie si potevano anche consultare in vari locali pubblici frequentati da gente sufficientemente istruita.

 

Eroe, mestiere difficile

Fin dalla più tenera infanzia abbiamo sentito parlare di Garibaldi. All’esame di 5° elementare a una domanda su Garibaldi avevo risposto con la solita pappardella edificante, tratta dal Cuore: «A otto anni salvò la vita a una donna…». Due anni dopo, la faccia di Garibaldi era l’emblema del Fronte Democratico Popolare (Pci e Psi). Alla scuola dei Salesiani Garibaldi era ritenuto l’alfiere del complotto contro la Chiesa. Nell’Istituto dei Gesuiti era giudicato come un avventuriero.

Come era vista invece allora la Spedizione dei Mille? La «“Gazzetta del Popolo»» dapprima lancia un grido d’allarme, scongiurando una possibile alleanza (antigaribaldina) tra Cavour e il Borbone: «Un’alleanza col Borbone di Napoli è impossibile. Il Borbone non è un uomo ma un mostro; un’alleanza con lui sarebbe un accoppiamento contro natura» (29/6/1860). Si erano davvero intavolate trattative coi Borboni? Secondo Mack Smith (Cavour, Bompiani 2001, pp. 245-46) «re Francesco tentò di sventare la minaccia della rivoluzione concedendo, su consiglio di Torino, una Costituzione (25 giugno). Ancora una volta Francesco si sentì dire da Cavour che i loro due paesi dovevano allearsi ed operare insieme per l’indipendenza d’Italia».

L’impresa dei Mille viene descritta con toni epici, anche attraverso le descrizioni di Dumas (I mille moschettieri?): «Moschettate a destra e a manca: l’ufficiale napoletano s’arresta e vuole tornare indietro, ma ecco in mezzo alla via serrargli il passo il generale Garibaldi, Missori, Stastella, e cinque o sei uomini. Il generale salta alla briglia del cavallo dell’ufficiale gridando: arrendetevi. L’ufficiale, per tutta risposta, gli tira un fendente: il generale Garibaldi lo para, e d’un colpo di rovescio gli spacca la gola» («Gazzetta del Popolo» 28/7/1860). Nello stesso articolo troviamo notizie meno confortanti: «Una buona parte degli abitanti di Milazzo cooperarono coi regii, tirando dalle finestre sui nostri, e vuotando su di essi olio e acqua bollente… Garibaldi si limitò a far fucilare un certo numero di uomini colti con le armi in mano».

All’avanzare della conquista garibaldina si moltiplicano tuttavia le apprensioni dei benpensanti piemontesi: «Il partito che sciaguratamente circonda e compromette Garibaldi gli fa commettere a Napoli spropositi uguali a quelli già commessi in Sicilia… Le notizie babeliche di Sicilia e di Napoli sono così tristi e disgustose che io quasi domando a me stesso qual guadagno abbiano fatto finora nove milioni di italiani a togliersi dal governo de’ Borboni. Nel fatto, al dispotismo borbonico è succeduto quello dei mazziniani» («Gazzetta del Popolo», 25-27/9/1860). Ergo… nulla cambia!

Due anni dopo, la tragedia di Aspromonte. Secondo la «Gazzetta del Popolo» del 7/9/1862 «Le truppe regie sono accolte a fucilate… Un parlamentario si presenta a Garibaldi. Egli era ferito: veduto il parlamentario, prese un revolver per fargli fuoco addosso, e gli venne strappata l’arma di mano dai suoi che gli erano a fianco». Nello stesso articolo viene anche presentata per intero la Relazione garibaldina. È segno di obbiettività? Apparentemente sì. «I bersaglieri rompono il fuoco senza trasmettere alcuna intimazione preventiva, senza inviare parlamentari». Ma nella versione garibaldina, una nota paesaggistica («la luna splendeva tristemente») smaschererebbe la falsità della descrizione: «Ogni lettore prenda un almanacco, e potrà vedere che nella notte dal 29 al 30 di agosto la luna non v’era. Era luna nuova… La menzogna anche in politica ha corte le gambe».

 

Achtung! Banditen!

«Distrutta la banda Gesù Maria ad Auletta, 26 morti; 18 prigionieri… Ieri avvenne uno scontro tra briganti e la truppa presso Apricena; sette briganti rimasero morti… Assicurasi essere partiti 150 briganti diretti a Brindisi. Preparasi un nuovo piano di reazione con uno sbarco di briganti sulla spiaggia di S. Benedetto» («L’Opinione», 12-18-31/1/1862). «Scontro nel circondario di Santa Croce per parte di un distaccamento di lancieri. Trenta briganti sarebbero stati uccisi, con cinque uomini perduti da parte nostra. Altro scontro avvenne nel bosco di Dragonara, nel quale due soli briganti morirono… Valorosi lancieri subirono la perdita di sedici soldati. I superstiti furono perseguitati dai briganti e raggiunti, sicché del drappello non isfuggirono la morte che tre feriti. In un altro scontro di briganti coi cavalleggeri sono morti 16 de’ primi e 6 de’ secondi... Poco lungi dalle porte di Foggia è avvenuto un terribile attacco di briganti coi piemontesi. Si dicono morti innumerevoli della fanteria di questi; e degli ottanta di cavalleria neppur uno credesi scampato. I briganti non oltrepassavano il numero di ottocento, i quali, fatta questa strage, si allontanarono» («Armonia», 4-11-22/1/1862) Questo solo per il mese di gennaio del 1862. Così continuerà per anni.

Compiamo un balzo in avanti di 82 anni: siamo nel 1944. «Rastrellamento dei ribelli in Val di Lanzo. Parecchie centinaia di morti… Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Perciò ha ordinato che, per ogni tedesco ucciso, dieci comunisti badogliani fossero fucilati. L’ordine è già stato eseguito… I provvedimenti di clemenza non valgono di fronte alle azioni di certo vile banditismo. I ribelli hanno subìto perdite gravissime: il numero dei morti ascende a circa 500… Nella mattinata di ieri quarantun banditi sono stati giustiziati…Centinaia di banditi fucilati nel vercellese» («La Stampa», 17/3-26/3-12/4-27/5-5/7/1944).

Da dove vengono questi briganti, banditi, ribelli? I giornali degli anni Sessanta dell’Ottocento denunciano quasi settimanalmente il fenomeno delle diserzioni, una continua sfida alla retorica ufficiale. Ad esempio viene riportata un’ottimistica dichiarazione del barone Ricasoli, l’immediato successore di Cavour: «Una numerosa leva viene ordinata nelle province meridionali, e tosto le reclute s’affrettano ad accorrere sotto la bandiera italiana con una spontaneità che in più luoghi giunge fino all’entusiasmo». Ma perché, si domanda l’articolista, il barone «non soggiunse che, dopo che anche Castellammare celebrò con giubilo la leva, arrivati a Napoli, TUTTI, ad eccezione di due, hanno presa la fuga? È forse questa la spontaneità che giunge fino all’entusiasmo?» («Armonia», 22/1/1862).

Nel 1944, il fenomeno si ripete: «Lo qualifichiamo ribellismo ma dovremmo definirlo una forma endemica di renitenza agli obblighi militari. Capita che dei giovani si presentino ai distretti per farsi vestire e ventiquattr’ore dopo se la battano dichiarando cinicamente di essere venuti solo per pigliarsi il corredo e le scarpe del governo. Capita che altri si diano alla fuga dai treni che li portano a destinazione» («La Stampa», 21/6/1944).

Tornando all’Ottocento, quali erano le alternative proponibili? In una situazione eccezionale, non restava, secondo la «Gazzetta del Popolo» (5/1/1863), che prendere a modello il Far West americano: «In America si fa di più. Se il governo non può coi suoi mezzi ordinari (o non vuole) agire contro qualche banda di masnadieri, la popolazione non solamente sorge essa stessa a combatterla, ma la giudica e l’impicca senza credere menomamente di aver fatto una fatica che non le spettasse»

 

Cronaca nera, scoop, pubblicità, annunci

Non è facile cercare di immedesimarci nella mentalità dei lettori dei quotidiani dell’epoca. Quale era la sensibilità dei nostri bisnonni, dei nostri trisavoli? Da quali valori, da quali emozioni erano mossi? Erano più cinici, più ingenui, più creduloni di noi? Impossibile fornire risposte precise. Ci può fornire qualche spunto il modo in cui venivano presentati gli episodi di cronaca, le notizie ritenute sensazionali, e la pubblicità, come pure i decreti della «Gazzetta Ufficiale».

Fischi al boia. «La folla di curiosi era incredibilmente numerosa e, quel che più ci addolora, rimarchevole per l’abbondante numero di gonnelle e cappellini. In mezzo alla neve sorgeva il patibolo. Il prete intuonò l’avemaria e giunto alle parole: nell’ora della nostra morte il boia gli dié la spinta…ed il Gervasio oscillava impiccato. La morte non essendo stata istantanea si udirono alcuni fischi. Nel generale silenzio la folla si disperse» («L’Opinione», 15/1/1862).

Gli inglesi, più creduloni di noi? «Leggiamo nel Court Journal di Londra che Garibaldi nacque nella contea di Tipperary, suo padre su chiamava Garret Baldwin e gli avevano dato il soprannome di Garry Baldy. Suo figlio si condusse a Roma dove uno zio gli cambiò il nome. Egli lo adottò e lo immortalò colla sua cavalleresca prodezza» («Gazzetta di Torino», 4/6/1860).

Poveri garibaldini, che fatica! Grande rilievo viene dato all’iniziativa patriottica di fornire agli eroi di Garibaldi un milione di fucili. La colletta interessa i due mondi, l’Italia come l’America latina («Gazzetta del Popolo», 16/5/1860).

Sanità per tutti: pillole Holloway. «Per qualunque delle infermità seguenti: apoplessia, asma, dissenteria, emorroidi, febbri di ogni specie, gotta, indigestione, irregolarità dei mestrui, malattie del fegato e degli intestini, malattie veneree, mal di capo e di gola, reumatismo, tumori in generale, ulcere, vermi di ogni specie» («Armonia», 17/6/1853).

La Gazzetta di Torino il 18 marzo 1861, in seconda pagina, riporta il seguente decreto della Gazzetta Ufficiale: «VITTORIO EMANUELE II, Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, ecc. assume per sé e i suoi successori il titolo di Re d’Italia. Dat. a Torino, addì 17 marzo 1861»

Di seguito, la stessa «Gazzetta Ufficiale» reca inoltre «due decreti N. 4666 e 4667 col primo dei quali si stabilisce la misura delle indennità agli uffici telegrafici non addetti alle ferrovie dello Stato a norma di una tabella unita al decreto medesimo; coll’altro si determina che i direttori telegrafici del compartimento avranno sotto la loro dipendenza un segretario di 1.a o 2.a classe, ecc.».

Dario Oitana

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